CAPPELLA Piccolomini – 1^ a sinistra
Maria d’Aragona (m. 1463?)
Figlia naturale di Re Ferrante d’Aragona, e di Diana Guardato di Sorrento, Maria sposò il senese Antonio Maria Todeschini Piccolomini (1435-1493) il 23 maggio 1461, portandogli in dote il Ducato di Amalfi; la ragazza morì di parto a soli vent’anni, lasciando al marito tre figlie, Vittoria, Isabella e Maria, che venne chiamata col nome della madre. Il Piccolomini, Gran Giustiziere del Regno di Napoli, si riposò nel 1471 con Maria Marzano (m. 1496), dalla quale ebbe altri sei figli. Non si hanno, in verità, molte notizie su Maria, di cui è dubbia anche la data obituaria (1460, 1463, 1470): anche per il matrimonio si riportano il 1458 ed il 1461.
– Epigrafe:
QUI LEGIS HAEC SUMMISSIUS LEGAS NE DORMIENTEM EXCITES
REGE FERDINANDO ORTA MARIA ARAGONA HIC CLAUSA EST
NUPSIT ANTONIO PICCOLOMINEO AMALFAE DUCI STRENUO
CUI RELIQUIT TRIS FILIAS PIGNUS AMORIS MUTUI
PUELLAM QUIESCERE CREDIBILE EST QUAE MORI DIGNA NON FUIT
VIX. ANN. XX
A.D. M CCCC LXX
– Scultura. Il sepolcro, addossato alla parete sinistra della Cappella, venne commissionato da Antonio Piccolomini allo scultore fiorentino Antonio Rossellino, che iniziò l’opera nel 1475; dopo la sua morte (1479), nel 1481 i lavori vennero affidati a Bendetto da Maiano, che li portò a termine nel 1489-91 circa.
– Sede e provenienza. La splendida Cappella, una gemma dell’arte rinascimentale toscana a Napoli, venne edificata per volere proprio di Antonio Todeschini Piccolomini, nipote prediletto di Papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini) e fratello di Papa Pio III, in onore della moglie Maria d’Aragona, prematuramente scomparsa.
Cavaliere anonimo
attribuito alla famiglia Piccolomini (?)

In realtà non vi è nessun elemento che possa favorire l’identificazione del Cavaliere o l’attribuzione ad una particolare famiglia, né epigrafi, né araldica: la sola collocazione presso la Cappella dei Piccolomini lo fa generalmente indicare come appartenente a detta stirpe. Si consideri, tuttavia, che la costruzione della Cappella ebbe inizio solo nel 1475 ad opera di Antonio Todeschini Piccolomini. Il Cavaliere, invece, per gli abiti che indossa, è riferibile alla metà del ‘300, precedente quindi alla fondazione stessa della Chiesa (1411). Inoltre, il d’Engenio1 non riporta alcuna possibile sepoltura riferibile al gisant, né in Santa Maria di Monteoliveto né in Sant’Anna dei Lombardi.
– Scultura. Gisant in bassorilievo, forse di copertura di sarcofago (non più esistente).
– Famiglia. La famiglia Piccolomini era originaria di Siena. Dal 1480 fu aggregata, a Napoli, al Seggio di Nido.
Arma: d’argento alla croce piena d’azzurro, caricata di cinque crescenti montanti d’oro.
Figura muliebre (?) anonima (1475?)
Famigia Piccolomini?

Nella Cappella Piccolomini, sulla destra prima dell’arco a cassettoni che introduce alla celebre parte interna della struttura, è stata murata una lastra spezzata, cui manca la testa. Il lato sinistro reca i segni di evidenti abrasioni e sembra conservare solo minima parte, illeggibile, dell’iscrizione. La scheda “OA” del Ministero dei Beni Culturali, compilata nel 1989 e aggiornata nel 2001, riferisce trattarsi, sulla base di analisi stilistica, di lastra tombale della seconda metà del secolo XV in cattivo stato di conservazione.
Pur nella difficoltà di poter arrivare ad una compiuta definizione, l’esame dell’abito (per la possibile presenza di scollatura a taglio rotondo e lunghe contromaniche pendenti dai gomiti) sembrerebbe suggerire trattarsi di figura muliebre. In assenza di iscrizioni e di araldica, altro non può aggiungersi, in quanto, al pari del Cavaliere presente nella stessa Cappella sul muro di fronte, né le fonti né altri elementi indirizzano ad una identificazione. Potrebbe trattarsi di opera erratica, proveniente da altra parte della Chiesa e risistemata qui durante lavori di restauro e ristrutturazione succedutisi in varie epoche; altra ipotesi sarebbe quella di una sepoltura della famiglia Piccolomini (o Todeschini), in origine collocata altrove, qui trasferita dopo la fondazione della Cappella (1475).
– Scultura: lastra pavimentale a bassorilievo, o per copertura di sarcofago (non più esistente).
CAPPELLA Cavaniglia – 3^ a sinistra
Posto sulla parete laterale destra
Garzia Cavaniglia (m. 1453) o Giovanni Cavaniglia (m. 1473)
Garzia, nato verso il 1395, era nipote del Vicerè di Valenza Pietro Cabanillas. Ultimo di 12 fratelli, venne in Italia al seguito di Alfonso d’Aragona, detto “Il Magnanimo”, e fu tra gli artefici della conquista del Regno, dove la sua presenza è documentata dal 1435. Fu poi Ambasciatore presso Papa Niccolò V, comandante dell’esercito napoletano in appoggio a Papa Eugenio IV, Viceré in Capitanata e Principato Ultra. Divenne Conte di Troia (1442), Signore di Montella, Barone di Montecorvino, Castellano di Manfredonia e Sant’Angelo (1444); nella prima città fece costruire la Chiesa di San Bernardino da Siena. Morì negli scontri in Toscana, mentre seguiva Ferrante, allora Duca di Calabria, contro Francesco Sforza. Sposò nel 1436 ca. Giulia Caracciolo del Sole, ultima figlia di Sergianni Caracciolo e Caterina Filangieri; ebbe tre figli, Inigo (premorto al padre), Giovanni (1443 – 1473), sepolto in Monteoliveto, e Diego (m. 1481), il cui monumento funebre si trova nella Chiesa di San Francesco a Folloni a Montella (v. apposita sezione). Bisogna però precisare che le fonti seicentesche2 riportano soltanto la presenza nella Cappella della tomba di Giovanni, morto a trent’anni.
– Epigrafe di Garzia Cavaniglia:
D.GARSIAE CABANILLAE
A QUO GENS CABANILLA E TERRAGONENSI
REGNO UBI VALENTIAM
PER LONGA TEMPORUM SPATIA
REX ERAT
IN NEAPOLITANUM TRANSLATA EST
COPIARUM ALPH. REG. DUCTORI
QUO AD EUGEN. IV LEGATO
REX INVESTITURAM REGNI PETIIT ET
IMPETRAVIT
PROVINC. CAPIT. ET PRINCIP. ULTER MODERATORI
PRIMO TRIOAE ET MONTELLAE COMITI
MELFI PRINCIPIS FILIAE VIRO
D.IOANN. CABANILLA SECUND. TROIA COMES P.
AN. CHRI. CXÉ CCCCLIII
Epigrafe di Giovanni Cavaniglia (d’Engenio):
ioannes de cabagnellis troiae comes fati acerbitate luctus perpetuus quibus merito maxima erat spes obiit anno mcccclxxiii vixit annos xxx
– Scultura. Il riallestimento del monumento che oggi vediamo è formato dal fronte del sarcofago, dal gisant e, in basso, da due scudi araldici, probabilmente i fianchi della cassa sepolcrale. L’epigrafe riportata è invece più tarda. Secondo alcuni3, proprio questa avrebbe prodotto lo scambio di identità tra Don Garzia e Giovanni, padre e figlio, dovendosi riferire le parti conservate al sepolcro del secondo: tale soluzione coinciderebbe con l’attribuzione dell’opera a Jacopo della Pila, attivo presso la corte aragonese tra il 1471 ed il 1502, e con la citazione nelle fonti della sola sepoltura di Giovanni. Dopo lo smembramento seicentesco dell’opera, le virtù che sostenevano l’arca sarebbero state conservate in San Martino.
– Sede e provenienza. In origine, Don Garzia era stato sepolto nella cattedrale di Troia, ma poi il sepolcro venne trasferito in Napoli nella Chiesa di Santa Maria di Monteoliveto, dove la famiglia aveva il patronato di una Cappella, la terza a sinistra (in antico la prima del corridoio di sinistra4). Questa venne rifatta verso il 1684 nel corso della ristrutturazione della Chiesa voluta dall’abbate Silvestro Chiocca. Di certo, in Monteoliveto, in questa Cappella, era seppellito il figlio Giovanni, in un monumento commissionato dalla madre.
– Famiglia. La famiglia era originaria di Valencia, ed aveva nome Cabanillas di Valenza, italianizzato in Cavaniglia. Venne nel Regno di Napoli proprio con Don Garzia al seguito di Alfonso “Il Magnanimo”, come altre illustri casate aragonesi, quali d’Avalos, Cardenas, Guevara5. A Napoli fu iscritta al Seggio di Nido.
Arma: di nero con tre fasce ondate d’argento.
CAPPELLA di San Giovanni Battista – 5^ a sinistra
Sulla parete laterale destra:
Arnau Sanz (?)

All’interno della Cappella, in una nicchia ricavata nella parete di destra vi è il monumento di Giulio Barattucci (m. 1667), a copertura del quale è posto un gisant di epoca precedente, forse appartenente ad Arnau (Arnaldo in italiano) Sanz, generale di Alfonso “Il Magnanimo”, poi Castellano di Castel Nuovo (titolo che conservò per tutta la vita) e Camerario regio. Figlio di Pietro, Arnau Sanz sposò Maria Munoz ed ebbe come figli Alfonso (m. 28 giugno 1484), Pietro, Raimondo, Bianca e Giovanna. Non conosciamo la data obituaria, ma il Sanz era ancora in vita nel 1462. Rimase famosa la sua strenua difesa di Castel Nuovo dall’assedio di Renato dì Valois-Angiò nel 1439: non si arrese neanche con i due fratelli (Martino e Bernardo) prigionieri, né per mancanza di viveri: per sopravvivere, gli assediati mangiarono le carni di muli, cavalli e cani; solo su autorizzazione di Alfonso d’Aragona, Sanz consegnò il castello il 25 agosto 1439, ma con l’onore delle armi.
– Epigrafe di Arnau Sanz (d’Engenio):
HOSPES MIRARE SEPULTI FIDEM:
HIC, DUM ARCIS PARTHENOPEAE A DIVO ALFHONSO
ARAGONEO PRAEFECTUS CLASSICA ET TERRESTRI
OBSIDIONE PRAEMERETUR, NE FIDEM POLLUERET
EXHAUSTO IAM AERARIO, IMMINENTIA CAPITIS
PERICULA, SPONTE NEGLIGENS FOEDUM MULARUM
ET CANUM ESUM NON RESPUIT; QUIN DUOBUS
FRATRIBUS CAPTIVIS AD HOSTE OPPOSITUS,
NE TORMENTORUM ICTUS INCEBRESCERENT,
SOCIO SANGUINIS FORTITUDINEM PRAEFERENS,
A PROPOSITO NON EST ABDUCTUS,
DEINCEPS MORTUO REGE, FRANGENDAE FIDEI INCLITO
FERDINANDO, UBERRIMA MULTORUM PRAEMIA LUDIBRIO HABUIT
Seconda epigrafe, posta su di una lapide terragna (d’Engenio):
ARNALDI SANCII EX HISPANIA VIRI
PRAETER CETERAS ANIMI DOTES,
FIDE RARISSIMA INSIGNITI
PATERNO CINERI SACELLUM HOC
AD ALPHONSO FILIO INCHOATUM
SUPERSTITIS PETRI PIUM NATI OFFICIUM
PERFICIENDUM CURAVIT
Epigrafe di Giulio Barattucci:
IULIO BARATTUCCIO
E DUCENTAE S. CIPRIANI ET S. MARCELLINI BARONIBUS
IO: IACOBI, BARONIS INFANTIUM FILIO,
SANGUINE, VIRTUTIBUS, AC IN DEUM RELIGIONE PRAECLARO,
NE TANTI VIRI CUIUS OSSA HIC TUMULATA CLAUDUNTUR
NOMEN QUOQ. ET MEMORIA SUOS POSTEROS LATERET
PARENTI OPTIME MERITO BENEDICTUS F. OBSEQUENTISSIMUS
HOC POSTREMUM AMORIS ET PIETATIS OFFICIUM
ILLACRIMANS PERSOLVIT A.D. MDCLXVII
– Scultura. Il gisant tardo quattrocentesco viene attribuito a Jacopo della Pila e datato tra il 1484 ed il 1490. L’opera venne cominciata dal primogenito Alfonso e terminata dal secondo figlio Pietro.
– Sede e provenienza. L’epigrafe posta sotto il gisant spiega come il monumento che ora vediamo fosse commissionato da Benedetto Barattucci, figlio di Giulio, in ricordo del padre. Tuttavia, un’altra iscrizione6, sul muro opposto, ci dice che fu Nicola, figlio di Benedetto, a (ri)allestire la Cappella, ottenuta nel 1726 al posto di un’altra del 1568, collocata sul lato opposto, andata distrutta durante il rinnovamento della Chiesa voluto dall’Abbate Silvestro Chiocca (1684-89); nell’operare Benedetto Barattucci utilizzò anche elementi prelevati da monumenti più antichi7: di certo, nelle Cappelle di nuova fondazione vennero distribuite e riadoperate memorie che stavano nei corridoi ed altre divenute erratiche8. Ora, già il Galante9 riteneva che il gisant appartenesse ad Arnau Sanz, il cui monumento funebre si trovava nel vestibolo della Cappella Tolosa, alle spalle del vano dove è ora posizionata la tomba Barattucci. Di questa sepoltura danno notizia il d’Engenio ed il De Lellis nelle loro opere citate. Insieme al monumento, comprendente il gisant ora sul sepolcro Barattucci, vi era anche una lastra terragna con una sua iscrizione, sopra ricordata.
– Famiglia. Nonostante quanto afferma il d’Engenio, la famiglia non viene dalla Catalogna ma dalla Valenza; il primo a scendere nel Regno, seguendo Alfonso “Il Maganimo”, fu Pietro, i cui figli furono Arnau, Martino e Bernardo.
PRESBITERIO
Addossata alla parete di fondo del presbiterio, sul lato destro, vi è il cenotafio di
Gurello Orilia (m. 1412)

Figlio di Pietro e di Verdella Castagnola, Gurello (o Gorello, o Gregorello) Orilia è il fondatore della Chiesa, costruita dal 1411. Milite, Dottore in Legge, partigiano dei Durazzeschi, fu Luogotenente, Consigliere Regio (1387, 1408), Gran Camerlengo di Re Carlo III di Durazzo; seguì la Regina Margherita di Durazzo a Gaeta; di lì rientrò a Napoli (1388) occupando Pizzofalcone; divenne quindi Gran Protonotario e Logoteta (1406) di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo. Fu Vicecamerario del Regno, Maestro Razionale, Consigliere del Collaterale; Ambasciatore presso il Papa (1399), venne nominato cittadino della Serenissima (1411); Conte di Caiazzo, possedeva anche le Contee di Caserta, Acerra, Corigliano, Brienza, Tricarico, Potenza, Ottaviano. Cavaliere del Seggio di Porto, morì a Gaeta. Sposò Clemenza Mellis, che morì un anno dopo di lui; i due ebbero come figli Pietro, Roberto, Raimondo, Gaetano (“Anello”), Giovanni, Bernardo, Francesco, Ginevra, Verdella, Caterina. Nella Chiesa, la famiglia possedeva una Cappella (dedicata all’Angelo Custode) sulla sinistra del presbiterio (oggi Cappella Savarese), dove in origine era stato sistemato il celebre gruppo del “Compianto”, e perciò chiamata anche Cappella della Passione10.
– Epigrafe:
D.O.M. GURELLO AURILIAE NEAPOL. HUIUS REGNI LOGOTHETAE AC PROTONOTARIO SUMMAE APUD LADISLAUM REGEM OB FIDEM EXIMIAM AUCTORITATIS ADEO UT SEPTEM FILIOS COMITES VIDERIT SENEX FORTUNATISS. IDEMQ. PIENTISS. QUI AEDES HAS CONSTRUXIT PARTIMONIO DONATO ORDO OLIVETANUS PIETATIS ERGO F.C.
– Scultura. Cenotafio che i monaci olivetani fecero innalzare negli anni sessanta del cinquecento assieme a quello dell’altro benefattore della Chiesa, Re Alfonso II d’Aragona. Le due opere, pressoché identiche, si trovano posizionate in maniera speculare, a destra ed a sinistra della parete di fondo del presbiterio. Inoltre, negli anni trenta del settecento, agli stessi personaggi vennero dedicati due monumenti nel Chiostro delle Colonne.
– Famiglia. Famiglia napoletana le cui prime notizie risalirebbero al 992 con i fratelli Giovanni e Pietro, figli di Gregorio. In origine, si sarebbe trasferita da Roma al tempo dei Goti. Il nome Orilia (o Origlia, oppure Aurilia, Auriglia, Uriglia) deriverebbe da Aurilios (sole), con accenno alla carica di sacerdoti dei componenti della famiglia. Secondo altri, la famiglia proverrebbe, invece, dalla Spagna. Era iscritta ai Seggi di Montagna e Porto33. Diversi componenti della famiglia si trovavano sepolti in San Lorenzo (v. ivi per Nicola Antonio Orilia).
Arma: d’oro alla banda scaccata di tre file di argento e di rosso, accostate da due conchiglie di rosso.