ABSIDE

Re Ladislao d’Angiò-Durazzo (m. 6 agosto 1414)

Ladislao (Napoli, 15 febbraio 1377 – Napoli, 6 agosto 1414)1 divenne Re a soli 9 anni, nel 1386, dopo l’uccisione del padre, Carlo III di Angiò-Durazzo, avvenuta a Visegrad mentre rivendicava la Corona di Ungheria. La madre Margherita di Durazzo (1347-1412) resse con fermezza il regno, rivendicato da Luigi II (1377-1417) del ramo collaterale dei Valois-Anjou.

Ladislao trascorse una vita avventurosa, tutta in armi, prima per difendersi contro i pretendenti al regno, poi per allargarne i confini; guerriero formidabile, fu allievo di Alberico da Barbiano, Gran Connestabile del padre e suo, che era stato il primo grande condottiero di ventura italiano. Superò situazioni disperate (Napoli occupata da Luigi II Valois-Anjou quando era ancora minorenne), attentati, ostilità di alcuni potenze (Francia, Papato, Re di Germania), la diffidenza di altre (Gian Galeazzo Visconti, Venezia) ed anche gravi sconfitte (Roccasecca, 19 maggio 1411) in un’epoca difficile, che vide anche 3 Papi contemporaneamente e l’ascesa dei capitani di ventura. Ebbe incrollabili estimatori e feroci detrattori, sia negli affari esteri sia anche tra la nobiltà regnicola, una parte della quale appoggiava il rivale Luigi. Ladislao occupò tre volte Roma (1404, 1408, 1413), conquistò l’intera Italia centrale ed oltre, stava per prendere Firenze2 quando fu improvvisamente fermato dalla morte, a 37 anni; si spense dopo pochi giorni di malattia, forse avvelenato (già nel 1390 a Gaeta si salvò a stento da un simile tentativo del Vescovo di Arles), o per malaria, oppure di sifilide. Morì scomunicato (dall’Antipapa Giovanni XXIII nel 1411) come già il padre e Giovanna I, i due precedenti Re di Napoli.

– Prima epigrafe:

QUI POPULOS BELLO TUMIDOS QUI CLADE TIRANNOS
PERCULIT INTREPIDUS VICTOR TERRAQUE MARIQUE
LUX ITALUM REGNI SPLENDOR CLARISSIMUS HIC EST
REX LADISLAUS DECUS ALTUM ET GLORIAM REGUM
CUI TANTO HEU LACRIMAE SOROR ILLUSTRISSIMA FRATRI
DEFUNCTO PULCHRUM DEDIT HOC REGINA IOANNA
UTRAQUE SCULPTA SEDENS MAIESTAS ULTIMA REGUM
FRANCORUM SOBOLES CAROLI SUB ORIGINE PRIMI

– Seconda epigrafe:

 

IMPROBA MORS HOMINUM HEU SEMPER OBVIA REBUS DUM REX MAGNANIMUS TOTUM SPE

CONCIPIT ORBEM EN MORITUR SAXO TEGITUR REX INCYTUS ISTO LIBERA SYDEREUM MENS IPSA PETIVIT OLYMPUM

 

– In cima si erge la statua di Ladislao a cavallo con la spada sguainata e, sotto, l’iscrizione: Divus Ladislaus.

– Scultura. Il gigantesco mausoleo (alto circa 18 metri) è attribuito a diversi autori3, tra cui Andrea Guardi da Firenze (Firenze, 1405ca. – Pisa, 1476), figlio di Francesco, allievo di Michelozzo4. Nei primi due ordini si leggono iscrizioni in caratteri gotici, la prima (attribuita a Lorenzo Valla) di otto esametri sopra le virtù cariatidi, la seconda di quattro sulla cornice della cassa sepolcrale.

– Famiglia. Ladislao apparteneva ad un ramo collaterale dei d’Angiò che, con Carlo I, avevano conquistato il Regno nel 1266 formando la prima casa di Angiò, ramo di Napoli, cadetto dei Capetingi, reali di Francia. Carlo era infatti fratello minore del Re di Francia Luigi IX detto “Il Santo”. La casa degli Angiò-Durazzo (detta, più semplicemente, “di Durazzo”), ramo collaterale degli Angiò di Napoli, ha origine con Giovanni (1294-1336), Duca di Durazzo, 13° figlio di Re Carlo II d’Angiò detto “Lo Zoppo” e Maria Arpad d’Ungheria. Il nome venne attribuito dal titolo di Duca di Durazzo che la famiglia poteva vantare, e fu utilizzato per distinguere questa dinastia sia dalla linea diretta dei Sovrani di Napoli, facente capo al fratello di Giovanni, Roberto (quarto figlio di Re Carlo II d’Angiò), incoronato Re nel 1309, sia dalla linea degli Angiò-Taranto, discendente dall’altro fratello Filippo, quinto figlio di Re Carlo II. I cd. Durazzeschi salirono al trono nel 1381 con il padre di Ladislao, Carlo III d’Angiò-Durazzo, nipote diretto di Giovanni.

Arma. Lo stemma di Ladislao era tripartito: nel primo sbarrato di otto fasce di rosso e d’argento (stemma della dinastia Arpad), nel secondo d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello di rosso (stemma della casa d’Angiò), nel terzo d’argento alla croce potenziata d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso agli angoli (simbolo del Regno di Gerusalemme).

 

CAPPELLA CARACCIOLO del SOLE

Giovanni Caracciolo (m. 19 agosto 1432)

Terzo figlio di Francesco Caracciolo (detto “Poeta”) e Covella Sardo, Giovanni (1372 ca. – 19 agosto 1432), meglio noto come “Sergianni”, venne istituito Cavaliere da Re Ladislao d’Angiò-Durazzo prima della battaglia di Roccasecca (19 maggio 1411) in cui vestì le insegne regali (assieme ad altri 4 Cavalieri) e fu fatto prigioniero. Fu Principe di Capua, Duca di Venosa, Conte di Avellino, Gran Connestabile e poi Gran Siniscalco del Regno, favorito della Regina Giovanna II di Durazzo. Nel 1407, durante l’assedio di Taranto, fu campione durazzesco nella sfida a duello proposta dagli assediati, in cui sconfisse il Cavaliere di Maria d’Enghien Ludovico Maramonte, risparmiandogli la vita. Venne ucciso in Castel Capuano in una congiura di corte la notte delle nozze, ivi celebrate, tra il figlio Troiano e Maria Caldora, figlia di Jacopo Caldora, Gran Connestabile del Regno. Aveva sposato verso il 1418 Caterina Filangieri, dalla quale ebbe come figli Troiano, Emilia, Maria, Margherita, Antonia, Giulia (che sposò Garzia Cavaniglia).

– Epigrafe di Sergianni (dettata da Lorenzo Valla):

 

NIL MIHI NI TITULUS SUMMO DE CULMINE DEERAT. REGINA MORBIS INVALIDA ET SENIO,

FECUNDA POPULOS PROCERESQUE IN PACE TUEBAR PRO DOMINE IMPERIO, NULLIUS ARMA TIMENS.

SED ME IDEM LIVOR, QUI TE, FORTISSIME CESAR, SOPITUM EXTINXIT NOCTE IUVANTE DOLOS.

NON ME SED TOTUM LACERAS, MANUS IMPIA, REGNUM PARTHENOPEQUE SUUM PERDIDIT ALMA DECUS.

 

– Scultura. Il monumento5 fu commissionato proprio dal figlio Troiano dopo il 1441, quando venne reintegrato nei beni paterni (diventando Duca di Melfi e Venosa), come ricorda un’epigrafe: SYRIANNI CARAZOLO AVELLINI COMITI VENUSII DUCI AC REGNO MAGNO SENESCALLO ET MODERATORI TRAIANUS FILIUS MELPHIAE DUX PARENTI DESE DE Q. PATRIA OPTIME MERITO ERIGENDUM CURAVIT M CCCC XXX III

E’ tuttavia probabile che il monumento sia stato composto in diverse fasi, una prima nel 1427/32 circa, ed una seconda dopo il 1441 6.

Secondo alcuni studiosi nell’affrescco di Leonardo da Besozzo viene raffigurato proprio il committente Sergianni Caracciolo, ritratto con l’abito blu di cui fu cinto alle esequie, come appreso in una ricognizione sul sepolcro.

Troiano Caracciolo (m. 1449)

Unico figlio maschio di Sergianni Caracciolo e Caterina Filangieri. Fu Duca di Melfi e Venosa, Conte di Avellino. Sposò il 18 agosto 1432 a Castel Capuano Maria Caldora, figlia del Gran Connestabile del Regno, Jacopo Caldora: la coppia ebbe come figli Giovanni, Jacopo, Beatrice, Dianora, Ippolita. Come sopra ricordato, proprio la notte del suo matrimonio il padre Giovanni venne assassinato in una congiura di palazzo; al contempo, Troiano e lo zio Marino furono imprigionati dalla Regina Giovanna II di Durazzo; in seguito, Troiano si riappacificò con la Sovrana riottenendo i beni ed i titoli di famiglia. Quindi, militò inizialmente per gli Angioini (Renato di Valois-Angiò) durante la guerra di successione al trono di Napoli (1435-1443), ma nel 1440 passò con gli Aragonesi; il 26 febbraio 1443 fu tra i primi Cavalieri ad entrare in Napoli al fianco di Re Alfonso d’Aragona durante l’ingresso trionfale di quest’ultimo. Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino, morì nel Castello di Melfi nel 14497.

 

Marino Caracciolo (m. 12 marzo 1467)

Fratello minore di Sergianni Caracciolo, Marino fu Conte di Sant’Angelo. Sposò nel 1418 Chiara di Ravignano, nipote del noto condottiero Muzio Attendolo Sforza; la coppia ebbe sette figli: Pirro, Giacomo, Caterina, Giovanni Giacomo, Covella, Rinaldo, Camillo. Venne anch’egli coinvolto nelle vicende legate all’assassinio del fratello (19 agosto 1432), subendo la confisca dei beni. Nel 1441 si schierò con Alfonso d’Aragona durante la guerra di successione al trono di Napoli (1435-1443). Venne nominato Maresciallo del Regno, componente del Consiglio di Santa Chiara, Viceré in Capitanata e poi nel Principato Ultra. Cavaliere dell’Ordine dell’Ermellino. Si mise in luce per virtù militari in giovinezza, quindi per capacità diplomatiche: nei giorni prima della morte era in missione a Ferrara; non si sa se morì qui oppure a Napoli.

– Epigrafe:

CLARUS MILICIA DUX MARINUS CARAZOLUS COMES SANTI ANGELI HIC SUA OSSA CLAUDI IUBSIT DIE XII MARCII M CCCC LXVII

– Sede. La splendida Cappella Caracciolo del Sole in San Giovanni a Carbonara8 venne edificata nel 1427 da Sergianni e poi completata, dopo la morte del figlio Troiano (1449), dal fratello di Sergianni, Marino Caracciolo. Sia Troiano che Marino, come visto, sono sepolti nella Cappella, sotto lastre terragne, quella del primo senza epigrafe.

– Famiglia. Iscritta al Seggio di Capuana, la dinastia Caracciolo del Sole discende dalla famiglia Caracciolo Pisquizy; capostipite fu Cristiano, ambasciatore per Re Ladislao di Durazzo.

Arma: di rosso al sole d’oro caricato da un leone azzurro con la coda contro rivoltata, linguato ed armato di rosso.

 

NAVATA, lato sinistro

Roberto Bilotta (m. 1404?)

Figlio di Nicola (detto “Nicoletto”), Roberto Bilotta, Signore di Leporano, fu Milite al tempo di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo. Il figlio Marino divenne Regio Consigliere del Sovrano Alfonso d’Aragona.

Epigrafe:

PATRICIA BENEVENTANA GENTE BILOCTEA
COMPLURA SECULA GALATENA LEPORANOQ. DOMINATA
ET GENTILI RUPERTO SUB LADISLAO REGE EMERITO
ULTRA AVITOS HONORES PRAESTANTISSIMA ADOREA INSIGNITO
IN CLARISSIMOS LIBARDORUM SCARVAYTORUMQ. MARCHIONES
INCLITI GENERIS MASTRILLIORUM COGNATOS DERIVATA
AD IPSOS CUM HEREDITATE SACELLUM HOC TUMULUSQ.
REDIIT
ORATIUS MASTRILLIUS
EO NOMINE TERTIUS MARCHIONUM SERIE QUARTUS
ANNO REPARATAE SALUTIS MDCCXL
SERVARI SIBI SUISQ. CAVIT

Scultura. La lapide con l’iscrizione è posta sulla base della statua della Madonna delle Grazie di Michelangelo Naccherino (1578).

Sede e provenienza. La famiglia Bilotta possedeva un altare all’interno della Chiesa; vicino ad esso si trovava la lapide pavimentale che ricordava Roberto. Il 22 ottobre 1571 Pedro Melendes costituì la “Cappella”, posta sul muro di sinistra nella parte finale della navata della Chiesa, intitolata poi alla Madonna delle Grazie. L’intero sacello venne acquistato il 4 giugno 1637 da Ottavio Bilotta (Napoli, 1614-1652), che lo restaurò inserendovi la lapide di Roberto come recitava un’iscrizione oggi perduta9:

ROBERTI BILOCTEA GENERE BENEVENTANI EX ANTIQUISSIMIS GALATENAE DOMINIS, SUB LADISLAO REGE HUIUS TEMPLI EXTRUCTORE STRENUI MILITIS ET LEPORANI DOMINI, MEMORIAM TEMPORIS INIURIA DELETAM OCTAVIUS BILOCTA CCXXXIII POST ANNUM AVITO EXORNATO SACELLO RESTITUIT MDCXXXVII

Apprendiamo così la possibile data obituaria di Roberto: l’epigrafe indicherebbe infatti l’intervento conservativo 233 anni dopo la morte dell’avo. Successivamente, nel 1723 il sacello/Cappella passò ad Antonio Mastrilli per eredità da Beatrice Maria, figlia di Ottavio Bilotta (e Caterina de Sances); infine, Orazio Mastrilli, nel 1740 risistemò l’intera opera, secondo quanto riporta l’epigrafe oggi esistente.

Famiglia. La famiglia Bilotta (anche Bolotta, Balotta, Valotta, Volotta, -i), probabilmente di Benevento, era qui conosciuta già nel 650 durante il periodo del Ducato longobardo; secondo altri, le prime notizie documentate risalirebbero, però, al 1196. Vi è chi sostiene una prima origine napoletana, ed il passaggio a Benevento con Giovanni Bilotta10. Nel capoluogo sannita possedeva una propria Cappella nella Chiesa di San Lorenzo.

Arma: d’azzurro, al serpente d’oro di due teste ondeggiante in palo. Oppure: d’oro, alla vipera verde serpeggiante in palo in cinque giri, con la testa ad entrambe le estremità, la prima guardante il canton di destra e la seconda guardante il canton sinistro nella punta.

Motto: bino capite luctans.

 

Cappella di Santa Monica (Santi Filippo e Giacomo)

All’interno della Cappella, sulla parete rettilinea dell’abside è collocato il maestoso monumento funebre di

Ruggero II Sanseverino (m. 9 maggio 1430 o 1433)

Figlio primogenito di Venceslao (m. 1404), Ruggero Sanseverino era indicato col “II” perché la numerazione dei Conti alla guida del feudo di Tricarico riprese daccapo con Tommaso II (m. 1324), che lo riacquistò per matrimonio con Sveva de Bethsan d’Avezzano dopo che era stato confiscato dagli Hohenstaufen. Ruggero fu V Conte di Altomonte, IV Conte di Tricarico; sposò nel 1394 Covella Ruffo (1378-1447), contessa di Corigliano e zia dell’omonima donna che ordì la congiura contro Sergianni Caracciolo; i due ebbero come unico figlio Antonio (1395 ca. – 1457). Ruggero II fu tra i pochi Sanseverino a scansare, fuggendo in esilio, la vendetta di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo, che nel 1405 fece sterminare i capi della famiglia accusati di alto tradimento; rientrò nel Regno nel 1419 riappacificandosi con la Regina Giovanna II.

– Scultura. Il monumento a baldacchino è opera di Andrea Guardi da Firenze, che si firma sullo stesso (“Opus Andreas de Florentia”). Lo scultore lo eseguì probabilmente negli anni ’40 del ‘400, comunque in epoca non troppo successiva a quella del suo intervento del sepolcro di Sergianni Caracciolo nella Cappella Caracciolo del Sole all’interno di San Giovanni a Carbonara11.

– Sede. La Cappella, in origine dedicata ai SS. Filippo e Giacomo, venne edificata per volontà proprio di Ruggero Sanseverino. Si sviluppa in senso ortogonale alla Chiesa, rispetto alla quale è del tutto autonoma, con un ingresso a sé stante, il cui portale domina la vista del complesso dalla strada di San Giovanni a Carbonara.

– Famiglia. Di origine normanna. Capostipite fu Ruggero (m. 2 novembre 1023), figlio di Crispino Duca di Arnes. I figli di Ruggero furono Turgisio, da cui discendono i Sanseverino, Angelo, da cui derivano i Filangeri, e Silvano, da cui discendono i Gravina. Turgisio scese nel sud Italia nel 1045 con Roberto il Guiscardo ed ottenne la Contea di Sanseverino, da cui trae il nome la stirpe. A Napoli i Sanseverino furono aggregati al Seggio di Nido.

Armi:

la più antica: d’argento.

Poi (dopo la battaglia di Benevento): d’argento alla fascia rossa.

Ramo dei conti di Tricarico: d’argento alla fascia rossa con la bordura di azzurro intorno allo scudo.

Cimiero — Cavallo sfrenato uscente — Mantello e Corona di Principe. Lo Scudo accollato dalla Croce di Malta.

Motto: Nec morsus timebo.


NOTE

1 Su Re Ladislao di Durazzo resta imprescindibile la monumentale opera di Alessandro Cutolo: “Re Ladisalo D’Angiò Durazzo” (II Edizione. Berisio Ed., Napoli, 1969).

2 Machiavelli riconobbe che solo la morte improvvisa impedì a Ladislao di conquistare Firenze, come era accaduto con Gian Galeazzo Visconti nel 1402.

3 Per un approfondito studio dell’attribuzione delle varie parti dell’opera si veda Francesco Abbate: “Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Sud angioino e aragonese” (Donzelli Editore, Roma, 2002).

4 Per l’identificazione dei contributi di Andrea Guardi citiamo la monografia di Gabriele Donati: “Andrea Guardi. Uno scultore di costa nell’Italia del Quattrocento” (Ed. Pisa University Press, Pisa, 2015).

5 Per un’analisi dell’opera, si veda il saggio di Luigi Tufano: “Linguaggi politici e rappresentazioni del potere nella nobiltà regnicola tra Trecento e Quattrocento: il mausoleo di Sergianni Caracciolo in S. Giovanni a Carbonara e i caratteri trionfalistici del sepolcro nobiliare”. Sul web https://journals.openedition.org/mefrm/2519, anno 2015.

6 Così, tra gli altri, Nicolas Bock (“The king and his court. Social distinction and role modelsin 15th century Naples: the Caracciolo and Miroballo family”. Tratto da “Courts and courtly cultures in early modern Italy and Europe”. Viella, Roma, 2016).

7 Secondo altre fonti la data di morte sarebbe invece il 1452.

8 Sulla Cappella citiamo il bel libro di Anna Delle Foglie “La Cappella Caracciolo del Sole a San Giovanni a Carbonara” (Editoriale Jaca Book, Milano, 2011).

9 L’iscrizione è riportata da Carlo De Lellis in “Supplimento a Napoli Sacra di Don Cesare d’Engenio Caracciolo” (Roberto Mollo Ed., Napoli, 1654), nonché da José Remesal Rodriguez in “Las Antiquae inscriptiones quae Beneventi extant ab Ottavio Bilocta collectae. Notas sobre la cultura en Benevento durante el siglo XVII” (tratto dagli Atti del Convegno “Antiqua Beneventana”, in Ed. “La Provincia Sannita”, Benevento, 2013). Si consideri in argomento che Giovan Battista Chiarini nella sua opera di aggiornamento della guida di Carlo Celano (“Guida della città di Napoli. Notizie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli raccolte dal Can. Carlo Celano”. Ed. L. Chiurazzi, Napoli, 1870. In essa viene ripresa la nota guida “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli per i signori forastieri date dal canonico Carlo Celano napoletano”. Ed. Raillard, Napoli, 1692 ) ritiene non esservi una iniziale corrispondenza o pertinenza tra la lapide pavimentale e la Cappella, che sarebbe successiva.

10 Così Mario della Vipera (Arcidiacono della Cattedrale di Benevento): “Breve descrizione delle famiglie nobili di Benevento, colla dichiarazione delle loro Armi”(Manoscritto del 1632, edito per M. Chiavassa: “La nobiltà in Benevento e il manoscritto sulle famiglie nobili beneventane di Monsignor Mario della Vipera”. Benevento, 1960).

11 Anche per questo monumento si veda Gabriele Donati, op. cit.

NOTE 1 Su Re Ladislao di Durazzo resta imprescindibile la monumentale opera di Alessandro Cutolo: “Re Ladisalo D’Angiò Durazzo” (II Edizione. Berisio Ed., Napoli, 1969). 2 Machiavelli riconobbe che solo la morte improvvisa impedì a Ladislao di conquistare Firenze, come era accaduto con Gian Galeazzo Visconti nel 1402. 3 Per un approfondito studio dell’attribuzione delle […]