SOTTERRANEI GOTICI
Diverse opere lapidarie provenienti da Chiese della città di Napoli sono state nel tempo trasportate al Museo di San Martino e quindi, più di recente, sistemate nei Sotterranei Gotici.
Ai fini del nostro lavoro, annoveriamo qui i reperti riferibili a Cavalieri e nobildonne seguendo il suggestivo percorso di visita, dovendo avvisare che diverse opere restano, allo stato, ancora non identificabili1.
Cavaliere anonimo
Ipotesi: Cavaliere della famiglia Acciaiuoli, forse Angelo (m. 1380)
Per questo Cavaliere, rappresentato in un gisant di pregevole fattura e notevoli dimensioni, ma privo di epigrafe ed araldica, è stata proposta l’appartenenza alla famiglia Acciaiuoli2. In tal caso, potrebbe trattarsi di Angelo Acciaiuoli, morto a Messina nel 1380. Secondogenito del celeberrimo Niccolò Acciaiuoli (m. 1365), Gran Siniscalco del Regno con la Regina Giovanna I d’Angiò, e di Margherita degli Spini, Angelo fu II Conte di Melfi e di Gerace. Ebbe come fratelli Lorenzo e Benedetto, il primo sepolto nella Certosa di Firenze come il padre. Con il figlio di Angelo, Roberto, si estinse la linea napoletana della famiglia.
– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago (perduto).
– Sede e provenienza. L’opera si trovava in origine nella Basilica di San Lorenzo Maggiore in Napoli; di qui passò in deposito all’ex convento di Santa Teresa agli Studi ed arrivò infine a San Martino il 5 settembre 1878 3.
– Famiglia. Nota anche come Acciaioli (Acciajuoli, Accioli), la famiglia ebbe origine a Brescia oppure a Bergamo, da dove tale Gugliarello si trasferì a Firenze nel XII secolo; qui venne soprannominato Acciaiolo perché esercitava l’arte della fonderia e ne commerciava i materiali. I discendenti divennero quindi banchieri e finanziatori degli Angioini. Il ramo napoletano fu presente nel Regno dal Trecento; nella Capitale era iscritto al Seggio di Capuana.
Arma (ramo napoletano): d’argento, al leone d’azzurro, linguato e armato di rosso, tenente una banderuola con le insegne degli angioini (d’azzurro seminato di gigli d’oro con un lambello di rosso a tre pendenti).
Sarcofago famiglia Mormile
Ipotesi: Nardo Mormile (m. 10 agosto 1434) ?

L’araldica presente sul fronte dell’arca ci indica che il deposito apparteneva alla famiglia Mormile. In assenza di iscrizioni o di altre utili indicazioni, l’unica possibile ipotesi si basa sulla provenienza da San Pietro Martire, dove esisteva il sepolcro di Nardo Mormile. Questi potrebbe identificarsi in Leonardo Mormile, Ciambellano di Re Ladislao di Angiò-Durazzo e fratello di Francesco, Enrico, Maddalena.
– Epigrafe (d’Engenio):
HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI NARDI MORMILIS DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DNI MCCCCXXXIIII DIE X MENSIS AUGUSTI IX IND.
– Scultura. Sarcofago di reimpiego di arca paleocristiana, privo di copertura. L’anaisi stilistica dell’opera la rende compatibile con la data obituaria di Nardo Mormile.
– Sede e provenienza. L’opera proviene dalla Chiesa di San Pietro Martire, dove tuttavia potrebbe essere stata trasferita dalla vicina, piccola Chiesa di San Giacomo al Pendino (demolita durante i lavori del Risanamento), costruita dalla famiglia Mormile nel 1446 4. All’interno di quest’ultima non sono tuttavia segnalati nelle fonti monumenti funerari.
– Famiglia. Storica famiglia napoletana, le cui origini si fanno risalire ad un Domenico, Console del 1190. Era iscritta al Seggio di Portanova.
Arma: d’oro alla banda d’argento bordata di nero caricata da tre aquile nere al volo abbassato coronate e poste nel verso della banda.
Cavaliere anonimo (1370 ca.)
Ipotesi: Iacopo Capano?

E’ stata avanzata l’identificazione del Cavaliere con Iacopo Capano5. Milite, Maestro Razionale della Magna Curia, consigliere e familiare di Re Roberto d’Angiò, Iacopo (o Giacomo) Capano era nato a Rocca Cilento. Venne ordinato Cavaliere da Andrea d’Ungheria, marito della Regina Giovanna I, nel 1343. Nel 1347 fece ricostruire il portale maggiore della Chiesa di San Pietro Martire.
– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago (perduto).
– Sede e provenienza. Il monumento funebre, privo di epigrafe ed araldica, potrebbe provenire dalla Basilica di San Domenico Maggiore in Napoli6.
– Famiglia. Originaria del Cilento. A Napoli era iscritta ai Seggi di Nido e di Porto.
Arma: d’argento alla banda di rosso caricata di tre gigli d’oro, posti nel verso della banda.
Cavalere anonimo (1330?)

Il gisant risulta privo della testa e dei piedi, oltre che di epigrafe e stemmi. La ricognizione delle vesti del guerriero porta a collocare l’effigie in un periodo compreso tra il 1330 ed il 1340.
– Scultura. Gisant a copertura di un sarcofago (disperso).
– Sede e provenienza. L’opera si trovava nell’ex convento di San Domenico Maggiore, per poi passare al Museo civico di Donnaregina e, nel 1901, a San Martino7.
Cavaliere anonimo (1335?)

Anche qui, in merito alla datazione dell’opera, non possiamo che rifarci ad un’analisi delle armi indossate, ipotizzando che la scultura sia ascrivile agli anni compresi tra il 1330 ed il 1350. Il gisant, al pari del precedente, manca della testa, né vi sono iscrizioni o stemmi.
– Scultura. Gisant a copertura di un sarcofago (disperso).
– Sede e provenienza. Anche quest’opera, come la precedente, si trovava nella Basilica di San Domenico Maggiore8.
Giovanna de Amendolea (m. 8 giugno 1370)

Giovanna era moglie di Bernillo Guindazzo, Miles e medico di Salerno, nonché Maestro Razionale della Magna Curia come apprendiamo dall’epigrafe.
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS MAGNIFICAE MULIERIS DNE IOANAE DE AMENDOLEA FILIAE Q(UON)DAM DNI IOCZULINI DE AMENDOLEA TERRAE IPSIUS DNI AC UXORIS DNI BERNILLI GUINDACII MILITIS DE SALERNO MEDICINALIS SCIENTIAE PROFESSORIS ET MAGNAE CURIAE REGNI MAGISTRI RATIONALIS, QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCLXX DIE VIII IUNII VIII IND. CUIUS AIA REQUIESCT IN PACE
– Scultura. Lastra di copertura di un sarcofago (perduto).
– Sede e provenienza. L’opera si trovava all’interno del Duomo di Napoli, nei pressi della cd. porta piccola, nella navata destra. Accanto vi era il sepolcro del marito di Giovanna, Bernillo Guindazzo, citato nell’epigrafe, morto nel 1382.
– Famiglia. Di origine, forse, siciliana, fu anche imparentata, nel 1400, con il ramo della famiglia reale degli Angiò-Taranto. A Napoli faceva parte della nobiltà fuori Seggio.
Arma: d’argento a due fasce di rosso sormontate nel capo da un lambello di tre pendenti dello stesso.
Vivaldo di Millau (m. post 1338)

Vivaldo (“Vivaldone”) de (o di) Millau, nativo di Marsiglia, figlio di Massilia, era Miles, familiare regio e castellano di Castel dell’Ovo. La data obituaria che compare nell’epigrafe non è completa, ma non può essere il 1300, trovandosi sue notizie certamente nel 13389.
– Epigrafi10:
HIC IACET CORPUS DNI VIVALDONI DE MILIAO MILITIS REGII CAMBELLANI ET FAMILIARIS AC CASTELLANI REGII CASTRI OVI DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DNI MCCC(…) DIE (…) IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE
HIC IACET CORPUS NOBILI VIRI DOMINI VIVALDI MILITIS DE MILIAO
DE MARSILIA REGII CABELLANI ET CASTELLANI CASTRI OVI DE NEAP.
IACET IN TUMBA IN PRAESENTI CAPPELLA CONSTRUCTA IN ECCLESIA
S.SPIRITUS ARMENIORUM DE NEAP. QUI PRO SUORUM REMISSIONE
PECCATORUM OB FIDEM SINCERAM ET AFFECTIONEM INTRINSECAM
QUAM HABEBAT ERGA SANCTISSIMAM TRINITATEM UNDE VERSUS
CLAUDITUR IN TUMBA DOMINUS VIVALDUS IN ISTA
NOBILIS ATQUE MILES IAM DICTUS DE MILAO
QUEM GENUIT CLARUM MUNDO MASSILIA CLARA
HIC CASTELLANUS OVI CASTRI TITULATUS ET
CAMBELLANUS DOMINI REGIS PERAMATUS
HANC QUIA DEVOTUS VIXIT TRINAE DEITATI
CONDI MANDAVIT LAETA CUM MENTE CAPPELLAM
POST HANC DOTAVIT TERRARUM MUNERE GRATO
QUAE POSITAEQUE IACENT TENIMENTO PARTHENOPENSI
PLAGIA DAT TERRAS SIC EST LOCUS ILLE VOCATUS
UT DIMICTANTUR PARTUMQUE FUIQ. REATUS
QUA CELEBRENT MISSAS FRATRES CUM MENTE BENIGNA
HOC STATUIT FRATIBUS CONVENTUI
HOC UT IN ALTARI CELEBRETUR MISSA BEATO
BIS CELEBRANDO DIE SIC TESTAT REGULA RATO
HOC FUIT IN PACTO QUOD FRATRES QUOLIBET ANNO
UTQ. DIE MORTIS SUAE ESSEQUIAE VENERETAE
PROTESTANDO MILES STATUIT CON FRATRIBUS ISTA
UT SI NON FIANT IPSI VALEANT ET HEREDES
FOEDERA MUTARE TERRAS AD SE REVOCARE
ATQUI SACERDOTEM PRO CELEBRANDO LOCARE
– Scultura. Si conserva il fronte del sarcofago, attribuito alla bottega di Tino da Camaino.
– Sede e provenienza. L’opera si trovava nella Chiesa di Santo Spirito, presso la porta piccola, e si componeva di una statua in marmo posta a copertura del sarcofago. La Chiesa, edificata nel 1326, era posizionata nel Largo di Palazzo, e venne distrutta per consentire la costruzione del colonnato e della Basilica di San Francesco di Paola in Piazza Plebiscito (1816-1824). Lopera fu infine donata al Museo di San Martino nel 1891 dalla Contessa di origine russa Olga de Wavilow, vedova del celebre medico e scienziato Ferdinando Palasciano11.
– Famiglia. Proveniva dalla omonima città della Francia, in Linguadoca, dove governavano i Visconti di Millau.
Martuscella Piscicelli (1420 ca.)

Figlia di Venceslao Piscicelli ed Isabella Siginolfo, Martuscella, nata verso il 1390, sposò Gualtiero Caracciolo; nacquero da loro Colantonio, Maria e forse altre due figlie.
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS MULIERIS DNE MATUCCELLAE PISSICELLAE DE NEAP. UXOR MAGNIFICI VIRI … RAC
– Scultura. L’effigie femminile compare su di una lastra di copertura di un sarcofago (perduto), oppure, più probabilmente, di tipo pavimentale; l’opera versa in cattive condizioni, si presenta rotta in più parti, con araldica consunta.
– Sede e provenienza. La scultura proviene dalla Basilica di Santa Restituta all’interno del Duomo di Napoli12, dove si trovava una Cappella di famiglia Piscicelli e vi erano sepolti diversi componenti della stessa.
– Famiglia. I Piscicelli, poi anche Capece Piscicelli, erano aggregati al Seggio di Capuana. La famiglia, di cui si hanno notizie dai tempi del Ducato con Leodoro (Generale dell’Imperatore Basilio nel 977), è ricordata da Dante tra le più nobili d’Italia. Dai Piscicelli derivano anche le famiglie Zurlo ed Aprano.
Arma: di rosso alla banda cuneata d’oro e d’azzurro.
Gualtieri Caracciolo (m. 21 novembre 1321)
Milite, Patrizio napoletano, Gualtieri (-o) era il primogenito di Giovanni Caracciolo, detto “Viola”, i cui discendenti aggiungeranno al cognome questo aggettivo, costituendo una linea separata della famiglia; furono suoi fratelli Gaitelgrima, Ligorio, Cubello. I figli di Gualtieri erano Ligorio, Nicola (o Niccolò), detto “Ugot”, Verdella, Giovanni, Isabella, Ludovico. Il nostro personaggio non va confuso con l’omonimo, più noto, suo discendente morto un secolo dopo, nel 1421, che aveva sposato Martuscella Piscicelli.
– Epigrafe:
HIC IACET DOMINUS GUALTERIUS CARACZOLUS VIOLA MILES DE NEAP., QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXI DIE XXI MENSIS MOVEMBRIS IV INDICT.
– Scultura. Lastra terragna.
– Sede e provenienza. Al pari di quella di Francesco Loffredo (v. ultra), l’opera era ubicata nella Cappella Loffredo all’interno della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia; venne acquisita nel 1907 al Museo di San Martino.
l’opera si trovava nella Cappella Loffredo in Santa Maria Donnaregina Vecchia.
– Famiglia13. In origine, la linea dei Caracciolo Viola faceva parte di una delle due gradi linee della famiglia, quella dei Caracciolo Rossi (l’altra era dei Caracciolo Pisquizy), il cui capostipite fu Giovanni, detto “Il Rosso”, oppure, secondo altri, Riccardo detto “Il Rosso”, figlio di Landolfo (sposatosi nel 1110 con Anna Gaetanini), vissuto nel XII secolo. La famiglia era iscritta al Seggio di Capuana.
Arma: bandato d’oro e di rosso al capo di azzurro.
Cavaliere anonimo
(1320-1330 ca.)

Resta il frammento di una lastra che poteva essere terragna oppure di copertaura di un sarcofago (perduto), priva di araldica e della parte superiore con la testa del Milite. Il solo segmento dell’epigrafe che si riesce a leggere (… de neapoli miles qui obiit anno …) risulta insufficiente per una possibile indicazione. Dall’analisi delle armi raffigurate, possiamo ascrivere il Cavaliere ad un periodo compreso tra il 1320 ed il 1330. L’opera, con l’effigie solcata a graffito, ricorda molto da vicino quella di Francesco Loffredo (v. ultra).
Beatrice del Balzo (m. 1 marzo 1336)

Beatrice era sorella di Raimondo del Balzo Orsini (m. 5 agosto 1375), sepolto in Santa Chiara (v. apposita sezione), e moglie di Francesco De La Rath (m. 23 aprile 1359), il cui monumento si trova nel Duomo di Caserta (v. apposita sezione).
– Epigrafe (originaria)14:
HIC REQUIESCIT CORPUS DOMINAE BEATRICIS DE BAUCIO COMITISSAE CASERTAE QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXVI DIE I MARTII TERTIAE INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN
– Epigrafe (dettata da Girolamo del Balzo):
BEATRIX BAUCIA RAIMUNDI BAUCII SOLETI COMITIS AC REGNI MAGNI CAMERARII SOROR, FRANCISCI DE RATTA MONTORII AC CASERTAE COMITIS UXOR CUM IN SEPULCHRO IAM VETUSTATE COLLAPSO AB ANNO DOMINI MCCCXXXVI PENE IGNOTA IACERET HIERONYMI BAUCII GENTILIS SUI HIC PIETATE REPOSITA ILLUSTRIUS CONSECUTA EST MONUMENTUM
– Scultura. Si conserva il bel sarcofago, che è un reimpiego trecentesco di opera del periodo romano del II-III secolo.
– Sede e provenienza. Il monumento funebre si trovava, in origine, nella Cappella di famiglia a Santa Chiara, la 2^ a destra; di qui, nel 1615, venne trasferita nella 7^ Cappella a sinistra ad opera di Girolamo del Balzo (come ricorda la seconda epigrafe riportata) assieme a quelli del fratello Raimondo e della di lui moglie Isabelle d’Eppes; al momento del passaggio, l’opera versava in cattivo stato di conservazione. Venne infine acquistata dal Ministero nel 1893 da un antiquario di Roma dopo essere passata per la villa Sainte Brigitte del Conte d’Ajout a Posillipo15.
– Famiglia. La famiglia del Balzo (de Baux) era originaria della Provenza; secondo una leggenda, ivi, presso la rocca conosciuta come les Baux, si sarebbe rifugiato uno dei Re Magi, Baldassarre; i suoi discendenti avrebbero preso poi il nome da quel luogo (quali Signori di Les Baux). Si trasferirono nel Regno al seguito di Carlo I d’Angiò con Barral (o Hugone Barral, m. 1268), Gran Giustiziere, ed il figlio Bertrando II (m. 1305), poi Conte di Avellino, tra i più valorosi cavalieri nella battaglia di Benevento (26 febbraio 1266). Il cognome venne latinizzato in del Balzo (o de Baucio). I del Balzo avevano anche il patronato di una Cappella in San Lorenzo (v. apposita sezione) ed una in Santa Chiara (v. apposita sezione).
Armi:
la più antica: di rosso alla cometa di sedici raggi d’argento.
Successivamente: inquartato, nel 1° e 4° di rosso alla stella a 16 raggi d’argento; nel 2° e 3° d’oro alla cornetta d’azzurro legata e guarnita di rosso.
Nicola Baraballo (m. 12 maggio 1348)

Nicola (o Niccolò), figlio di Pietro Baraballo e Mariella Barrile, venne ordinato Cavaliere da Re Roberto d’Angiò, di cui fu familiare. Sposò Sarra Crispana; dei diversi figli avuti, gli sopravvisse la sola Marina. L’epigrafe racconta che nell’arca il guerriero è stato sepolto assieme a quattro figli, facendo ipotizzare fossero morti tutti durante un’epidemia di peste.
– Epigrafe:
HIC IACET DNS NICOLAUS BARABALLUS DE NEAP. MILES CUM QUATTUOR EIUS LIBERIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXLVIII DIE XII MENSIS MADII I IND. QUORUM AIE REQUIESCANT IN PACE AMEN
– Scultura. Sarcofago con gisant a bassorilievo.
– Sede e provenienza. Anche quest’opera si trovava nella Chiesa di Santa Maria Donnaregina Vecchia, nella Cappella di famiglia, come ricorda il d’Engenio nella sua citata opera. Prima del traserimento nei Sotterranei Gotici, gisant e sarcofago si trovavano separati all’interno del Museo di San Martino.
– Famiglia. La famiglia Baraballo (o Baraballa, oppure Varavallo/a) è un ramo della famiglia Capece, originatosi con Giacomo, detto “Baraballo”, nobile ai tempi di Federico II di Svevia. Fu iscritta al Seggio di Capuana e, successivamente, anche a quello di Portanova.
Arma: d’argento a due fasce d’azzurro.
? De Miro
e
Francesca De Miro (m. 17 maggio 1413)

La lastra, duplice, ritrae un esponente della famiglia De Miro con la giovane figlia di nome Francesca, probabilmente premorta al padre con il quale viene ritratta.
– Epigrafe:
(…) FRANCESCA EIUS FILIA QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCCXIII DIE XVII MAII ET ALIII DE GENERE EI QUORUM AIE REQUIESCANT
– Scultura. Esempio non comune di lastra a sepoltura doppia, di copertura di sarcofago (perduto) o di tipo pavimentale.
– Famiglia. Le prime notizie di questa famiglia risalgono al X secolo, nella città di Lettere. A Sorrento fu iscritta al Seggio di Porto.
Arma: di rosso al leone d’oro, col capo cucito di azzurro, caricato da un giglio d’oro acddestrato e sinistrato da due (o tre) torri d’argento, merlate alla guelfa.
Francesco Loffredo (m. 1325?)

Francesco Loffredo fu uomo d’armi sotto i Sovrani angioini Carlo I e Carlo II; fu Giustiziere in Principato Citra e Ultra (1302-1303 e 1304-1305), in Capitanata (1303-1304), Capitano generale e Giustiziere nelle Terre di Bari e Lecce (1305-1307, 1317-1318); possedeva terre nel Ducato di Durazzo. Viene citato in documenti ufficiali l’ultima volta nel 1325. Sposò Delfina Siginolfo ed ebbe tre figli: Filippo, Giovanni ed Enrico. Era iscritto al Seggio di Capuana. La data di morte che compariva sulla lastra (MCCC) è probabilmente errata, o meglio incompleta: si iniziò a lavorare la pietra, ma poi non furono aggiunte le ultime cifre.
– Epigrafe:
HOC SEPULCRU(M) EST DNI FRANCISCI DE LOFFRIDO, QUI HANC CAPPELLAM FECIT FIERI AD LAUDEM DEI ET REVERENCIA(M) NOMINIS BEATI IOH(ANNI)S EVEGELISTAE CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE ANNO DNI MCCC
– Scultura. Lastra pavimentale o di copertura di sarcofago (perduto), rotta in senso orizzontale e consunta nella parte superiore.
– Sede e provenienza. L’opera si trovava all’interno della Cappella Loffredo, l’unica della Chiesa di Santa Maria Donnaregina (Vecchia), che venne istituita proprio da Francesco Loffredo; l’ambiente è noto per il ciclo di affreschi trecenteschi, attribuiti al nome d’intesa “Maestro della Cappella Loffredo”, un seguace di Pietro Cavallini. La lastra venne poi spostata al Museo Nazionale di San Martino nel 1879 ed è ora esposta nei Sotterranei gotici.
All’interno della Cappella in Santa Maria Donnaregina rimane invece la piccola lastra terragna di Maria Loffredo (m. 10 agosto 1373), ricordata in altra sezione.
– Famiglia. Di probabile origine normanna (longobarda secondo altri), discenderebbe da Loffredo (o Goffredo), figlio del Re Horik di Danimarca; il figlio di Loffredo, Ugone, venne in Puglia intorno all’anno Mille. A Napoli la famiglia venne aggregata al Seggio di Capuana e poi anche di Portanova. Aveva anche il patronato della nota Cappella in Santa Maria Donnaregina Vecchia.
Arma: di vaio pieno d’argento e d’ azzurro.
Giovanna di Gavignano (m. 17 ottobre 1329)

Giovanna apparteneva alla nobile famiglia Conti di Ceccano, ed era ricordata come Signora di Gavignano o di Ceccano; figlia di Landolfo, sposò, forse in seconde nozze16, Guglielmo Stendardo de Baynes, Gran Connestabile del Regno, discendente del famoso Guillaume Etendard, feroce Maresciallo ed Ammiraglio del Regno con Re Carlo I d’Angiò. Giovanna aveva come sorelle Iacopa e Francesca.
– Epigrafe:
HIC REQUIESCIT CORPUS MAGNIFICAE ET EGREGIAE MULIERIS DNE IOANNA DE GAVINGIANO RELICTA QUONDAM MAGNIFICI ET EGREGII VIRI DNI GUILL(ELM)I EXTATARDI REGNI SICILIAE CONESTABULI ANNO DOMINI MCCCXXIX DIE XVII MENSIS OCTOB. 13 INDICT
– Scultura. Lastra pavimentale, estremamente rovinata, rotta in più punti, con araldica praticamente illegibile.
– Sede e provenienza. Come altre opere funerarie qui presenti (Francesco Loffredo, Gualtiero Caracciolo), la scultura era posta nella Chiesa di Santa Maria Donnaregina, questa nella zona antistante all’altare maggiore. Il passaggio a San Martino avvenne nel 1907 17.
Famiglia. L’origine della casata si fa risalire fino al longobardo Trasamondo, Duca di Spoleto nel VII secolo. Tra i vari rami della famiglia Conti, quello di Ceccano, di cui si hanno notizie dal X secolo, governava nel Medioevo un vasto territorio nel basso Lazio, la Contea che aveva come fulcro il Castello di Ceccano.
Arma: trinciato di rosso e d’argento, all’aquila dell’uno all’altro.
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Non si possono, infine, lasciare i Sotterranei Gotici della Certosa di San Martino senza segnalare una fantasmagorica opera trecentesca, tanto singolare ed immaginifica da colpire ancora oggi l’attenzione del visitatore. Si tratta della lastra marmorea nota come bassorilievo della morte, posta in origine in una Cappella della Chiesa di San Pietro Martire e quindi, fino al 1862, sul fianco della stessa. La fece eseguire nel 1361 Franceschino da Brignole quasi come ex voto per essere due volte scampato, lui solo, ad un naufragio. La scultura raffigura un vero e proprio dialogo, in volgare dell’epoca, tra Franceschino e la morte. Questa afferma:
eo so la morte chi chacio / sopera voi jende munedana / la malata e la sana / dì e note la perchacio / no fugia nesuno ine tana / per scampare da lo mio laczio / che tucto lo mundo abraczio / e tucta la gente umana / per che nessuno se conforta / ma prenda spavento / che ‘o per comandamento / de prendere a chi ven la sorte / siave castigamento / questa fegura de morte / e pensavie de fare forte / in via de salvamento
L’uomo prega di risparmiarlo offrendole tutti i suoi soldi:
tuto te volio dare / se me lasi scampare
La morte risponde:
se tu me potisse dare / quanto se pote ademandare / no te scamparà la morte se te vene la sorte
L’epigrafe intorno alla lastre recita:
mille laude faczio a Dio patre e a la santa trinitate che due volte me aveno scampato e tucti li altri foro annegate. francischino fui de brignale feci fare questa memoria a le mccclxi de lo mese de agusto xiiii indiccionis
MUSEO
Beatrice de Poncy (m. 8 giugno 1423)

Beatrice era figlia del Milite Gugliemo de Poncy. Fu la seconda moglia di Giovanni Zurlo (m. 30 settembre 1381), sepolto nel Duomo di Napoli. Suo fratello era Guglielmo (detto “Guglielmone” o “Mennone”). Il 9 giugno 1385 Beatrice venne investita della gabella della seta di Calabria; acquistò diversi piccoli feudi ed altri ne ricevette.
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS MAGNIFICAE DOMINAE MULIERIS BEATRICIS DE PONCIACO QUAE OBIIT ANNO DNI MILLESIMO CCCCXXIII OCTAVA IUNII PRIMAE IND.
– Scultura. Lastra pavimentale.
– Sede e provenienza. L’opera si trovava in origine nell’ingresso della Cappella dell’Assunta all’interno della Chiesa della Certosa; venne quindi spostata tra questa Cappella e quella di San Nicola, per poi passare nel Museo della Certosa (sezione sculture), nel Quarto del Priore e tornare al Museo.
– Famiglia. Di origine francese (“de Poncy”), arrivò in Italia con Raimondo, che seguì Carlo I d’Angiò. L’antico cognome italianizzato in Ponciaco o Pontiaco (preceduto o meno dal “de”) divenne poi Ponziaco.
Arma: fusato d’argento e di nero.
Giovanni Pietro Orsini (m. 1454?)

Giovanni Pietro era figlio di Raimondo e della sua seconda moglie Eleonora d’Aragona-Urgell. Venne iscritto, come i genitori, nella Confraternita di Santa Marta nel 1454. Mori bambino, non sappiamo con esattezza in che data.
– Epigrafe18:
HAC TUMBA QUIESCIT CORPUS AMENI DOMINI IOANNIS PETRI DE URSINIS QUI OBIIT QUATER CENTENO POST MILLE ANNO QUATRIGENTESIMO QUARTO CUIUS ANIMA FELIX IN EVO QUIESCIT
– Scultura. Il monumento funebre, di pregevole fattura, propone il giovane, finemente abbigliato, disteso su di letto da parata; sul fronte del sarcofago, assieme alla elevatio animae, compaiono sulla sinistra di chi guarda le armi degli Orsini-Montfort, Conti di Nola, e sulla destra quelle degli Aragona-Urgell; ai lati della cassa sono incisi gli stemmi del defunto. L’epigrafe presenta interrogativi nella datazione.
– Sede e provenienza. L’opera si trovava in origine nella Chiesa di San Francesco (ora San Biagio) a Nola, e precisamente nel coro. Probabilmente spostata assieme ad altri depositi del tempio nella Sagrestia nuova, venne acquisita al Museo di San Martino nel 2000; oggi, è collocata nella Sala 32, dove è la cd. Tavola Strozzi.
– Famiglia. Nobile casato romano, il cui primo rappresentante fu Orso di Bobone. Venne nel Regno di Napoli con Romanello (m. 1327), che nel 1292 divenne I Conte di Nola per volere di Re Carlo I d’Angiò. Nella città partenopea fu aggregata ai Seggi di Capuana e Nido.
Arma: bandato di rosso e d’argento, col capo d’argento caricato da una rosa rossa, sul tutto una piccola fascia d’oro caricata da un’anguilla d’azzurro.