NAVATA

 

Tra la quarta e la quinta Cappella di sinistra è collocato il monumento di

Corrado Hohenstaufen (m. 29 ottobre 1268)

Corrado Hohenstaufen, o Corrado di Svevia, detto “Corradino”, era figlio di Corrado IV Hohenstaufen, Re di Germania e di Sicilia, e di Elisabetta di Wittelsbach (o di Baviera). Nipote del grande Imperatore Federico II, nacque a Landshut il 25 marzo 1252. Scomparso il padre (21 maggio 1254) quando aveva appena due anni, rimase l’ultimo componente della reale famiglia degli Hohenstaufen e, quindi, erede al trono di Sicilia, Duca di Svevia, Re di Gerusalemme. Dopo la morte nella battaglia di Benevento dello zio Manfredi (26 febbraio 1266), sconfitto da Carlo I d’Angiò, venne indotto dai ghibellini a scendere in Italia per rivendicare il Regno. Fu però sconfitto nella battaglia di Tagliacozzo il 23 agosto 1268. Tradito e consegnato al sovrano angioino, venne imprigionato in Castel dell’Ovo; dopo un finto processo venne condannato a morte e decapitato in Piazza Mercato (allora Campo Moricino) il 29 ottobre 1268.

– Epigrafe:

MASSIMILIANO PRINCIPE EREDITARIO DI BAVIERA
ERGE QUESTO MONUMENTO FUNEBRE
AD UN PARENTE DELLA CASA SUA
CHE FU RE CORRADINO.
ULTIMO DEGLI HOHENSTAUFEN.
L’ANNO 1847 GIORNO 14 MAGGIO.

– Scultura. Il monumento venne fatto erigere da Massimiliano di Wittelsbach nel 1847, come ricorda l’epigrafe nella parte inferiore del piedistallo. L’opera venne disegnata da Bertel Thorvaldsen e realizzata da Peter Schof. Sul piedistallo sono raffigurate due scene: il saluto tra Corradino e la madre all’atto della partenza del primo per l’Italia (lato sinistro), ed il distacco tra Corradino e Federico di Baden (lato destro), quasi suo coetaneo, compagno di sventura, anch’egli condannato a morte.

– Sede e provenienza. I corpi di Corradino e Federico d’Austria vennero abbandonati, dopo l’esecuzione, sulla spiaggia presso il Sebeto e ricoperti con tumuli di pietre. La madre di Corradino accorse a Napoli, ma arrivò troppo tardi; ottenne solo che il corpo del figlio, fosse sepolto a sue spese: donò tutto il tesoro che aveva portato nella speranza di riscattare il figlio ai Carmelitani, che edificarono, con questo e successivi donativi, la Chiesa del Carmine e vi seppellirono i resti di Corrado e Federico. Questi furono in origine tumulati dietro l’altare maggiore. Il 30 aprile 1631, durante lavori di abbassamento del pavimento della Chiesa nella zona dietro l’altare maggiore, furono rinvenute due casse di piombo: una recava intagliata la scritta R.C.C., ovvero “Regis Corradini corpus”: all’interno lo scheletro con al fianco la spada, senza fodero, incredibilmente lucida; l’altra cassa conteneva i resti di Federico di Baden, ma non fu aperta. Quindi, prima della commissione del monumento da parte di Massimiliano di Wittelsbach, fino al 14 maggio 1847 le ossa del Principe riposavano nel Cappellone della Madonna, dietro l’altare maggiore, dove si venera l’antica immagine della Madonna Bruna e sono ora conservate diverse iscrizioni (v. infra), tra cui quella, frammentata, ritrovata nel 1670 nello sterrare un terrapieno nell’angolo del convento vicino le mura della città.

Nel 1351 venne eretta, a cura della corporazione dei cuoiai, una Cappella intitolata alla Santa Croce, che custodiva una colonna in porfido rosso alta due metri con la croce gotica in marmo posta sul luogo del primo interramento. Distrutta la Cappella da un incendio nel 1781, cinque anni dopo venne costruita una Chiesa (Santa Croce al Mercato), in cui venne riposta la colonna con la croce.

Infine, nel 1847, i resti dei due giovani vennero trasferiti nella base del monumento voluto da Massimiliano di Wittelsbach. Durante l’occupazione tedesca nella II Guerra Mondiale, Hitler ordinò di reperire i resti di Corradino e portarli in Germania, ma gli incaricati non riuscirono a trovarli perché, depistati dai carmelitani, non cercarono nel basamento dell’opera, ma sotto la stessa e nel pavimento.

– Epigrafi:

Sul monumento, frontalmente, si legge:

MAXIMILIAN KRONPRINZ VON BAYERN ERRICHTET DIESES DENKMAL EINEM VERWANDTENSEINES HAUSES DEM KONIG CONRADIN DEM LETZTEN DER HOHENSTAUFEN IM JAHR 1847 DEN 14 MAI

Quindi, sui lati:

ABSCHIED CONRADINS VON SEINER MUTTER ELISABETH
ABSCHIED CONRADINS VON SEINEM TODESGEFAHRTEN FRIEDRICH VON BADEN

Nella Cappella della Madonna si trovano ancora i marmi con le seguenti epigrafi:

qui giacciono corradino di stouffen figlio dell’imperatrice margarita e di corrado re di napoli ultimo de’ duchi dell’imperiale casa di svevia e federico di asburgo ultimo dei duchi d’austria

il giorno 14 maggio 1847 le ossa di corradino di svevia che stavano sepolte in una cassa di piombo dietro l’altare maggiore sono state deposte nel piedistallo del monumento a lui eretto nella navata della chiesa dirimpetto al pulpito

Ed ancora, un’altra lastra reca la traduzione dell’originaria iscrizione latina infranta per volere di Carlo I d’Angiò, ritrovata nel 1670 e di nuovo smarrita:

PER SFORTUNATO DESTINO DEI RE
CHE CON FAVOREVOLE INIZIO DI ARMI
ALLETTAVA ALLA AVITA CORONA
DEL REGNO DI NAPOLI
CORRADINO DI SVEVIA E FEDERICO D’AUSTRIA
DI PARI ANIMO PARI ETÀ E PARI FORTUNA
I QUALI SUBITO VINTI NELLA STESSA VITTORIA
TROVARONO INVECE DELLE PALME IL PIANTO
IN LUOGO DEL TROFEO LA FUGA
INFINE PARI AMBEDUE
PER L’INFAUSTO ESITO DELLA GUERRA
AMBEDUE CONDANNATI
PER UNICO ORDINE DI CARLO D’ANGIÒ
CONSEGUIRONO IL FERALE PALCO
INVECE DI UN TRONO
LA SCURE INVECE DELLO SCETTRO
E QUI IL SEPOLCRO INVECE DELL’AULA REGALE

26 ottobre 1269

Il testo latino originario così recitava1:

 

INFORTUNATO REGUM FATO

PROSPERIS ARMORUM EXORDIIS CONRADINUM SVEVUM ET FEDERICUM DE AUSTRIA PARI ANIMO, PARI AETATE CONIUNCTOS AD AVITAM REGNI NEAPOLIS CORONAM ALLICIENTI, QUI MOX IN VICTORIA VICTI APUS PALMAS LUCTUM PROPE TROPHAEUM FUGAM EXPERTI; TANDEM INFAUSTO BELLI EXITU AMBO CAPTI, AMBO UNA CAROLI ANDEGAVENSIS LEGE DAMNATI TRIUMPHALI PRO THRONO FERALE THALAMUM, PRO SCEPTRO SECURIM ADEPTI, HIC PRO AULA TUMULUM

VII KALDEND. NOVEMB. MCCLXIX

 

Infine, sotto l’ultimo scalino di accesso alla Cappella, si trova la scritta: il sepolcro di corradino di svevia fu sotto questo pavimento fino al 14 – 5 – 1847

– Famiglia. Come detto, Corradino era l’ultimo degli Hohenstaufen, nome che, letteralmente, significa alto Staufen, ed indica la parte delle alpi sveve dove sorse il primo Castello della stirpe. Nel 1079 Federico “Il Vecchio” divenne Duca di Svevia, nel 1138 a Coblenza il figlio Corrado fu eletto Imperatore del Sacro Romano Impero; la casata ebbe altri Imperatori con Federico I Barbarossa, Enrico VI, Filippo di Svevia, Federico II e Corrado IV; Enrico VI, Federico II e Corrado IV furono anche Re di Sicilia.

Arma: d’oro, all’aquila bicipite col volo abbassato di nero, accompagnata tra le due teste di un crescente montante, sormontato da un tortello di rosso.

 

CHIOSTRO

In tre nicchie del chiostro sono collocati tre gisant anonimi, due sul muro meridionale ed un altro sulla parete di fronte.

 

Giovanni Vitignano (m. 1407) ?

Il Milite Giovanni Vitignano (o Vitagliano) fu patrizio pisano. L’identificazione avviene, in verità, per esclusione, attribuendo al gisant l’unico nominativo compatibile tra quelli citati nelle fonti, una volta esclusi i due assegnati dal Filangieri (v. infra).

– Scultura. Gisant pertinente ad opera dispersa.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS MAG. MILITIS IOANNES VITIGNANI ALIAS VITAGN. PATRICII PISANI QUI OBIIT ANNO DOMINI M CCCC VII

– Sede e provenienza. Da una originaria, ignota collocazione l’opera venne spostata nella Cappella di Santa Maria del Soccorso, eretta nel 1480 sul lato sinistro della Basilica, di patronato della famiglia Vitignano; venne costruita dove nel 1435 Francesco Vitignano (m. 14 marzo 1480) aveva posto un altare al cui fianco compariva una lapide. Fu poi il figlio Giovanni, detto “Roccia”, a costruire la Cappella di famiglia.

– Famiglia. Di origine pisana, a Napoli la famiglia faceva parte della nobiltà fuori Seggio.

 

Innico d’Anna (m. 1440)

In realtà, il Cavaliere oggi si presenta anonimo, senza più né scritte né araldica che contribuiscano ad un riconoscimento; tuttavia, il Filangieri2 individua con precisione il gisant, riportandone anche l’epigrafe in marmo, all’epoca ancora visibile.

Innico (o Enrico) d’Anna (de Anna), detto “Il Monaco” (o anche “Monacello”), nipote del Cardinale Angelo Maria (m. 1428), in quanto figlio del fratello Giovanni, fu Capitano di cento cavalli per Re Ladislao di Durazzo e, come suo ambasciatore plenipotenziario, firmò la pace con Firenze il 31 dicembre 1410. Divenne quindi maggiordomo e Gran Siniscalco di Giovanna II di Durazzo; fu tra i principali fautori, per conto della Regina, di un’alleanza con Venezia siglata il 27 luglio 1416, per la quale ebbe dai Veneziani il patriziato veneto. Dopo l’uccisione di Sergianni Caracciolo nel 1432, gli subentrò nella carica di Gran Siniscalco del Regno. Alla morte della Regina, venne quindi designato tra gli esecutori testamentari e tra i sedici Baroni Governatori del Regno che avevano il mandato di consegnare il Regno al suo erede designato, Renato di Valois-Anjou. Questi concesse a lui ed alla famiglia di inserire i gigli di Francia nello stemma (1438).

– Epigrafe:

HENRICO DE ANNA MILITI HONORATO DUCTU ET AUSPICIO LADISLAI REGIS MILITUM PRAEFECTO ET OB INSIGNEM VIRTUTEM VENETORUM CIVITATE DONATO ET IOANNAE REGINAE MAGNO SENESCALLO, NEC NON ET IOANNELLO DE ANNA PRAECLARO VIRO, SCIPIO DE ANNA AVO ET PATRI B.M. SIBI ET SUIS SACRUM P. MCCCCXL

Successivamente, nel 1604 il giureconsulto Fabio d’Anna, nel ristrutturare il monumento e disporlo nel chiostro, dettò questa epigrafe:

MONACI DE ANNA MAGNI REGNI SENESCALLI ANTIQUAM INSCRIPTIONEM TEMPORIS VETUSTATE COLLAPSAM EX IMPRESSIS MONUMENTIS EXCERPTAM FABIUS DE ANNA IURE CONSULTUS AC REGIS A CONSILIIS EX EADEM FAMILIA EQUES RENOVAVIT ET STATUAM IACENTEM HUC TRANSTULIT KAL. MAII MDCIIII HENRICUS NOMINE VULGO MONACUS APPELLABATUR

– Scultura. Gisant pertinente ad opera dispersa. Lo stesso monumento funebre, come ricorda l’epigrafe, conteneva anche i resti mortali del figlio Giovannello (m. 1410) e del nipote Scipione d’Anna, anch’egli detto “Monaco”, cui si deve la prima epigrafe sotto trascritta.

– Sede e provenienza. All’interno della Chiesa la famiglia d’Anna aveva il patronato di una Cappella, detta di Sant’Antonio Abate, oggi scomparsa, che era la prima verso la tribuna nella navata di destra. Da questo sito, nel 1604, l’opera, in cattivo stato di conservazione, venne trasportata nel chiostro dal giureconsulto Fabio d’Anna; qui ne ricorda la presenza anche il d’Engenio3.

– Famiglia. Di origine romana, dalla gens Annaea. Iscritta in Napoli al Seggio di Portanova.

Armi:

più antica: troncato  nel primo cucito d’azzurro e nel secondo d’argento a tre bande di rosso

quindi: troncato, d’azzurro al crescente montante d’oro accostato da due stelle dello stesso e d’argento a tre bande di rosso.

Infine: inquartato, nel primo e nel quarto troncato d’azzurro ai tre gigli d’oro e d’argento a tre bande di rosso, nel secondo e nel terzo troncato d’azzurro al crescente montante d’oro accostato da due stelle dello stesso e d’argento a tre bande di rosso.

 

Nardo Coppola (m. 1461) ?

Anche qui, come nei casi precedenti, ci troviamo di fronte ad un Cavaliere anonimo, senza che una iscrizione o stemmi araldici aiutino l’individuazione. L’ipotesi di identificazione viene fornita ancora dal Filangieri4.

Nardo Coppola, figlio di Luigi, fu Milite nella marina di Alfonso d’Aragona. Padre di Giovanni.

– Epigrafe:

CLAUDITUR HOC NARDUS GENUIT QUEM COPULA BUSTO (…) A DOMUS STRUXIT QUOD PIA POSTERITAS MCCCCLXI

– Scultura. Gisant pertinente ad opera dispersa. La scultura viene attribuita a Jacopo della Pila5.

– Sede e provenienza. La sepoltura si trovava, in origine, nella Cappella di Santa Maria delle Grazie (poi intestata a San Nicola di Bari), posta all’ingresso della Chiesa sulla destra, da dove venne trasferita nel chiostro: qui la ricordano il d’Engenio, il de Lellis e successivamente il Filangieri6.

– Famiglia. Della famiglia Coppola (in antico Coppolati o Coppolato) si hanno notizie verso la fine dell’anno mille con Giovanni Coppolati, che possedeva ingenti beni in Napoli. Il ramo familiare del nostro personaggio era iscritto al Seggio di Portanova. Aveva una Cappella in Santa Maria La Nova ed un’altra in San Giorgio Maggiore, mentre il ramo appartenente al Seggio di Montagna ne aveva una in Sant’Agostino alla Zecca.

Armi:

la più antica: d’azzurro, alla coppa d’oro.

ramo iscritto al seggio di Portanova: d’azzurro, alla coppa d’oro sostenuta da due leoni d’oro.

Motto: fides et pietas.


NOTE

1 In Matteo Camera: “Annali delle Due Sicilie: dall’origine e fondazione della monarchia fino a tutto il regno dell’augusto sovrano Carlo III Borbone” (Stamperia e Cartiere del Fibreno. Vol I. Napoli, 1841).

2 Gaetano Filangieri: “Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane” (Accademia reale delle scienze, volume III, Napoli, 1884).

3 Cesare d’Engenio Caracciolo: “Napoli Sacra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1623).

4 Gaetano Filangieri, op. cit. In verità il d’Engenio attesta la sepoltura in Santa Maria del Carmine Maggiore di tre Cavalieri del ‘400 (o precedenti): Giovanni Vitigliano, Innico d’Anna e Nardo Coppola. Per uno dei tre l’attribuzione del gisant al d’Anna è assicurata dall’iscrizione riferita dal Filangieri.

5 Così Antonella Dentamaro in “Qualche novità su Jacopo della Pila, con una digressione su alcune sculture napoletane nel Victoria and Albert Museum” (in “Prospettiva. Rivista di storia dell’arte antica e moderna”, luglio-ottobre 2017). L’autrice suggerisce una datazione verso il 1480.

6 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.; Carlo De Lellis: “Supplimento a Napoli Sacra di Don Cesare d’Engenio Caracciolo” (Roberto Mollo Ed., Napoli, 1654); Gaetano Filangieri, op. cit.

NOTE 1 In Matteo Camera: “Annali delle Due Sicilie: dall’origine e fondazione della monarchia fino a tutto il regno dell’augusto sovrano Carlo III Borbone” (Stamperia e Cartiere del Fibreno. Vol I. Napoli, 1841). 2 Gaetano Filangieri: “Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane” (Accademia reale delle scienze, volume III, Napoli, […]