CONTROFACCIATA
Sul lato destro dell’entrata dal portale maggiore
Agnese di Durazzo (m. 10 febbraio 1383)
e
Clemenza di Durazzo (m. 1370)
Agnese e Clemenza erano la seconda e terza figlia di Carlo Duca di Durazzo (1323-1248) e di Maria d’Angiò (1329-1366), dopo Giovanna (“Giovannella di Durazzo”); tutte erano sorelle maggiori di Margherita, che divenne però Regina di Napoli sia per aver sposato il 24 gennaio 1370 Carlo III di Durazzo, sia perché incoronata “iure proprio” il 25 novembre 1381, dopo che Giovanna era stata esclusa dalla successione da Papa Urbano V per aver sposato, contro il consenso di questi, Luigi d’Evreux, mentre Agnese aveva rinunziato e Clemenza era premorta.
Agnese (1345-1383) sposò il 06.06.1363 Cansignorino della Scala (1340-1375), poi, morto questi, il 16.09 (o 02).1382 si risposò con Jacopo del Balzo (1354 ca.-1383), Principe di Taranto (1374), Principe d’Acaia (1380), Imperatore titolare di Costantinopoli (1374), figlio di Francesco del Balzo e Margherita di Taranto.
Clemenza (1346ca-1370) morì senza essersi sposata.
– Epigrafe:
HIC IACENT CORPORA ILLUSTRISSIMARUM DOMINARUM DOMINAE AGNETIS DE FRANCIA IMPERATRICIS COSTANTINOPOLITANAE AC VIRGINIS DOMINAE CLEMENTIAE DE FRANCIA FILIAE QUOND. ILLUSTRISSIMI PRINCIPIS DOMINI KAROLI DE FRANCIA DUCIS DURACII QUARUM ANIMAE REQUIESCANTI IN PACE AMEN
– Scultura. L’opera è strutturata secondo il modello tipico della tomba a baldacchino introdotto da Tino da Camaino; viene attribuita ad Antonio Baboccio da Piperno: in realtà, è probabile che il monumento venne realizzato in diversi momenti, ad iniziare dalla morte di Agnese che aveva lascito indicazioni e denaro per la sua tomba; quindi, verso il 1409, la Regina Margherita di Durazzo, sorella minore delle defunte, commissionò al Baboccio il completamento dell’opera, che era interamente colorata e costituirebbe il primo monumento funerario del Piperniate. Agnese è ritratta in primo piano, col capo velato e la corona ducale, Clemenza in secondo piano a volto scoperto. Come molti altri monumenti di Santa Chiara, anche questo venne parzialmente distrutto nel bombardamento del 4 agosto 1943 e ricostruito all’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sebbene con qualche distonia1. L’opera possedeva tre cariatidi invece delle due attuali; probabilmente, durante i lavori di ripavimentazione della Basilica del 1703-1705, una delle tre andò perduta e quella posta a destra venne sostituita con altra rappresentante la Fede: l’originaria cariatide (Fede o Speranza), attribuibile ad Alessio di Vico, è ora conservata nel Coro delle Clarisse.
– Sede e provenienza. In origine, il monumento venne collocato nella crociera, accanto a quello della madre Maria d’Angiò, secondo una politica della casa di Durazzo che tendeva ad occupare per sé gli spazi collocati sulla sinistra dell’altare maggiore (così in Santa Chiara, in San Lorenzo, al Duomo di Salerno). Dopo il restauro postbellico, venne dapprima provvisoriamente sistemato dove si trovava quello di Carlo Duca di Calabria (in restauro), quindi venne trasportato nell’attuale posizione.
CAPPELLA di Sant’Agnello Abate – 2^ a destra
e
CAPPELLA di San Benedetto Abate – 3^ a destra
Accostato alla parete sinistra della 2^ Cappella a destra:
Roberto di Diano (m. 11 novembre 1354)
Cavaliere dell’Ordine del Nodo, Signore di Brienza. Figlio di Marino di Burgenza (m. 15 novembre 1342) e Fiamega Galitiano (m. 1348). Gran Ciambellano sotto la Regina Giovanna I d’Angiò.
– Epigrafe (d’Engenio)2:
HIC IACET CORPUS VIRI MAGNIFICI DOMINI ROBERTI DE BURGENTIAE MILITIS IPSIUS GRE. BURGENTIAE (…) CAMEROTI ET CAMPORAE DOMINI QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLIIII DIE XI MENSIS NOVEMB. VIII INDICT.
– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago, oggi posto su di un poggiolo in muratura.
Dovrebbero riferirsi a Roberto di Diano ed al padre Marino di Burgenza i due sarcofagi anepigrafi presenti nella terza Cappella a destra, ascrivendosi al primo quello che sul fronte presenta due Cavalieri inginocchiati, ed è attualmente addossato alla parete destra: le armature dei Cavalieri oranti sono identiche a quella del gisant di Roberto di Diano.
Il gisant che è stato posto sull’arca di Antonio Penne, a destra in questa seconda Cappella, è riferibile a3
Marino di Burgenza (m. 15 novembre 1342) ?

Marino fu Cavaliere, Maestro Razionale della Magna Curia, giudice, Signore di S. Pietro della Valle, Burgenza, Camerota, Campora. Sposò Fiamega Galitiano (m. 12 giugno 1348) con la quale ebbe come figli Roberto, poi detto di Diano (m. 11 novembre 1354) e Giovanna.
– Epigrafe (d’Engenio)4:
HIC IACET CORPUS VIRI MAGNIFICI DOMINI MARINI DE DIANO MILITIS REGIAE REGINALISQUE CURIAE MAGISTRI RATIONALIS BURGENTIAE CAMEROTAE ET CAMPORAE DOMINI QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXXII DIE XV NOVEMB XI INDICT.
– Scultura. La figura è ritratta in abiti curiali. Il Gaglione nota la similitudine tra la decorazione del guanciale di Marino e Roberto di Diano con quella del Cavaliere anonino oggi nel Museo di San Lorenzo; le opere sarebbero riferibili alla stessa mano.
– Sede e provenienza. In origine, la famiglia di Diano aveva il patronato della 3^ Cappella a destra, mentre questa 2^ era dei del Balzo, i cui sepolcri vennero trasportati nella 7^ Cappella a destra nel 1615. I sarcofagi di Marino e Roberto potrebbero essere quelli presenti nella successiva 3^ Cappella a destra (Cappella di San Benedetto Abate); secondo altri apparterrebbero, invece, alla famiglia del Balzo5. Intorno alla metà del settecento i due gisant erano stati collocati a sinistra della porta maggiore, per ricevere l’attuale posizione nel 1840 durante gli interventi di restauro diretti da Nicola Montella. Nella Cappella ove erano i sepolcri di Marino e del figlio Roberto era presente anche la sepoltura della moglie del primo, Fiamega Galitano (o Fiaminga Galliciana)6.
– Famiglia. Il casato, che prende il nome dall’omonima città (Diano, oggi Teggiano) e dal relativo Castello, proveniva dal Piemonte e venne nel Regno con Carlo I d’Angiò: i primi componenti furono forse i fratelli Drugo e Girasio. A Napoli era iscritta al Seggio di Nido. Erano loro patronato anche una Cappella al Duomo ed un’altra in San Giovanni a Carbonara, mentre in San Pietro a Maiella era sepolto Giovanni di Diano (m. 22 novembre 1328), Cavaliere dell’Ordine del Nodo. Successivamente, si trova un altro Giovanni di Diano in Santa Maria delle Grazie a Caponapoli in un sepolcro del 1490.
Arma: d’azzurro a tre scaglioni, di cui uno di rosso su due d’argento, accompagnati da tre stelle d’oro ad otto punte.
CAPPELLA San Pietro d’Alcantara – 4^ a destra
Addossato al lato destro della Cappella vi è un sepolcro di
Nobildonna anonima
La figura sul sarcofago rappresenta una nobildonna laica in abiti monacali claritani. l’opera, di eccellente qualità, è attribuita al cd. maestro durazzesco. Non compaiono né il nome della defunta né la sua data di morte. L’araldica propone, da un lato, uno scudo bipartito con lo stemma dei d’Artois, e dall’altro un leone rampante, che, sebbene piuttosto diffuso, può coincidere con quello degli Acciaiuoli. Secondo la più accreditata delle varie tesi7, potrebbe trattarsi di Andreina (o Andreagia, Andreola, Andrea) Acciaiuoli (1320-post 1373), donna tanto bella che Giovanni Boccaccio volle dedicarlo l’opera “de muliebris claris” (1362). sorella del Gran Siniscalco Niccolò Acciaiuoli (1310-1365), Andreina sposò Carlo II d’Artois (m. 1345), Gran Camerlengo. Carlo ed il figlio Bertrando vennero condannati a morte per aver partecipato all’assassinio di Andrea d’Ungheria, marito della Regina Giovanna I d’Angiò, ucciso il 18 settembre 1345; l’esecuzione avvenne nel 1345, oppure, secondo altri, nel 1346. rimasta vedova, la Contessa sposò poi (1368?), alla presenza della Regina Giovanna I d’Angiò, Bartolomeo II di Capua, II Conte di Altavilla (m. 1395?); i due ebbero come figli Giulio Cesare di Capua, sepolto nel Duomo di Capua (v. ultra) e Francesca. l’altra sorella di Niccolò ed Anderina, Lapa, riposa nella certosa di Firenze.
– Sede e provenienza. Fin dal Trecento la Cappella, oggi dedicata a San Pietro d’Alcantara, era in patronato della famiglia d’Artois. In origine la quarta e la quinta Cappella (questa della famiglia Carbonelli) erano comunicanti; una parete divisoria venne introdotta probabilmente nel Seicento e rimossa nei restauri post bellici; così il monumento, prima addossato sul muro di sinistra, eliminato questo, venne trasportato a destra dove è visibile adesso.
CAPPELLA dei Miracoli Antoniani – 2^ a sinistra
Drugo de Merlot (m. 5 dicembre 1339)
Figlio di Carlo de Merlot ed Isabella d’Alneto, Drugo (indicato anche come Dragone o Drugone) fu Cavaliere e Ciambellano della Real Corte, Signore di Saint Brix in Francia e di Lavello in Basilicata, di Albidona e Calvi. Sposò Robertella di Gesualdo e, quindi, Isabelle d’Eppes, da cui ebbe come figli Carlo, Nicola, Giovanni (o Giovanna) e Sancia Filippa.
– Epigrafe:
HIC IACET VIR MAGNIFICUS ET EGREGIUS DNS DRUGO DE MERLOTO MILES STRENUUS SANCTI BRIVI ET LAVELLI DNS DE GENERE FRANCORUM FILIUS DNI KAROLI DE MERLOTO ET DNAE ISABELLAE DE ALNETO, QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXVIIII, DIE V DECEMBRIS VIII INDICTIONIS CUIUS AIA REQUIESACT IN PACE AMEN
– Scultura. Monumento funebre a parete con gisant poggiante su sarcofago. L’opera è attribuita al cd. Maestro Durazzesco e venne eseguita dopo il 1340 su commissione del figlio Carlo oppure della seconda moglie di Drugo, Isabella.
– Sede e provenienza. La Cappella era di proprietà della famiglia de Merlot.
– Famiglia. Di origine germanica, la famiglia de Merlot(o) (o Merloto) aveva come antico cognome d’Alemagna (corrotto in Lamagna); pare che questo venne abbandonato dopo la vittoria di Carlo I su Corradino; anche nell’iscrizione di questo monumento non si tralascia di sottolineare un’origine “de genere francorum”. I d’Alemagna vennero in Italia con i Goti; a loro alcuni ascrivono la fondazione della Chiesa di San Giovanni a Mare8.
Arma: di rosso a due gemelle d’oro accompagnate da otto merlotti d’argento disposti tre in capo e tre in punta; nel canton destro lo scudo dei Durazzo, che è d’azzurro caricato di sei gigli d’argento con un lambello di tre pendenti di rosso nel capo.
Niccolò de Merlot (m. 30 agosto 1358)
Secondo figlio di Drugo de Merlot ed Isabelle d’Eppes, Niccolò (o Nicola) non si sposò.
– Epigrafe:
CORPUS MAGNIFICI MERLOTI EST HIC NICOLAI PENULTIMO SECUN. AUGUSTI DIE CLAUSIT EXTREMUM ANNO MILLENO TRICENO QUINQUAGESIMO OCTAVO ANIMAE ISPIUS DEUS DET GAUDIA PIUS
– Scultura. Gisant poggiante su sarcofago a parete. Anche quest’opera viene attribuita al cd. Maestro Durazzesco (o alla sua cerchia), probabilmente su commissione della madre del defunto, Isabelle d’Eppes, come confermerebbe la presenza alternata, sul fronte del sarcofago, degli stemmi de Merlot e d’Eppes.
Isabella d’Alneto (m. 3 ottobre 1341)

Isabella era madre di Drugo de Merlot e moglie di Carlo. Dopo la morte di quest’ultimo, si risposò con Ludovico di Savoia. Fu damigella di Maria di Valois (moglie di Carlo l’Illustre) ed abitò con lei a Castel Nuovo.
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS MAGNIFICAE MULIERIS DOMINAE YSABELLAE DE ALNETO CONSORTIS QUONDAM MAGNIFICI VIRI DNI LODOICI DE SABAUDIA, QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXI, DIE III MENSIS OCTOBRIS X INDICTIONIS CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN
– Scultura. Lastra di copertura di sarcofago (non più esistente). Secondo un costume diffuso al tempo, la defunta è raffigurata in vesti ecclesiastiche.
– Famiglia. La famiglia d’Aulnay (italianizzato in d’Alneto) era di origine francese: i fratelli Gualtiero (Gran Siniscalco di Provenza), Germondo, Nicola e Giovanni vennero in Italia al seguito di Carlo I d’Angiò. Datano quindi al 1269 le prime notizie su Rodolfo.
Arma: partito, nel 1° di rosso un mezzo leone d’oro nascente, nel 2° d’oro.
CAPPELLA del Sacro Cuore di Gesù – 3^ a sinistra
Sul lato sinistro:
Raimondo de Cabannis (m. 25 ottobre 1334)
Milite, venne definito da Boccaccio “vir extrema audacia”. Siniscalco del Re; prima anche Ciambellano e Marescalco di Carlo Duca di Calabria. Di origine africana, arrivò a Napoli come schiavo venduto dai pirati; convertitosi al cristianesimo, ereditò il nome e la carica dal Signore che lo aveva acquistato, maestro delle cucine reali sotto Re Roberto d’Angiò. Sposò (forse a Santa Maria la Nova) il 6 febbraio 1305 Filippa da Catania, nota come Filippa la Catanese (m. 1346), scelta nel 1299 da Re Roberto come balia di Ludovico (figlio suo e di Violante d’Aragona), poi di Giovanna e Maria (figlie di Carlo Duca di Calabria); fu condannata a morte assieme al figlio Roberto per la partecipazione all’assassinio di Andrea d’Ungheria. Raimondo ebbe come figli Carlo (m. 1340) e Perrotto, Cavalieri, nonché Roberto (m. 2 agosto 1346)9.
– Epigrafe:
HIC IACET RAYMUNDUS DE CABANIS MILES REGII HOSPITII SENESCALLUS QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXIV DIE XXV OCTOBRIS TERCIAE INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE
– Scultura. Gisant poggiante su sarcofago. L’opera (o almeno la figura del Cavaliere) potrebbe ricondursi alla bottega di Tino da Camaino.
Sul lato destro:
Perrotto de Cabannis (m. 29 marzo 1336)
Milite, figlio di Raimondo, fu Gran Ciambellano del Re. Sposò Francesca de Bondono ma non ebbe figli.
– Epigrafe:
HIC IACET DNS PERROCTUS DE CABANIS MILES REGIUS CABELLANUS FILIUS DNS RAYMUNDI DE CABANIS REGII HOSPICII SENESCALLI MORTUUS EST ANNO DOMINI MCCCXXXVI DIE XXIX MARTII INDICT. IIII CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN
– Scultura. Mentre il sarcofago si trova addossato alla parete destra, la lastra tombale è collocata in verticale sulla parete di fronte, e reca la scritta: perroctus de cabanis miles regius.
La lastra potrebbe riferirsi ad una prima tomba provvisoria, risultando atipico sia reperire un’epigrafe sulla lastra e sulla cassa sia la maggiore superficie della prima rispetto alla seconda10.
– Sede e provenienza. La Cappella era patronato della famiglia de Cabannis col nome di Santa Maria di Costantinopoli. In essa erano sepolti anche Sighilgaita Filomarino (m. 13..), moglie di Roberto, ed, in altre tombe, il loro figlio Francesco (m. 1386), ed i figli di quest’ultimo Giacomo, Luigi, Marchionne e Petruccia, morti ragazzi (“pueri” diceva l’epitaffio) di peste nel settembre 1384. Quanto rimane di questo sepolcro potrebbe essere identificato nel fronte di un sarcofago trecentesco oggi murato nella 9^ Cappella di sinistra.

– Famiglia. Abbiamo sopra ricordato l’origine e l’ascesa di Raimondo de Cabanni, capostipite della famiglia, il cui nome è riportato anche come de Cabanis, o Cabanni.
Arma: fasciato ondulato d’argento e d’azzurro.
Sul sarcofago di Raimondo ne compare anche un’altra: d’argento alla fascia di rosso, caricato di quattro stelle a sei punte, di cui tre in capo ed una alla punta.
Nella lastra di Perrotto, invece, compare il primo scudo sopra ricordato, ma trinciato da una banda rossa (barrato di rosso).
CAPPELLA di San Francesco d’Assisi – 7^ a sinistra
Sul lato sinistro:
Raimondo del Balzo (5 agosto 1375)
Figlio di Ugo (“Ugone”) del Balzo (m. 1319), Signore di Soleto, e Iacopa Della Marra, Raimondo (1303ca.-5 agosto 1375) fu poi nominato Conte di Soleto nel 1352; fu anche Conte di Ascoli (1332), Ciambellano Regio nel 1332, Capitano Generale e Giustiziere di Capitanata nel 1335 e nel 1347, Capitano Generale e Giustiziere di Terra di Lavoro (1335-1337), Maresciallo del Regno di Sicilia nel 1338-1342 e nel 1342-1351, Capitano Generale della Puglia nel 1341, Capitano Generale della Valle di Benevento nel 1343, Capitano a guerra di Napoli nel 1350, Gran Camerlengo del Regno di Sicilia (1352-1375), Governatore di Barletta e Brindisi nel 1355, Capitano Generale in Sicilia nel 1355, Regio Consigliere (1367-1375); fu anche castellano di Brindisi e di Barletta. Venne catturato dagli aragonesi in una battaglia presso Catania, ma venne poi rilasciato in uno scambio di prigionieri. Si sposò forse con Caterina Lagonissa (m. 1330), di certo con Margherita d’Aquino, Contessa di Ascoli, e l’11 febbraio 1337 con Isabelle d’Eppes, da cui ebbe quattro figli morti in giovane età. Non lasciò discendenti. Aveva due sorelle, Sveva del Balzo (1305 – 1366) e Beatrice (m. 1 marzo 1336). Nominò erede universale il nipote Nicola Orsini, figlio della prima sorella, Sveva del Balzo, che aveva sposato nel 1330 Roberto Orsini, a condizione che premettesse al suo cognome quello dei del Balzo; il figlio di Sveva e Nicola, Raimondo (detto “Raimondello”) del Balzo Orsini, venne anche egli adottato dal prozio Raimondo e dalla moglie Isabelle; sposò Maria d’Enghien, che, dopo la sua morte (17 gennaio 1406), divenne la terza moglie di Re Ladislao di Durazzo.
– Epigrafe:
MAGNANIMUS, SAPIENS, INSIGNIS, PROVIDUS UNUS
CLAUDITUR HOC SAXO, NON FAMA, CARNE SEPULTUS
BAUCIA QUEM GENUIT CLARA ET GENEROSA PROPAGO
MAGNIFICOSQUE EDUXIT AVOS SIBI BAUCIA TELLUS
MENTE DEUM VERITUS RAYMUNDUS ET IPSE VERENDUS
NON TERRENA FUIT POTIUS COELESTIS IMAGO
SOLETIQUE COMES REGNI CAMERARIUS HUIUS
MILITIAEQUE DECUS VIRTUTIS AMATOR ET OMNES
JURE BONOS COLUIT QUANTUM RESPUBLICA PASSA EST
MORTE SUA DOCUIT AD COELICA REGNA VOCATUS.
MILLE FLUUNT ANNI TERCENTUM SEPTUAGINTA
QUINQE SIMUL POSITIS INDICTIO DENAQ. TERQUE
AUGUSTUS TUNC MENSIS ERAT, TUNC QUINTA DIESQUE
– Scultura. Gisant poggiante su sarcofago. Il defunto indossa abiti civili, come di uso tra i Reali angioini. Si ipotizza che i monumenti di Raimondo ed Isabella, posti in origine nella 2^ Cappella a destra, fossero contigui, disposti sulla parete d’altare, ed i loro baldacchini avessero una colonna centrale in comune. Inoltre, essi probabilmente presentavano una zoccolatura nella parte bassa e leoni stilofori11.
– Sede e provenienza. La famiglia aveva, dal 1328 (o dal 1336), il patronato di due Cappelle in Santa Chiara, una per il ramo dei Conti di Soleto e l’altra per i Duchi di Andria, che poi si estinsero. Il 10 dicembre 1615 Girolamo del Balzo ottenne il riconoscimento del patronato sulla 7^ Cappella a sinistra, affidandone, l’anno dopo, i lavori di ristrutturazione all’Architetto Dionisio Lazzari; in questa Cappella trasportò i sepolcri a baldacchino della 2^ Cappella di destra di Raimondo ed Isabella, nonché quello di Beatrice (m. 1 marzo 1336), sorella del primo e moglie di Francesco De La Rath: il sarcofago di Beatrice si trova ora nei Sotterranei gotici di San Martino. Durante lo spostamento vennero perduti i baldacchini cuspidati. Una iscrizione sul pavimento ricorda l’evento: hic ubi hyeronimus baucius gentilium suorum ossa collegit sepulcvrum quoq. sibi vivens posterisque suis p. anno domini mdcxvi
La Cappella è forse l’unica della Chiesa a conservare per intero la decorazione barocca dopo gli interventi seguiti al bombardamento del 4 agosto 1943. E’ stata infine restaurata nel 2006.
– Famiglia. La famiglia del Balzo (de Baux) era originaria della Provenza; secondo una leggenda, ivi, presso la rocca conosciuta come les Baux, si sarebbe rifugiato uno dei Re Magi, Baldassarre; i suoi discendenti avrebbero preso poi il nome da quel luogo (quali Signori di Les Baux). Si trasferirono nel Regno al seguito di Carlo I d’Angiò con Barral (o Hugone Barral, m. 1268), Gran Giustiziere, ed il figlio Bertrando II (m. 1305), poi Conte di Avellino, tra i più valorosi cavalieri nella battaglia di Benevento (26 febbraio 1266). Il cognome venne latinizzato in del Balzo (o de Baucio). I del Balzo avevano anche il patronato di una Cappella in San Lorenzo, dove in un sepolcro doppio si trovavano i fratelli Bertrando (m. 17 agosto 1337) e Francesco del Balzo (m. 25 luglio 1337).
Armi:
la più antica: di rosso alla cometa di sedici raggi d’argento.
Successivamente: inquartato, nel 1° e 4° di rosso alla stella a 16 raggi d’argento; nel 2° e 3° d’oro alla cornetta d’azzurro legata e guarnita di rosso.
Sul lato destro:
Isabelle d’Eppes (m. 14 luglio 1375)
Contessa, era figlia del Cavaliere Jean (Giovanni) II d’Eppes (m. 1336), Gran Siniscalco del Regno, e di Altruda di Drogone; divenne erede universale del padre dopo la morte del fratello Giovanni. Il nome viene italianizzato in Isabella de Apia (o semplicemente Apia). Terza moglie di Raimondo del Balzo, era già stata sposata con Adinolfo d’Aquino, poi con Drugo Merloto. Dal primo aveva avuto come figlio Tommaso, sepolto in San Domenico nella 8^ Cappella a destra (v. supra), dal secondo Niccolò, sepolto come Drugo, nella 2^ Cappella a sinistra (v. supra).
– Epigrafe:
IAM TENET ASTRIGERAS SEDES TERRENA RELINQUENS
EXCELSIS SUSCEPTA LOCIS COELOQUE LOCATA
QUAM PREMIT HIC TUMULUS, TANTO BENE IUNCTA MARITO
QUANTUM CARMINIBUS CELEBRAT LAPIS IPSE PROPINQUUS.
HAEC SPECULUM VITAE FUIT, HAEC ET REGULA MORUM
CASTA, HUMILIS, MISERANS CUNCTIS, MANSUETA, MODESTA
FEMINA NON FRAGILIS SED VERIUS ALMA VIRAGO.
HIC EST ISABELLA CELEBRI SIC NOMINE DICTA
DEQUE APIA CLARUM TRAXIT COGNOMEN AVORUM,
FRANCIA QUOS GENUIT, MEMORAT CONQUESTAQUE REGNA.
MORTUA NON MORITUR QUIA FAMA DAT MAXIMA VIRTUS.
MILLE FLUUNT ANNI TERCENTUM SEPTUAGINTA
QUINQUE SIMUL POSITIS. INDICTIO TERTIA DENA.
IULIUS HANC RAPUIT DECIMA POST QUARTA DIESQUE
– Scultura. La figura femminile poggia su un sarcofago. I due monumenti, di Raimondo ed Isabella, sono di eguali dimensioni e simili in quanto a struttura.
– Sede e provenienza. Le due tombe (di Raimondo ed Isabella) si trovavano, in origine, nella 2^ Cappella a destra, patronato, come sopra illustrato, della famiglia del Balzo.
– Famiglia. La famiglia, di origine francese, scese nel Regno con Jean d’Eppes I (m. 12 novembre 1293), che venne nominato Gran Siniscalco con Carlo I d’Angiò (1285). Prende il nome dal feudo omonimo in Piccardia. L’arma della famiglia recava cinque aquile.
CAPPELLA di Santa Maria degli Angeli – 8^ a sinistra
Sulla parete di fronte, sopra l’altare, vi è il fronte di un sarcofago, attibuito a
Violante Sanseverino (m. 3 settembre 1373)

L’identificazione veiene eseguita sulla base all’araldica presente e delle fonti. Quarta figlia di Enrico (m. 1399) e Caterina de Toulouse-Lautrec, Violante sposò nel 1367 Amelio de Joinville, IV Conte di Sant’Angelo, con dispensa Papale; premorì al marito. Ebbe come fratelli Ruggero, Ludovico e Giovannella.
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS MAGNIFICAE DOMINAE VIOLANTE DE SANCTOSEVERINO S. ANGELI COMITISSAE, QUAE AD CELESTEM PATRIAM EVOLAVIT ANNO DOMINI MCCCLXXIII DIE III MANSIS SEPTEMB. XII IND.
– Scultura. Come detto, si tratta di parte del fronte di un sarcofago (non più esistente). Non può escludersi che altri elementi dell’opera possano identificarsi con due frammenti trecenteschi, conservati nel Coro delle Clarisse, in cui si leggono le armi dei Sanseverino e dei de Joinville.
– Sede e provenienza. Il monumento era in origine collocato nella settima Cappella a destra, appartenente ai de Joinville, come ricorda il d’Engenio. Successivamente, andato evidentemente smembrato il sarcofago, la lastra venne riutilizzata in altra Cappella per essere recuperata solo nel 1776 ed infine murata nell’odierna posizione. La Cappella di Santa Maria degli Angeli era ab antiquo di patronato della famiglia Mansella; nel ‘500 passò quindi ai Mascambruno di Benevento ed infine ai Piscicelli; contiene oggi i sepolcri dei De Vivo Piscicelli.
– Famiglia. Di origine normanna. Capostipite fu Ruggero (m. 2 novembre 1023), figlio di Crispino Duca di Arnes. I figli di Ruggero furono Turgisio, da cui discendono i Sanseverino, Angelo, da cui derivano i Filangeri, e Silvano, da cui discendono i Gravina. Turgisio scese nel sud Italia nel 1045 con Roberto il Guiscardo ed ottenne la Contea di Sanseverino, da cui trae il nome la stirpe. A Napoli i Sanseverino furono aggregati al Seggio di Nido.
Armi:
la più antica: d’argento.
Poi (dopo la battaglia di Benevento): d’argento alla fascia rossa.
Ramo dei conti di Tricarico: d’argento alla fascia rossa con la bordura di azzurro intorno allo scudo.
Cimiero — Cavallo sfrenato uscente — Mantello e Corona di Principe. Lo Scudo accollato dalla Croce di Malta.
Motto: Nec morsus timebo.
PRESBITERIO
Accostati alla parete terminale della Basilica, che non presenta un vero e proprio abside, vi sono i monumenti sepolcrali di Re Roberto d’Angiò, del figlio Carlo, Duca di Calabria, e della figlia di quest’ultimo Maria, mentre sul lato destro vi è quello di Maria di Valois, seconda moglie di Carlo Duca di Calabria12. Tutti subirono ingenti danni per il bombardamento del 4 agosto 1943.
Re Roberto d’Angiò (m. 16 gennaio 1343)
Roberto d’Angiò (S.M. Capua Vetere, 1278-Napoli, 16 gennaio 1343), detto “Il Saggio”, era il quarto figlio (terzo maschio) di Re Carlo II d’Angiò e Maria Arpad d’Ungheria. Fu Re di Napoli (1309), Duca di Calabria (1297), Principe di Salerno (1304), Conte di Provenza, Forcalquier e Piemonte (1309), Re titolare di Gerusalemme (1309); sposò il 23.03.1297 a Roma Violante Perez d’Aragona (1273-1302), figlia di Pietro III (1239-1285), Re di Aragona (1276) e di Sicilia (1282); morta questa, il 21.06.1304 sposò a Collioure (Perpignan) Sancha d’Aragona (1285-1345), figlia di Giacomo II d’Aragona (1243-1311), Re di Maiorca (1276). Sotto il suo governo Napoli raggiunse i 36.000 abitanti e divenne la prima metropoli d’Italia. Mecenate, protettore delle arti, la sua corte fu famosa per l’attività di Giotto, Simone Martini, Pierto Cavallini, Tino da Camaino, Petrarca, Boccaccio, Bartolomeo di Capua; allestì una straordinaria biblioteca13.
– Epigrafe (dettata dal Petrarca):
CERNITE ROBERTUM REGEM VIRTUTE REFERTUM
– Scultura. L’opera, alta 15 metri, venne commissionata dalla Regina Sancha quattro settimane dopo la morte del marito, e fu eseguita dai fratelli Pacio e Giovanni Bertini da Firenze nel 1343-46; rappresenta il più importante esempio di scultura fiorentina a Napoli. Il volto del Re venne modellato su un calco funerario. In attesa del completamento dell’opera era stato allestito un sepolcro provvisorio, il cui gisant, come si vedrà più avanti, è custodito in un arcosolio all’intero del Coro delle Clarisse, sempre nella basilica di Santa Chiara (v. infra). Fortemente danneggiato dal bombardamento del 1943, il monumento fu il primo ad essere ripristinato, ma sono naturalmente visibili le mancanze, le parti che non fu possibile ricostruire. Nell’opera compare anche la nipote Giovanna I, nell’unica sua raffigurazione marmorea; la sepoltura della Regina, avvenuta in Santa Chiara da parte di Carlo III di Durazzo, non è mai stata reperita. Nel Museo dell’opera di Santa Chiara, si ammirano quindi i busti processionali in legno di Roberto e della moglie Sancha di Maiorca, di fattura ottocentesca. Un’altra raffigurazione del Re, in bassorilievo, si trova nel monumento funebre della madre, la regina Maria d’Ungheria, in Santa Maria Donnaregina. L’immagine più famosa di Re Roberto resta tuttavia il quadro del 1317 di Simone Martini “San Ludovico di Tolosa che incorona il fratello Roberto d’Angiò”, in origine collocato in San Lorenzo ed ora esposto al Museo di Capodimonte in Napoli. Tra i dipinti, un’altra nota raffigurazione del Sovrano, in veste da Re Mago, si rinviene nel polittico di ignoto napoletano della fine del ‘400 conservato nel Museo della Certosa di San Martino; vi è rappresentato anche il figlio Carlo l’Illustre. Diverse sono poi le minature che lo ritraggono, tra cui la Bibbia d’Angiò (dove compare assieme alla moglie Sancha), realizzata nel 1340 circa da Cristoforo Orimina.
– Arma: partito in 1 d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello rosso e in 2 d’argento alla croce potenziata d’oro con quattro croci agli angoli dello stesso.
Carlo d’Angiò (m. 9 novembre 1328)
Figlio di Re Roberto d’Angiò e Iolanda d’Aragona, Carlo (Napoli, 1298-Napoli, 9 novembre 1328), detto “L’Illustre”, fu Duca di Calabria (1309) ed erede al trono di Napoli, che non poté conseguire perché premorto al padre; sposò nell’ottobre 1316 Caterina d’Asburgo (1295-1323), figlia di Alberto I d’Asburgo (1255-1308), Duca d’Austria (1282) e Re dei Romani (1298); scomparsa questa, l’11.01.1324 sposò Maria di Valois (1309-1332). Alla morte di Re Roberto, divenne Regina la prima figlia di Carlo “L’Illustre”, Giovanna I (1327-1382), prima donna in Italia a divenire Regina per diritto proprio in deroga alla cd. Legge Salica.
– Epigrafe:
HIC IACET PRINCEPS ILLUSTRIS DOMINUS CAROLUS PRIMOGENITUS SERENISSIMI DOMINI NOSTRI DOMINI ROBERTI DEI GRATIA HIERUSALEM ET SICILIAE REGIS INCLITI DUX CALABRIAE ET PRAEFATI DOMINI NOSTRI REGIS VICARIUS GENERALIS QUI IUSTITIAE PRAECIPUUS ZELATOR ET CULTOR AC REIPUBLICAE STRENUUS DEFENSOR OBIIT AUTEM NEAP. CATHOLICAE RECEPTIS SACROSANCTAE ECCLESIAE OMNIBUS SACRAMENTIS ANNO DOMINI MCCCXXVIII INDICT. XII ANNO AETATIS SUAE XXX REGNANTE FELICITER PRAEFATO DOMINO NOSTRO REGE REGNORUM EIUS ANNO XX
– Scultura. Il monumento fu eseguito da Tino da Camaino, che lo concluse nel 1336; l’artista aveva probabilmente effettuato anche un pristino, più piccolo, sepolcro nel 1333. Dopo il bombardamento del 1943 si ritenne in un primo momento impossibile ricostruire l’opera; solo nell’ottobre 1953 l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze comunicò alla Soprintendenza la possibilità di un ripristino, con alcune modifiche ed il rifacimento del fronte. Un’immagine del Principe, ritratto da Re mago come il padre, si ritrova nel polittico di ignoto autore napoletano della fine del Quattrocento esposta al Museo della Certosa di San Martino.
– Arma: partito in 1 d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello di rosso, in 2 d’argento alla croce potenziata d’oro con tre crocette dello stesso agli angoli, con bordura d’argento.
Maria di Valois (m. 1332)

Maria di Valois (1309-1332) era figlia di Carlo di Valois (1270-1325), Conte di Valois (1286), fratello del Re di Francia Filippo IV “Il Bello” (1268-1314), e della terza moglie Mahault di Chatillon. Sposò a 14 anni Carlo d’Angiò, detto “L’Illustre”, alle sue seconde nozze. I due ebbero come figli Giovanna I Regina di Napoli (1326-1382) e Maria d’Angiò (v. ultra).
– Scultura. Il monumento, del 1335, è attribuito a Tino da Camaino, di cui sarebbe l’ultima opera documentata. In precedenza, anche in questo caso, doveva sussistere un piccolo sepolcro non definitivo. Maria aveva disposto per testamento che il suo sepolcro fosse posto accanto a quello del marito, premorto, e seguisse quest’ultimo ovunque fosse stato spostato. L’opera fu quella che subì minori conseguenze nel bombardamento del 1943, riportando danni solo nella parte superiore e sul lato destro. Il sepolcro era in origine retto da tre cariatidi; quella oggi mancante (rappresentante la Mansuetudine o la Purezza) si trova nel Coro della Clarisse; venne inopinatamente smontata nel 1705 durante lavori alla pavimentazione. In passato questa venne da alcuni scrittori erroneamente ritenuta la sepoltura della Regina Giovanna I d’Angiò (m. 27 luglio 1382): tra gli altri Pietro de Stefano, Scipione Mazzella, Giovanni Antonio Summonte, Carlo Celano in forma dubitativa14. Il d’Engenio, nell’opera citata, riferisce anche un epitaffio che si dice fosse presente sul sepolcro della Regina: INCLITA PARTHENOPES IACET HIC REGINA IOANNA PRIMA PRIUS FELIX MOX MISERANDA NIMIS QUAM CAROLO GENITAM MULCTAVIT CAROLUS ALTER QUA MORTE ILLA VIRUM SUSTULIT ANTE SUUM M CCC LXXII XXII MAI V IND.
– Famiglia. Dinastia cadetta della Casa Reale francese dei Capetingi, trasse origine proprio dal padre di Maria, Carlo, Conte di Valois (1286), fratello del Re di Francia Filippo IV “Il Bello” (1268-1314). Alla morte di quest’ultimo il trono francese passò prima a Luigi X (1314), quindi a Filippo V (1316) ed infine a Carlo IV (1322), tutti suoi figli; spentisi i tre senza eredi maschi, in applicazione della cd. Legge Salica il figlio maggiore di Carlo di Valois, Filippo (1293-1350), divenne Re di Francia come Filippo VI, detto “Il Fortunato”. Da allora la famiglia contò 13 Re di Francia, fino al 1589.
Arma: d’azzurro seminato di gigli d’oro bordato e lambellato di rosso.
Nei Sotterranei Gotici di San Martino è stato collocato il suggestivo frammento di una statua giacente che dovrebbe appartenere al monumento funebre provvisorio di Maria di Valois. L’opera, da attribuire alla bottega di Tino da Camaino, venne recuperata durante lavori condotti del 1913 nella zona presbiteriale assieme a due stemmi marmorei della Duchessa ora posti nel Coro delle Clarisse, sulla destra dell’altare. Nel 1927 la scultura fu esposta al Museo di Santa Chiara per essere trasferita al Museo di San Martino probabilmente durante la Seconda Guerra Mondiale in seguito ai bombardamenti che colpirono la Basilica.

Maria d’Angiò (m. 20 maggio 1366)

Figlia postuma di Carlo Duca di Calabria e della sua seconda moglie Maria di Valois, Maria d’Angiò (Napoli, 6 dicembre 1328-Napoli, 20 maggio 1366), nota anche come Maria di Calabria, era sorella minore di Giovanna, che divenne Regina di Napoli alla morte di Re Roberto d’Angiò (1343). Sposò: il 21.04.1343 a Napoli Carlo di Durazzo (1323–1348), figlio di Giovanni di Durazzo (fratello di Re Roberto d’Angiò); morto questi, si risposò due volte: il 29.09.1350 a Napoli con Robert des Baux (?-1353), Conte di Avellino, e nell’aprile 1355 con Filippo II di Taranto (1329-1374), figlio di Filippo I di Taranto (fratello di Re Roberto d’Angiò). Dal primo matrimonio nacquero quattro figlie: Giovanna (1344-1393), Duchessa di Durazzo (1348); Agnese (1345-1383); Clemenza (1346ca.-1370) e Margherita (1347-1412), che divenne Regina di Napoli (1381).
– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS ILLUSTRIS DOMINAE DOMINAE MARIAE DE FRANCIA IMPERATRICIS COSTANTINOPOLITANAE AC DUCISSA DURACII QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCLXVI DIE XX MENSIS MAII INDICT. IV
– Scultura. L’opera venne compiuta negli anni 1335-7 dal cd. Maestro Durazzesco, nome d’intesa che identifica una figura di artista di rilievo dell’epoca, appartenente forse della bottega dei fratelli Bertini, o da loro assoldato.
Va infine ricordato che all’interno della Basilica sono custoditi frammenti di altri due monumenti della famiglia reale angioina, riferibili a due infanti:
1) nella 7^ Cappella a destra è addossata alla parete sinistra la statua giacente di Maria d’Angiò (1326-1328), figlia di Carlo l’Illustre e Maria di Valois.

– Epigrafe:
MARIAE, KAROLI INCLYTI PRINCIPIS DNI ROBERTI HIERUSALEM SICILIAE REGIS, PRIMOGENITI DUCIS QUONDAM CALABRIAE PRAECLARISSIMAE FILIAE, HIC CORPUS TUMULATUM QIESCIT. ANIMA SUSCEPTO BAPTISMATIS SACRO LAVACRO, INFANTILI CORPORE DUM ADHUC ORDINETUR SOLUTA, FRUENTE DIVINAE VISIONIS LUMINIS CLARITATE, POST IUDICIUM CORPORI INCORRUPTIBILI UNIENDA
– Scultura, sede e provenienza. La figura è quanto rimane, dopo il bombardamento della Seconda Guerra Mondiale, del piccolo monumento funebre eseguito da Tino da Camaino nel 1332, prima che i resti della principessina fossero traslati nel sepolcro definitivo il 7 gennaio 1333. Questo si trovava in origine nella 10^ Cappella a destra, ma venne spostato, verso la fine del ‘600, nel lato sinistro del presbiterio. Potrebbero essere riferite al monumento alcune virtù cariatidi ora conservate nel Coro delle Clarisse ed attribuite alla mano del Maestro senese o alla sua bottega.
2) Nella 8^ Cappella a destra è murata parte del fronte del sarcofago del piccolo Ludovico di Durazzo (1343-14 gennaio 1344), figlio di Carlo e Maria di Durazzo.

– Epigrafe:
HIC IACET CORPUS DNI LODOVICI PRIMOGENITI DNI CAROLI DUCIS DURACII ET DOMINAE MARIAE FILIAE DOMINI CAROLI DUCIS CALABRIAE ET DUCISSAE DURACII, QUI OBIIT DIE XIIII IANUARI XII INDICT. ANNO DOMINI MCCCXXXXIIII
– Scultura, sede e provenienza. L’opera, attribuita ai fiorentini fratelli Bertini, si trovava dapprincipio nella Cappella angioina di San Ludovico di Tolosa; quindi, nel ‘600, venne spostata nell’8^ Cappella a sinistra ed, infine, nel lato sinistro del presbiterio.
CORO delle CLARISSE

Si conserva qui, in un arcosolio decorato con i colori angioini, il gisant di
Re Roberto d’Angiò (m. 16 gennaio 1343)
– Scultura. L’opera, in realtà incompiuta, si deve ai fratelli Giovanni e Pacio Bertini di Firenze; rappresenta la pristina sepoltura del Re, approntata nell’attesa che venisse ultimato, dai medesimi autori, il prestigioso monumento funebre posto dietro l’altare maggiore. Il volto fu ricavato dalla maschera mortuaria del Sovrano.
Tra i diversi frammenti di opere provenienti dalla Basilica e posti nel Coro delle Clarisse, si conserva parte di una lastra che dovrebbe riferirsi a
Cino Stella (m. 25 agosto 1336)

Alcuni studiosi hanno notato la presenza del frammento, riconducendolo ad un componente della famiglia Stella. L’unico che risulta sepolto in Santa Chiara ai tempi del De Lellis è Cino (della) Stella, Ciambellano di Carlo Duca di Calabria e familiare regio di Re Roberto d’Angiò; il soggetto potrebbe però anche essere identificato con Perrino Stella, laddove non è chiaro se l’autore riporti il nome Cino o Rino15.
– Epigrafe (De Lellis)16:
HIC IACET CINUS DE STELLA MILES REGIUS CAMBELLANUS ET FAMILIARIS QUI OBIIT A.D. MCCCXXXVI DIE XXV AUGUSTI IV INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN
– Scultura. Si tratta di “un quadrone di pietra scura con stemma della famiglia Stella coronato da un cimiero simbolico raffigurante un pellicano che nutre i suoi figli”17. Costituiva, probabilmente, la faccia laterale di un sarcofago, quanto rimane di un sepolcro andato distrutto nei bombardamenti del 4 agosto 1943. Sul frammento resta la scritta: stelliferae familiae monumentum mcccxxvi
– Sede e provenienza. La lastra terragna si trovava sul pavimento presso l’altare maggiore. La famiglia Stella ha avuto il patronato della 4^ Cappella a destra. Il quadrone è stato anche collocato sulla parete laterale sinistra della prima Cappella a destra.
– Famiglia. A Napoli la famiglia era iscritta al Seggio di Montagna.
Arma: d’azzurro alla stella a otto raggi d’oro.
SAN FRANCESCO DELLE MONACHE
La piccola Chiesa, ora sconsacrata, attigua alla Basilica di Santa Chiara, venne edificata, con il convento, nel 1325 per ospitare le clarisse del Monastero di Santa Chiara, ancora in costruzione. Interventi di totale ristrutturazione vennero compiuti nel 1646, quindi nel 1749-1751. Per un periodo fu anche sede della parrocchia di Santa Maria della Rotonda, la cui Chiesa era stata abbattuta nel 1770.
Giovannella Gesualdo (m. 11 agosto 1480)

Giovanna (“Giovannella”) sposò Tommaso Vassallo, che divenne Presidente della Regia Camera della Sommaria. Morì a soli trent’anni.
– Epigrafe:
IOANNELLAE DE IESUALDO MATRONAE NOBILISSIMAE PUELLAE FORMOSISIMAE MULIERI PUDICISSIMAE OMNIBUS BONIS ARTIBUS ORNATISSIMAE TOMAS VASALLUS EQUES MAGNIFICUS IURIS CONSULTUS SINGOLARIS PRESIDENS SUMARIAE UXORI INCOMPERABILI POSUIT VIXIT ANNIS TRIGINTA
MCCCCLXXX XI AUGUSTI
– Scultura. Restano soltanto alcune parti del monumento funebre, commissionato dal marito di Giovannella, forse nel 1491. L’opera fu prima danneggiata durante i lavori alla Chiesa per la costruzione dell’organo; quindi, venne semi distrutta a causa dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, il 4 agosto 1943. Alcuni pezzi potrebbero trovarsi al Museo dell’Opera di Santa Chiara.
– Sede e provenienza. La scultura si trova sul lato destro del presbiterio della Chiesa di San Francesco delle Monache.
– Famiglia. Di origine normanna (fine XI secolo), si fa discendere da Guglielmo d’Altavilla, primo Signore di Gesualdo e Gran Connestabile del Regno, figlio naturale di Ruggero Borsa, Duca di Puglia e Calabria, e quindi nipote di Roberto Il Guiscardo. A Napoli fu iscritta al Seggio di Nido.
– Arma: d’argento al leone nero circondato da cinque o più gigli rossi.