CONTROFACCIATA

Bertando del Balzo (m. 15 settembre 1347)

Bertando III del Balzo, terzo Conte d’Andria, Conte di Montescaglioso, Squillace, Teano, Carinola, Signore di Berre, nacque nell’agosto 1295 ad Andria da Bertando II e Berengere (Berengaria) d’Andria. Era il terzo figlio della coppia dopo Guglielmo ed Ugo. Fu Gran Giustiziere del Regno, Senatore romano (1323), Capitano generale in Toscana (1326-1330). Nel 1309 sposò Beatrice, figlia di Re Carlo II d’Angiò; in seguito, morta questa nel 1316, si risposò verso il 1321 con Marguerite d’Aulnay. Dal primo matrimonio ebbe una figlia di nome Maria, dal secondo nacquero Francesco, Bianca, Isabella, Sancia. Bertando morì a Napoli il 15 settembre del 1347.

– Epigrafe (d’Engenio):

BERTANDO DE BAUCIO MONTIS CAVEOSI COMITI REGNI MAGNO IUSTITIARIO FRANCISCUS BAUCIO DUX ANDRIAE PRONEPOS SEPULCHRUM B.M.F.

– Scultura. Il monumento funebre venne eretto dal pronipote Francesco del Balzo; ne rimane solo il fronte del sarcofago, diviso in due parti, poste nelle pareti a sinistra ed a destra dell’ingresso principale, con l’aggiunta di decorazioni in oro, introdotte, qui come altrove, da Federico Travaglini.

– Sede e provenienza. Il sepolcro di Bertrando del Balzo, insieme a quello di Filippo d’Angiò-Taranto e di Giovanni d’Angiò-Durazzo, figli di Re Roberto d’Angiò, erano situati dietro l’altare maggiore fino al 1560 circa; quindi, per il rifacimento del coro, vennero collocati nel transetto sinistro, con la sepoltura di Bertrando Del Balzo tra i due Principi Reali della casa d’Angiò. In tale posizione rimasero ancora agli inizi del ‘700. Nell’anno 1788 venne annotato il trasferimento del sepolcro di Giovanni di Durazzo nel lato opposto del transetto, mentre il sepolcro di Filippo di Taranto venne sovrapposto a quello del Balzo, forse a causa di lavori di restauro al pavimento. Quindi, nel 1850, in seguito ad interventi per l’allungamento del finestrone, quanto rimaneva del sepolcro del Balzo venne trasportato in controfacciata sulle pareti destra e sinistra dell’ingresso principale: la sistemazione definitiva è dovuta all’Architetto Federico Travaglini.

– Famiglia. La famiglia del Balzo (de Baux) era originaria della Provenza; secondo una leggenda, ivi, presso la rocca conosciuta come Les Baux, si sarebbe rifugiato uno dei Re Magi, Baldassarre; i suoi discendenti avrebbero preso poi il nome da quel luogo (quali Signori di Les Baux). Si trasferirono nel Regno al seguito di Carlo I d’Angiò con Barral (o Hugone Barral, m. 1268), Gran Giustiziere, ed il figlio Bertrando II (m. 1305), poi Conte di Avellino, tra i più valorosi cavalieri nella battaglia di Benevento (26 febbraio 1266). Il cognome venne latinizzato in del Balzo (o de Baucio). I del Balzo avevano anche il patronato di una Cappella in San Lorenzo (v. apposita sezione) ed una in Santa Chiara (v. apposita sezione).

Armi:

la più antica: di rosso alla cometa di sedici raggi d’argento.

Successivamente: inquartato, nel 1° e 4° di rosso alla stella a 16 raggi d’argento; nel 2° e 3° d’oro alla cornetta d’azzurro legata e guarnita di rosso.

NAVATA DESTRA – CAPPELLA di Santa Maria Maddalena

Sulla parete sinistra sono collocate quattro lastre:

A sinistra in basso:

Giovannella di Montesorio (m. 1400)

Giovannella era moglie di Martuccio Brancaccio.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS MULIERIS DOMINA IOANNELLAE DE MONTESORIO UXORIS NOBILIS DOMINI MARTUTII BRANCATII DE NEAPOLI QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCC DIE (…) MENS (…) INDICT.

A sinistra in alto:

Enrico Brancaccio (m. 8 giugno 1406)

Figlio di Giovannella di Montesorio e Martuccio Brancaccio.

– Epigrafe:

HIC IACET CORP. NOBILIS VIRI HERRICI FILII DNI. MARTUTII BRANCATII DE NEAP. Q. OBIIT ANNO DNI M CCCCVI DIE VIII MES. IUNII XIIII INDICT. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE

A destra in alto:

Tommaso Brancaccio (m. 10 novembre 1345)

Patrizio napoletano. Sposò Maria Guidazzo. Aveva come fratelli Guglielmo e Bartolomeo.

A destra in basso:

Boffolo Brancaccio (m. 11 novembre 1343)

Patrizio napoletano, figlio di Tommaso.

– Epigrafe (di Tommaso e Boffolo):

HIC IACET CORPUS THOMAS BRANCACIUS DE NEAP. MILES ET PROFILIUS EIUS NATUS QUI NATUS OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXIII DIE XI NOVEMB. XI INDICT. ET DICTUS THOMAS OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXV DIE X NOVEMBRIS XIV INDICT.

– Sculture. Si trovano murate sulla parete di sinistra, e possono essere così classificate: lastra di copertura di sepoltura forse pavimentale (Giovannella), gisant di copertura di sarcofago (Enrico), lastra di copertura (Tommaso) ed altorilievo a copertura di sarcofago (Boffolo).

– Sede e provenienza. La Cappella, seconda della navata destra, è di antico patronato della famiglia Brancaccio Glivoli. L’aspetto attuale si deve agli interventi eseguiti in Basilica nell’800 dall’Architetto Federico Travaglini.

– Famiglia. I Brancaccio costituiscono una delle più antiche e numerose famiglie della nobiltà partenopea: hanno dato vita a 32 rami, spesso distinti con predicati cognominali. Quello dei Brancaccio Glivoli (o dello Glivolo, in antico dell’Ogliuolo), fu aggregata al Seggio di Nido, altri anche a quello di Capuana. Il primo personaggio noto della famiglia Brancaccio fu Gregorius Brancatius, comandante di una delle navi della flotta di Sorrento che nel IX secolo sconfisse i Saraceni presso Ischia. In San Domenico, ricorda il d’Engenio1, si trovavano anche le sepolture di Giovannello Brancaccio, detto “Briaco”(m. 3 luglio 1360), Giovannello Brancaccio, detto “Zozo” (m. 13.., 1342 o 5?), Pietro Brancaccio, detto “Imbriaco” (m. 12 maggio 1338, v. infra), dei Miles Ligorio Brancaccio, detto “Zozo” (m. 22 gennaio 1347) e Cesario Brancaccio (m. 13..), nonché di Guiduccio Brancaccio (m. 1374).

Arma (ramo del Glivolo): d’azzurro a quattro branche di leone d’oro disposte in fascia 2, 2 e nascenti  dai fianchi dello scudo.

 

NAVATA DESTRA – CAPPELLA del Crocifisso dei Capece

 

Sulla parete sinistra:

Corrado Capece (m. giugno 1270)

Figlio di Giacomo, Siniscalco di Federico II di Svevia, Corrado fu Capitano generale di Manfredi in Sicilia. Parteggiò per gli Hohenstaufen, Manfredi e Corradino, contro gli angioini. Secondo la trecentesca “Cronaca di Partenope”2, dopo la battaglia di Benevento (in cui non sembra fosse presente), fece parte della cd. “Compagnia della morte”, formata da dieci Cavalieri che avevano giurato morte a Carlo I d’Angiò; fu l’ultimo di loro a sopravvivere. Fu tra i ghibellini che si recarono in Germania per pregare Corradino di scendere in Italia e rivendicare la corona. Come Vicario di quest’ultimo, ebbe il compito di far insorgere la Sicilia. Dopo Tagliacozzo oppose sull’isola una tenace resistenza; fu infine catturato a Centuripe, accecato ed impiccato sulla spiaggia di Catania da Guillame Etendard su alte forche dalle quali si vedeva il suo scudo. Eguale sorte avevano già affrontato i fratelli Marino e Giacomo, la cui esecuzione avvenne a Napoli sulla Via Capuana. Corrado aveva sposato Biancafiore di Molina; non ebbe discendenti. Era iscritto al Seggio di Nido.

– Epigrafe:

CORRADO CAPYCIO
ATRIPALDAE, SANCTI MARTINI ALIORUMQ. OPPIDORUM REGULO
MANFREDO ET CORRADINO REGNANTIBUS IN SICILIA PROREG., ATQUE
EXERCITUS IMPERATORI, DOMI, MILITIAEQUE CLARO, CONSTANTI VERO
IN SUOS REGES FIDE CLARISSIMO
HIC PISANA CLASSE, MARINO FRATRE PRAEFECTO, RECEPTA SICILIA,
NEAPOLITANUM REGNUM ADEO HOSTILITER INVASIT, UT GALLORUM
IMPERIUM IN SUMMUM DISCRIMINEM ADDUXERIT
OCTAVIANUS CAPICIUS NICOTERENTIUM EPISCOPUS
ATAVI AB AVO PIETATIS ERGO P.
MDCXV

– Scultura. Statua a tutto tondo in posizione eretta. Il monumento funebre venne eseguito da Ludovico Righi, la statua da Girolamo D’Auria nel 1615 come ricordo l’epigrafe dedicatoria.

– Sede e provenienza. Ad oltre 300 anni dalla morte, i discendenti vollero ricordare Corrado con un monumento nella Cappella che era patronato della famiglia dal 1549; in precedenza, la Cappella, la 4^ della navata destra, era intitolata a San Giorgio. Promotore dell’opera fu Ottavio Capece, Vescovo di Nicotera. E’ possibile che Corrado Capece avesse avuto una precedente sepoltura in San Gregorio Armeno, dove risulta il necrologio di un Corrado Capece alla data del 21 giugno 1270.

– Famiglia. Antica famiglia napoletana che si sarebbe poi divisa in diversi rami aggiungendo al proprio un altro cognome (Capece Bozzuto, Galeota, Latro, Minutolo, Piscicelli, Tomacelli, Zurlo). Si dice che discendesse dal Duca Sergio. Era iscritta ai Seggi di Capuana e Nido.

Arma: di nero al leone d’oro coronato dello stesso e lampassato di rosso.

 

NAVATA DESTRA – CAPPELLA di Santa Caterina da Siena

 

Sul pavimento a sinistra dell’altare.

A destra (di chi guarda) vi è il Milite

Ludovico Dentice (m. 10 giugno 1348)

Ludovico Dentice, Milite, fu Giustiziere degli scolari dello Studio di Napoli.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI DNI LODOVICI DENTICIS DE NEAPOLI MILITIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXXVIII MENSIS IUNI PRIMAE INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESACT IN PACE

– Scultura. Lastra pavimentale.

A sinistra (di chi guarda):

Ranuccio Dentice (m. 15 ottobre 1349)

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI RANUCII DENTICIS DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXVIIII DIE XV OCTOBRIS III IND. CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE

– Scultura: lastra pavimentale.

Sul pavimento, al centro tra le sepolture di Ludovico e Ranuccio, si nota anche la tomba di Carlo Dentice e della moglie Giovanna della Tolfa, opera del 1564.

Costanza Dentice (m. 29 novembre 1334)

Moglie di Matteo Brancaccio degli Imbriachi.

– Epigrafe:

HIC IACET DOMINA CONSTANTIA DENTICE UXOR NOB. VIRI DOMINI MATTHAEI BRANCATII DICTI IMBRIACI QVAE OBIIT MCCCXXXIV

– Scultura. Lapide pavimentale graffita.

– Famiglia. La famiglia Dentice era originaria di Amalfi. Capostipite potrebbe essere tal Sergio che fu Conte della Repubblica amalfitana nel X secolo. Il ramo dei Dentice delle Stelle venne aggregato al Seggio di Nido. Possedeva un’altra Cappella al Duomo, dove era sepolto il Milite Luigi (m. 15 novembre 1363), mentre in Santa Restituta si trovavano i marmi di Enrico (m. 1348) e Tommaso Dentice (13..).

– Sede e provenienza. Le lastre si trovano nella 5^ Cappella a destra, dedicata a Santa Caterina da Siena, patronato della famiglia Dentice fin dal Trecento.

Arma (Dentice delle Stelle): spaccato nel 1° d’argento al leone uscente d’azzurro accompagnato da sei plinti rossi coricati ed ordinati in orlo; nel 2° d’azzurro a tre stelle d’oro, ordinate 2 e 1. Alias: spaccato nel 1° d’argento al leone uscente d’azzurro accompagnato da nove plinti d’oro coricati ed ordinati in orlo; nel 2° d’azzurro a tre stelle d’argento ad otto punte, ordinate 2 e 1.

Accostata alla parete di destra:

Dialta Firrao (m. 2 marzo 1338)

Moglie di Ludovico Dentice. Era nativa di Cosenza.

– Epigrafe:

NOBILIS MULIER DOMINA DIALTA DE FILIIS RAONIS DE CUSCENCIA DE CALABRIA USSOR VIRI NOBILIS DOMINI LUDOVICI DENTICIS MILITIS DE NEAPOLI QUAE OBIIT MCCCXXXVIII

– Scultura. Lastra di copertura di sarcofago.

– Sede e provenienza. La sesta Cappella della navata destra appartiene alla famiglia Dentice delle Stelle.

– Famiglia. L’antichissima famiglia Firrao, di origine normanna, era iscritta al Seggio di Porto; discende da Rahone, condottiero al tempo dell’Imperatore Basilio; i figli vennero chiamati filli Rahonis, quindi Firrao.

Arma: d’azzurro ad una vite d’oro fruttifera sposta in banda.

Per cimiero un cavallo uscente dallo stemma.

Motto: exprimit arae.

 

NAVATA DESTRA – Cappella di S. Tommaso d’Aquino

 

Sulla parete sinistra è appoggiato un monumento composito con due gisant:

Cristoforo d’Aquino (m. 22 novembre 1342)

Secondo figlio di Tommaso II d’Aquino (m. ante 1339), Cristoforo fu Ciambellano di Re Roberto d’Angiò, Capitano Generale e Giustiziere in Principato Ultra (1339). Sposò nel 1337 Filippa Lagonissa (m. post luglio 1352), dalla quale ebbe come figlio Tommaso (m. minorenne post luglio 1352).

– Epigrafe:

HIC REQUIESCIT CORPUS MAGNIFICI VIRI XPOFORI DE AQUINO FILII Q(UON)DAM MAGNIFICI ET EGREGII VIRI DOMINI THOMASII DE AQUINO COMITIS BELLICASTRI QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XXXXII DIE XXII MENSIS NOVEMBRIS X INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN

Tommaso III d’Aquino (m. novembre 1357).

Figlio di Adenolfo d’Aquino ed Isabella de Apia (Isabelle d’Eppes, sepolta in Santa Chiara), Tommaso, detto “Tomasello”, fu II Conte di Belcastro dopo il nonno omonimo, Tommaso II (m. ante 1339). Sposò una Sanseverino.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS VIRI MAGNIFICI DNI THOMASII DE AQUINO COMITIS BELLICASTRI QUI OBIIT ANNO DOMINI M CCC LVII DIE (…) MENS NOVEMBRIS DECIME INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Monumento ricomposto con due gisant di copertura di sarcofago ed il fronte delle due arche; il baldacchino apparteneva al sepolcro di Tommaso, forse commissionato dalla madre Isabelle d’Eppes. L’opera, almeno il monumento di Cristoforo, è attribuita al cd. Maestro Durazzesco e/o alla sua bottega, oppure, per altri, alla scuola di Tino da Camaino. La scomposizione avvenne, probabilmente, ai primi del seicento. Sull’impugnatura della spada di Cristoforo (posto sulla parte superiore) alcuni individuano una croce templare.

 

Sulla parete destra:

Giovanna d’Aquino (m. 6 aprile 1345)

Figlia di Tommaso II e Caterina Delli Monti, divenne Contessa di Mileto e Terranova; fu infatti prima moglie di Ruggero Sanseverino (m. 1376 ca.), Gran Maresciallo del Regno di Napoli, Sinilcalco di Provenza, 1° Conte di Mileto e Terranova. I due, sposatisi il 27 marzo 1331, ebbero come figli Enrico, Giovanni, Ilaria, Agnese, Margherita e Roberto.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS GENEROSAE ET DEO DEVOTAE DNAE DNAE IOANNAE DE AQUINO COMITISSAE MILETI ET TERRANOVAE QUAE OBIIT ANNO DNI M CCC XLV DIE VI APRILIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura: sepolcro a baldacchino.

– Sede e provenienza. La Cappella, 8^ della navata di destra, era di patronato della famiglia d’Aquino fin dal ‘300, ed era intitolata a Santa Maria della Pietà; nel 1623 venne dedicata a San Tommaso d’Aquino.

– Famiglia. Di origine longobarda. La discendenza comincia con Radoaldo, Signore della città di Aquino, in Terra di Lavoro, nel IX secolo; da lui prese il cognome Adenolfo, in precedenza detto “Summicola”, che con Lando (o Landone), fu il primo Conte di Aquino e, successivamente, di Capua. Alla famiglia, come noto, appartenne San Tommaso (1225-1274).

Armi:

la più antica: tre bande vermiglie in campo d’argento.

Dal 1415: inquartato, nel 1° e 4° d’oro a tre bande di rosso (d’Aquino); nel 2° e 3° troncato d’argento e di rosso (alias: troncato di rosso e d’argento) al leone dell’uno nell’altro (del Borgo); sul tutto, sovente, viene aggiunto il sole d’oro in ricordo di San Tommaso.

Motto: Bene scripsisti de Me, Thoma.

 

NAVATA DESTRA – CAPPELLONE del Crocifisso

Diomede Carafa (m. 17 maggio 1487)

Settimo figlio di Antonio Carafa, detto “Malizia, sepolto nella 2^ Cappella della navata sinistra (v. infra), e di Caterina Farafalla, Diomede (Napoli, 1406 ca. – Napoli, 17 maggio 1487) fu Duca di Maddaloni, Signore di Pomigliano; ebbe come fratelli Carlo, Francesco, Tommaso, Antonio, Gurello, Giovan Battista, Caterina e Isabella. Venne nominato Cavaliere nel 1459. Nel 1423 seguì Alfonso d’Aragona in Spagna e rimase alla corte di Barcellona; rientrò nel Regno dopo 18 anni col futuro Sovrano, per il quale comandò alcune truppe durante l’assedio e la conquista di Napoli nel 1442. Fu Conservatore Generale del patrimonio regio, Castellano di Castel Capuano (1458), poi di Castel dell’Ovo, dove morì. Fu inoltre precettore di Eleonora d’Aragona e della figlia Beatrice d’Este, che lo chiamava “El conte bello”, poi sposa del Duca di Milano Ludovico Sforza, detto “Il Moro”. Nel 1480 scrisse il “De regis et boni principis officio”, 33 anni prima de “Il Principe” di Niccolò Machiavelli (1513).

Costruì il sontuoso palazzo (terminato nel 1466) che si trova nel Decumano inferiore e nel cui cortile vi era la testa di cavallo (ora al Museo Archeologico) eseguita da Donatello e donatagli dall’amico Lorenzo de’ Medici. Sposò nel 1446 Maria Caracciolo Rossi, poi Sveva Sanseverino. Ebbe come figli Giovan Tommaso (m. 1520 ca.), Giovanni Antonio (m. 1516), Diana e Andrea.

– Epigrafe:

HUIC VIRTUS GLORIAM GLORIA INMORTALITATEM COMPARAVIT
MCCCCLXX

– Scultura. L’opera venne commissionata dallo stesso Diomede Carafa ed eseguita nel 1470; è attribuita a Jacopo della Pila, oppure ad Agnolo del Fiore, con la collaborazione di Tommaso Malvito.

– Sede e provenienza. Diomede Carafa venne sepolto sulla destra dell’altare nella Cappella del Crocifisso di San Tommaso d’Aquino, dove poi vennero seppelliti, anche loro in notevoli monumenti, altri componenti della famiglia, come il fratello maggiore Francesco (morto nel 1496 a 83 anni), ed il figlio di quest’ultimo, Ettore (m. 1515). Questa Cappella, in precedenza, era detta di San Giorgio ed apparteneva alla famiglia di Egidio di Bevagna che la fece edificare.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Carafa subito appresso in questo documento (per Antonio Carafa).

 

Mariano d’Alagno (m. 1477)
e
Caterina Orsini (m. 1470)

Figlio di Nicola I d’Alagno (m. 1461) e di Covella Toraldo (m. post 1458), Mariano nacque nel 1425. Fu “familiare” del Re Alfonso d’Aragona, detto “Il Magnanimo”, da cui venne insigito del Cingolo Militare e nominato Conte di Bucchianico il 26 febbraio 1443; fu inoltre Castellano di Monteleone, Senatore romano, Marchese di Bivona. Il 5 dicembre 1452 sposò Caterina (“Caterinella”) Orsini, nobile romana sua coetanea, figlia di Giovanni, Conte di Manoppello; al matrimonio partecipò anche Re Alfonso; i due sposi ebbero come figli Ferdinando Geronimo e Lucrezia. Mariano era fratello della celebre Lucrezia (1430-1479), amatissima da Re Alfonso “Il Magnanimo”, nonché di Giovanni, Ugo (“Ugone”), Margherita, Luisa, Antonia.

Epigrafe:

MARIANUM ALANEUM BUCCLANICI COMITEM DOMI MITILIAEQUE CLARISSIMUM ET KATERILLENAM URSINAM PUDICITIA INSIGNEM CONIUGES IN VITA CONCORDISSIMOS NE MORS QUIDEM IPSA DISIUNXIT. LIBERI ENIM PIENTISSIMI UT PARENTES OPTIMI IUNCTIM SICUT OPTEVERUNT CONDERENTUR CURAVER. MCCCCLXXVII

(Il De Pietri nel 1634 riporta anche un seguito dell’epigrafe: IOANNI HIERONYMO ALANEO CAESARIS F. PORTIA ROMANA E SURRENTINA NOBILITATE MATER INFELIX 1577)

– Scultura. L’opera venne eseguita da Tommaso Malvito tra il novembre 1506 ed il settembre 1507 su commissione dei figli di Mariano e Caterina.

– Sede e provenienza. La scultura si trova addossata alla parete destra del Cappellone del Crocifisso.

– Famiglia. La famiglia d’Alagno, o Alagna, (de) Alaneo, era originaria di Amalfi: Mauro, Vicario della Repubblica di Amalfi nell’anno 900 è il primo personaggio noto della stirpe. Al tempo di Re Carlo I d’Angiò, componenti della stirpe si trasferirono a Napoli, dove vennero aggregati al Seggio di Nido. Il monumento funebre del padre di Mariano, Nicola, si trova al Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli (v.).

Arma: d’oro alla croce di rosso caricata da cinque gigli d’argento (ma la cromia può variare con la croce d’azzurro su fondo argento).

 

NAVATA SINISTRA – CAPPELLA di San Giovanni Evangelista

 

Antonio Carafa (m. 10 ottobre 1438)

Figlio di Giovanni e Mariella Mariscalco, Antonio, detto “Malizia” per le sue abilità diplomatiche, fu il capostipite dei Carafa della Stadera, iscritti al Seggio di Nido. Patrizio napoletano, Signore di Pescolanciano, Boccalino e Vignali, nacque prima del 1373; servì sotto i sovrani Durazzeschi Carlo III, Ladislao, Giovanna II. Fu Giustiziere di Terra di Bari nel 1400, Ciambellano Regio nel 1410, Ambasciatore in Aragona nel 1420; consigliò a Giovanna II l’adozione di Alfonso d’Aragona e rimase poi sempre fedele allo spagnolo. Sposò Caterina Farafalla del Seggio di Portanova. Padre di Carlo, Francesco, Tommaso, Antonio, Gurello, Giovan Battista, Diomede (Conte di Maddaloni, sepolto nel Cappellone del Crocifisso, v. supra), Caterina e Isabella. Morì a Sessa Aurunca, oppure a Napoli.

– Epigrafe (in lettere capitali):

Sulla cornice superiore: MAGNIFICUS DNS MALICIA CARRAFA MILES OBIIT AN. DNI MCCCCXXXVIII DIE X OCTOBRIS II IND.

Sullo zoccolo della camera funeraria: AUSPICE ME LATIAS ALFONSUS VENIT IN ORAS REX PIUS UT PACEM REDDERET AUSONIAE.

NATORUM HOC PIETAS STRUXIT MIHI SOLA SEPULCRUM, CARRAFE DEDIT HEC MUNERA MALICIAE

– Scultura. Il monumento funebre, voluto dal figlio Diomede, venne iniziato nel 1470 e realizzato da Iacopo della Pila, servendosi di un sarcofago degli anni trenta del Trecento riadattato già probabilmente nel 1438 alla morte di “Malizia”.

– Sede e provenienza. La presenza in questa Cappella, 2^ della navata sinistra, è documentata dal 1560; tuttavia, potrebbe esservi stata trasportata da una diversa collocazione, in quanto la Cappella venne concessa a Rinaldo Carafa intorno al 1525. Dal 1470 i Carafa della Stadera occuparono spazi nel prestigioso Cappellone del Crocifisso, mentre Diomede, figlio di Antonio, era titolare di un’altra Cappella a destra dell’altare maggiore (oggi Cappella di San Domenico Soriano).

– Famiglia. La famiglia Carafa era, in origine, un ramo della famiglia Caracciolo; se ne distaccò mutando il cognome quando, verso il 1290, Gregorio Caracciolo ebbe da Carlo I d’Angiò l’incarico di riscuotere la gabella sul vino, chiamata “Campione della Carafa”. Proprio Antonio “Malizia” Carafa viene considerato il vero capostipite della dinastia, forse perché utilizzò direttamente il cognome Carafa, mentre prima si usava dire “Caracciolo detto Carafa”: in San Domenico, ad esempio, erano sepolti Tommaso, Gurello, Matteo, Bartolomeo Caracciolo, tutti detti “Carafa”. La famiglia era iscritta al Seggio di Nido.

Arma: di rosso a tre fasce d’argento, con una stadera di ferro al naturale al di fuori dello scudo.

Motto: Hoc fac et vives (dal Vangelo secondo Luca, 10:28).

 

NAVATA SINISTRA – CAPPELLA di San Bartolomeo

 

Letizia Caracciolo (m. 31 gennaio 1340)

Moglie in prime nozze di Filippo Caracciolo, detto “Carafa”, quindi di Bartolomeo Vulcano.

– Epigrafe:

HIC REQUIESCIT CORPUS DNAE LETICIAE CARACZOLAE PRIUS RELICATAE QUONDAM DNI PHILIPPI CARACZOLI DICTI CARRAFAE ET SECUNDO DOMINI BARTHOLOMAEI BULCHANI, QUAE OBIIT ANNO DOMINI M CCC XXXX DIE ULTIMO MENSIS IANUARII VIII IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Sarcofago. La copertura dell’arca è un probabile reimpiego di una lastra proveniente da altro sarcofago, forse di inizio Quattrocento.

– Sede e provenienza. Davanti alla Cappella, la 6^ della navata sinistra, vi erano le sepoltura del Milite Bartolomeo Caracciolo, detto “Carafa” (m. 1362), e di un Milite della famiglia Scondito (m. 8 maggio 1348), di cui già al tempo del d’Engenio non si leggeva il nome3. Nella Chiesa vi era anche la sepoltura del Miles Francesco Caracciolo (m. 30 marzo 1314), figlio di Giovanni, e, in un’altra parte, di Landolfo Caracciolo (m. 13..), della cui data di morte si leggevano solo le prime due cifre.

– Famigia. Per alcuni i Caracciolo sono di origine bizantina, ed il capostipite fu Pietro Caracciolo, presente a Napoli nel IX secolo; secondo altre ricerche, invece, provengono dalla Normandia, e sarebbero scesi nel meridione con Ruggero I: il nome originario, vichingo, sarebbe stato Karczol (v. nota 9 nel Duomo di Napoli). Di certo la famiglia era già presente a Napoli durante il Ducato. Essa si divise in due grandi linee, quella dei Pisquizi (o Svizzeri) e quella detta dei Rossi. Le linee dinastiche deriverebbero dai due figli di Landolfo (sposatosi nel 1110 con Anna Gaetanini): Riccardo detto “Il Rosso” e Filippo detto “Il Pisquizio”. Cavalieri della famiglia Caracciolo erano presenti al Duomo, in San Domenico, San Lorenzo, San Gregorio Armeno, San Giovanni a Carbonara e Santa Maria Donnaregina Vecchia.

 

NAVATA SINISTRA – CAPPELLA di Santa Caterina di Alessandria

Sulla parete destra:

            Nicola Tomacelli (m. 1473)

Milite, Nicola (o Cola) Tomacelli era forse nipote di Papa Bonifacio VIII. Sposò nel 1465 Caterina di Bologna, figlia del celebre umanista Antonio Beccadelli. La coppia ebbe cinque figli, per i quali conosciamo i nomi di  Giovanni, Antonio, Nardo, Errico.

– Epigrafe (in lettere capitali):

NICOLAUM TOMACELLUM EX NOBILITATE NEAPOLITANA VIR(UM) ARMIS STRENUUM QUINQ(UE) LIBERIS MORS IMMATURA ERIPUIT AN. DNI M CCCC LXXIII CETER(UM) QUOD POTUIT INFELIX CONIUNX QUAM UNICE DILEXIT ET QUICOM SINE QUERELA VIXIT HIC CONDI FECIT

– Scultura. Sulla parete è murato il gisant di copertura del sarcofago ed il fronte di quest’ultimo. Il capo poggia su di un elmo. L’autore viene identificato con Jacopo della Pila, cui il sepolcro fu commissionato dalla moglie del defunto, Caterina.

– Sede e provenienza. L’opera si trova nella 7^ Cappella della navata sinistra, di proprietà della famiglia Tomacelli, che passò poi ai Ruffo. Il d’Engenio4 ricorda nella Cappella anche la sepoltura, oggi scomparsa, del Miles Jacopo Tomacelli (m. 17 febbraio 1346).

– Famiglia. Avrebbe origine dai Principi Cybo di Massa e Carrara, cognome che divenne poi Cybo Tomacelli ed infine Tomacelli. Nel 970 era a Napoli Tomasello, appartenente a questa famiglia. Secondo altri autori, invece, i Capece ebbero, tra i vari rami, quello dei Capece Tomacelli. Altre sepolture dei Tomacelli sono ricordate nel Duomo ed a San Lorenzo (Pietro, m. 1374); la famiglia, iscritta al Seggio di Capuana e poi anche di Nido, ebbe pure una Cappella nella Chiesa dei Santi Severino e Sossio.

Arma:

del Sedile di Capuana: di rosso alla banda scaccata d’azzurro e d’oro di tre file.
del Sedile di Nido: di rosso alla banda scaccata d’azzurro e d’argento di tre file.

 

Transetto

Murate in alto nella parete del transetto, in posizione speculare l’una all’altra, a sinistra ed a destra, si trovano le lastre appartenenti ai sarcofagi di due principi reali:

Filippo di Taranto (m. 26 dicembre 1332)

Filippo era il quinto figlio di Re Carlo II d’Angiò, detto “Lo Zoppo”, e Maria Arpad d’Ungheria. Nato il 10 novembre 1278, dal 1294 fu Principe di Taranto e di Albania, Principe di Acaia, Despota di Romania; sposò il 12.07.1294 (per procura) e di persona il 13.08.1294 a L’Aquila Ithamar Angelina Comnena Ducena (post 1264-1311), ripudiata nel 1309; poi, il 29.07.1313, sposò a Fontainebleau Caterina II di Valois-Courtenay (1301-1346), Imperatrice titolare di Costantinopoli (1325). Morì a Napoli il 26 dicembre 1332. Ebbe sei figli dal primo matrimonio, cinque dal secondo; è il capostipite del ramo degli Angiò-Taranto.

– Epigrafe:

HIC PIUS ET FIDUS HIC MARTIS IN AGMINE FIDUS
PHILIPPUS PLENUS VIRTUTIBUS ATQ. SERENUS
QUI CAROLI NATUS FRANCA DE GENTE FECUNDI
REGIS FECUNDI, REGINA MATRE CREATUS
UNGARIAE SIVE VIR NATAE FEMINAE DIVAE
REGIS FRANCORUM CATHERINA PROSTRTENUORUM
QUA COSTANTINOPOLIS EXTIT IMPERATOR
ATQ. TARENTINI PRINCEPS DONATUS AMATOR
IURE TAMEN PATRIS STRENUUS AVITIBUS ACRIS
ACHAIA PRINCEPS CUI ROMANIA DEINCEPS
TAMQUAM DESPOTO TITULO FUIT ADDITA NOTO
INCLITUS ET GRATUS TUMULO IACET HIC TRABEATUS
EIUS QUO MAGNO FOLIO MIGRAVIT IN ANNO
CHRISTE MILLENO TRICENO TER QUOQ(UI) DENO
BINO DECEMBER ERAT EIUSDEM SEXTA VICENA
FACTA DIES INERAT INDICTIO QUINTAQUIDENA

– Famiglia. Filippo è il capostipite del ramo cadetto angioino che prende il nome proprio dall’attribuzione a lui conferita del titolo di Principe di Taranto. Così veniva distinta sia dal ramo diretto facente capo al fratello maggiore, Re Roberto (quarto figlio di Re Carlo II d’Angiò), sia dall’altro ramo dei d’Angiò-Durazzo, il cui capostipite fu il fratello minore Giovanni, tredicesimo figlio di Carlo II. Il figlio di Filippo, Luigi, venne incoronato Re di Napoli nel 1352 dopo aver sposato la Regina Giovanna I d’Angiò il 9 settembre 1347.

Arma degli Angiò-Taranto: d’azzurro seminato di gigli d’oro alla banda diminuita d’argento brisato da un lambello di rosso attraversante sul tutto.

 

Giovanni di Durazzo (m. 5 aprile 1336)

Giovanni, fratello di Filippo di Taranto, era il 13° figlio di Re Carlo II d’Angiò e Maria Arpad di Ungheria. Nato nel 1293, sposò nel marzo 1318 Matilde di Hainaut (1293-1331), Principessa di Acaia (1311); annullato questo matrimonio, il 14.11.1321 prese in moglie Agnese di Talleyrand-Perigord (?-1345) dalla quale ebbe quattro figli. Successe come Conte di Gravina al fratello Pietro nel 1305, e divenne Duca di Durazzo nel 1332 per accordo con Roberto di Taranto, figlio del fratello maggiore Filippo. E’ il capostipite del ramo degli Angiò-Durazzo.

– Epigrafe:

DUX DURACESIS REGALI DE STIRPE IOANNES
ATQUE COMES DIGNUS GRAVINAE MENTE BENIGNUS
AC ALBANORUM DOMINUS CORREPTOR ET HORUM
ANGELI MONTIS SACRI DOMINATOR HONORIS
PRINCEPS DISCRETUS MIRA PIETATE REPLETUS
FRANCIA CUI PATREM CONFERT HUNGARIA MATREM
SANCTA DE GENTE GENERATUS UTROQUE PARENTE
HIC IACET ILLUSTRIS VITAE CLAUSIS SIBI LUSTRIS
ANNO MILLENO QUO CHRISTUS CONDE SERENO
ET TRICENTENO PERSULSIT TER QUOQ. DENO
QUINTO MIGRAVIT COELESTIA QUI PROPERAVIT
TERTIA PRAESTABAT INDICTIO QUAE NUMERABAT
ORAMUS CHRISTE COELI DUX INCLITUS ISTE
VIVAT IN AETERNUM PATREM SPECULANDO SUPERNUM

– Sculture. I monumenti originari furono approntati ad opera di Tino da Camaino; alcuni elementi del sarcofago di Filippo di Taranto sono stati reimpiegati nel candelabro pasquale che si trova a sinistra dell’altare maggiore accanto alla balaustra.

Sia Filippo che Giovanni sono anche ritratti a bassorilievo nel monumento funebre della madre, la Regina Maria d’Ungheria, in Santa Maria Donnaregina.

– Sede e provenienza. I due monumenti si trovavano in origine nella tribuna dietro l’altare maggiore della Basilica; nel 1562, quando il coro venne rifatto, furono spostati nella crociera, assieme a quello di Bertrando del Balzo; quindi, verso la metà del ‘700 il sepolcro di Giovanni venne destinato al lato destro della crociera.

– Famiglia. Giovanni, come anticipato, è il capostipite del ramo dinastico degli Angiò-Durazzo, ramo collaterale degli Angiò di Napoli. Il nome viene attribuito dal titolo di Duca di Durazzo che la famiglia poteva vantare, e viene utilizzato per distinguere questa dinastia sia dalla linea diretta dei Sovrani di Napoli, facente capo al fratello Roberto (quarto figlio di Re Carlo II d’Angiò), incoronato Re nel 1309, sia dalla linea degli Angiò-Taranto, discendente dall’altro fratello Filippo, quinto figlio di Re Carlo II. I cd. Durazzeschi salirono poi al trono nel 1381 con Carlo III d’Angiò-Durazzo, nipote diretto di Giovanni.

Arma degli Angiò-Durazzo: tripartito: nel 1° sbarrato di otto fasce, di rosso e d’argento; nel 2° d’argento, alla croce potenziata d’oro, accantonata da quattro crocette dello stesso; nel 3° d’azzurro, seminato di gigli d’oro, spezzato da un lambello rosso.

 

TRANSETTO DESTRO

Altare e dossale della famiglia Donnorso.

Cavaliere della famiglia Donnorso (Pietro?)

 

Pietro Donnorso fu luogotenente del Gran Camerlengo nel 1386.

Sul fronte dell’altare appare la scritta:

QUOD TEMPORIS LONGINQUITAS DERUERAT
ID PIETAS FAMILIAE RESTITUIT

Un’altra ricorda: ARAM DIVO HYERONIMO A FAMILIA DONNURSO DICATAM VETUSTATE COLLABENTEM D. HYACINTHUS EIUSDEM FAMILIAE DONNORSO RESTAURAVIT ET SUO NITORI RESTITUIT ANNO AERAE CHRISTIANAE MDCCXXXIV

– Scultura. Il gisant del cavaliere è un altorilievo forse di copertura di sarcofago (non più esistente).

– Sede e provenienza. Il monumento si compone di elementi di diverse epoche. L’altare, indicato come altare di San Girolamo dei Donnorso, era in origine collocato all’altezza del pilastro della Cappella di famiglia (10^ a destra); venne spostato durante gli interventi eseguiti nella Chiesa da Federico Travaglini nel 1850. Nel supplemento al d’Engenio, il de Lellis5 ricorda che nella Cappella della famiglia Donnorso erano sepolti:

1) Francesco (m. 28 aprile 1332), Miles, consigliere di Re Roberto d’Angiò.

Epigrafe: HIC IACET DOMINUS FRANCISCUS DOMINI URSONIS MILES DE NEAPOLI, QUI OBIJT ANNO DOMINI MCCCXXXII DIE XXVIII MENSIS APRILIS V INDICT. CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE

2) Nicola e Marella (m. 8 maggio 1348), fratelli, figli di Sergio Donnorso, posti in una sepoltura doppia; morirono entrambi di peste nello stesso giorno.

Epigrafe: HIC IACĒT GERMANI FRATRES NICOLAUS ET MARELLA FILIJ NOBILIS VIRI DOMINI SERGIJ DOMINI URSONIS DE NEAPOLI MILITIS ET IURIS CIVILIS PROFESSORIS, QUI SIMUL OBIJERUNT ANNO DOM. MCCCXLVIII DIE VIII MAIJ, PRIMÆ INDICT. NEAPOLI; QUONIAM FUIT MAGNA PESTILENTIA ET MORTALITAS PRO UNIUS OB C. EST QUA PESTE S. ULTRA C. M. HOM. QUORUM ANIMÆ REQUIESCANT IN PACE AMEN.

– La famiglia era iscritta al Seggio di Nido. Di origine napoletana, passò anche a Sorrento, iscritta al Seggio di Dominova. Prende il nome dal capostipite, Orso, che fu Doge del Ducato napoletano; dal casato deriva il nome di un’antica porta della città, situata, già dal 788, presso San Pietro a Maiella.

Arma: d’oro all’orso di nero con la filiera di rosso.

 

SAN MICHELE ARCANGELO A MORFISA

CAPPELLA di San Domenico

A destra:

Tommaso Brancaccio (m. 1492)

– Epigrafe:

MAGNIFICO MILITI THOMASIO BRANCATIO DE NEAPOLI QUI CUM MORIENS DE SEPULTURA NIHIL EXCOGITASSET IULIA BRANCATIA CONIUGI DILECTISSIMO AC BENE MERENTI FACIUNDAM CURAVIT M CCCCLXXXXII

– Scultura. Il monumento fu voluto dalla moglie di Tommaso, Giulia Brancaccio Glivoli, e realizzato, dietro un compenso di 140 ducati, da Iacopo della Pila in marmo di Carrara e travertino campano.

– Sede e provenienza. La Cappella di San Domenico è la prima da destra entrando dal transetto destro della Basilica. L’opera si trovava, in precedenza, nella Cappella di San Giacomo.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Brancaccio supra in questo documento (per Enrico, Tommaso, Boffolo Brancaccio).

Sullo stesso lato, incassate nel muro di destra, seguono poi porzioni dei sarcofagi di Tommaso e Gurello Caracciolo, entrambi detti “Carafa”.

 

Tommaso Caracciolo (m. 28 dicembre 1336)

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS QUONDAM NOBILIS VIRI DNI THOMASII CARACZULI DITTI CARRAFAE DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXVI DIE XXVIII MENSIS DECEMBRIS QUINTAE IND. QUAE AIA REQUIESCAT IN PACE

Gurello Caracciolo (m. 11 novembre 1401)

Milite, Gran Maresciallo del Regno, Gurello Caracciolo era Cavaliere dell’Ordine della Nave e fratello del famoso Antonio detto “Malizia” (v. supra). Re Ladislao gli concesse la Loggia dei Genovesi e diversi castelli. Sposò Gizzola De Alferiis, dalla quale ebbe come figli Luigi Antonio, Filippo, Caraffello, Giovanni. Portava come cimiero un piede di cavallo col ferro.

– Epigrafe.

HIC IACET NOBILIS ET STRENUUS MILES DOMINUS GURELLUS CARACZULUS DICTUS CARRAFA DE NEAPOLI REGNI SICILIAE MARESCALLUS QUI OBIIT A.D. MCCCCI DIE XI NOVEMBRIS X IND.

– Scultura. Si conserva la fronte del sarcofago, che costituisce un esempio di reimpiego dell’originario sepolcro Trecentesco destinato ad altro componente della famiglia, il cui nominativo venne sostituito con l’attuale. Un tempo l’opera sepolcrale comprendeva tre virtù cariatidi a sostenere l’arca ed un gisant in vesti militari.

– Sede e provenienza. Accanto alle loro, esisteva la lapide del Milite Matteo Caracciolo, anch’egli detto “Carafa” (m. 4 novembre 1315). In origine, tutte si trovavano in altra Cappella della Chiesa ed erano state poi ricollocate nella crociera, sotto il fronte del sarcofago di Filippo di Taranto.

 

Sul muro a sinistra:

Pietro (?) Brancaccio (m. 12 maggio 1338)

Come osserva il Pace6, la scultura non si adatta, per dimensioni, al sottostante sarcofago, di cui è più grande. Resta pertanto dubbio che il Cavaliere sia realmente Pietro Brancaccio, detto “Imbriaco”.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI DNI PETRI BRANCATII DICTI IMBRIACI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXVIII DIE VENERIS XII MENSIS MADII

– Scultura. Altorilievo di copertura di sarcofago. Sia il gisant sia il fronte del sarcofago sono murati sulla parete. Il primo può essere attribuito alla bottega di Tino da Camaino.

 

Giovannella Brancaccio (m. 25 agosto 1358)

Giovannella, detta “Briaca”, era la moglie di tale Pietro Caracciolo. Va probabilmente identificata con la Vannella de’ Brancacci che compare tra le nobildonne napoletane della corte di Re Roberto d’Angiò citate da Giovanni Boccaccio nel suo poemetto in terzine “Caccia di Diana” (composto nel 1334 ca.). Sono nominativamente indicate Iacopa Aldemoresco, Zizzola Barrile, Cecca Bozzuto, Berita, Caterina, Serella e Vannella Brancaccio, Vannella Bulcano, Biancifiore Cafatino, Fiore Canovaro, Sibilla Capece, Principessella, Ciancia, Lariella (abbr. da Alagorella), Marella e Mitola (ovvero Margherita) Caracciolo, Beritola, Biancola e Caterina Carafa, Caterina Carandente, Giovannola Coppola, Caterina Crispana, Zizzola d’Alagno, Alessandra e Covella d’Anna, Peronella e Covella d’Arco, Caterina de’ Bolino, Sancia de’ Cabanni, Berarda e Linella de’ Gattoli, Tanzella dell’Acerra, Delfina di Barasso, Verdella di Berardo, Zizzola Faccipecora, Cecca e Zizzola Fasano, Caterina Fellapane, Berita e Costanza Galeota, Vannella Gambitella, Giacomella Imbriachi, Ceccola Mazzone, Maria (o Mariella) Melia, Letizia Mormile, Tuccella Sersale, Mariella Passarelli, Caterina Pipino, Marella Piscicelli, Lucia Porria, Isolda Pulderico, Caterina Roncione, Mignana e Isabella Scrignara, Caterina Seripando, Caterina Siginolfi.

 

– EPIGRAFE:

HIC IACET CORPUS NOBILIS MULIERIS DNAE IOHANNELLAE BRANCACIAE DICTA BRIACAE UXORIS DNI PETRI CARACZULI DE NEAP. QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCLVIII DIE XV AUGUSTI XI IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

 

– Scultura. Lastra pavimentale murata nella parete di sinistra della Cappella.

 

Sul pavimento appena superato l’ingresso della Cappella si trovano due coppie di lastre terragne; sulla destra:

Giovannello Brancaccio (m. 13..)
e
fratello anonimo (m. 13 dicembre 1345)

Giovanni (“Giovannello”) Brancaccio, detto “Zozo”, e l’anonimo fratello erano i figli di Ligorio Brancaccio, anch’egli detto “Zozo” (m. 22 gennaio 1347). La famiglia di Ligorio era iscritta al Seggio di Nido. La lastra di Giovanni sembra riportare come data di morte il 1342 o il 1345. Si ha notizia dal d’Engenio7 che erano sepolti in San Domenico Ligorio Brancaccio ed anche Ioannello, la cui data di morte, già nel ‘600, era leggibile solo nelle prime 2 cifre. Vicino a quella di Ligorio, si trovavano anche le sepolture di Guiduccio Brancaccio (m. 1374) e del Miles Cesario Brancaccio (m. 13..).

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI DOMINI IOHANNELLI BRANCACII DICTI ZOZI FILII DNI LIGORII ZOZI DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DOMINI 13(….) (…) ZOZI DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXLV DIE XIII DECEMBRI XIII IND. (…)

– Scultura. Lastra pavimentale.

– Sede e provenienza. La Cappella di San Domenico (successivamente intitolata anche a San Giacomo per poi riprendere il suo nome originario) era di patronato dei Brancaccio Imbriachi, che nel 1330 iniziarono a seppellirvi i componenti della famiglia. Le lastra di Giovannella Brancaccio si trovava al di fuori della Cappella assieme a quella di un altro Giovannello Brancaccio (m. 3 luglio 1360), anche lui detto “Briaco”. Accanto vi era la lapide di Francesco Brancaccio (m. 15 giugno 1327), sepolto assieme alla figlia Vannella (m. 1310).

– Famiglia: v. Famiglia Brancaccio supra in questo documento (per Enrico, Tommaso, Boffolo Brancaccio).

Arma (Brancaccio Imbriachi): d’azzurro a quattro branche di leone d’oro, divise da un palo d’argento caricato da tre aquile di rosso al volo spiegato.

 

Sempre sul pavimento, a sinistra dell’ingresso alla Cappella, si vedono altre due lastre ravvicinate.

In alto:

Tommaso Vulcano (m. 9 marzo 1337)

Tommaso Vulcano fu Mastrogiurato di Sorrento nel 1322, poi Capitano di Capua nel 1331-1332 e nel 1335-1336.

– Epigrafe:

HIC REQUIESCIT NOBILIS VIR THOMASIUS BULCAN. MILES DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DNI M CCCXXXVII DIE VIIII MES. MARCII (…) CUIUS ANIMA PER MISERICORDIAM DEI REQUIESCAT IN PACE AMEN

In basso:

Carlo Vulcano (m. 23 giugno 1345)

Carlo, detto “Carluccio”, Vulcano, figlio di Tommaso, era Miles; morì di peste.

– Epigrafe:

HIC IACET SPECTABILIS IUVENIS CAROLUCIUS BULCANUS FILIUS DNI THOMASII BULCANI DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XLV DIE XXIII IUNI XIII IND. CUIUS AIA REQUIESACT IN PACE AMEN

– Scultura. Lastre terragne.

– Sede e provenienza. I Vulcano possedevano una Cappella in San Domenico nella navata destra. Ai tempi del Galante (“Guida sacra …”, 1872)8, le lapidi si trovavano addossate alla parete d’ingresso.

– Famiglia. I Vulcano (Bulcano in antico, o Bulcani) erano originari di Sorrento, dove erano iscritti al Seggio di Dominova; a Napoli erano aggregati ai Seggi di Nido e Capuana. In San Domenico risultava sepolto anche Pietro Bulcano (m. 13..), mentre in Santa Fortunata vi era il Miles Riccardo Bulcano (m. 29 novembre 1323), detto “Rospolo”.

Arma: d’azzurro. alla rete d’oro col capo d’oro caricato di tre conchiglie rosse.

 

CONTROFACCIATA

Giovannotto Protogiudice (m. 8 aprile 1385)

Anche indicato, di rado, come Giovannetto Del Giudice9. Nativo di Salerno, Conte di Acerra, era uno dei Capitani delle truppe di Carlo III di Durazzo quando questi scese da Roma alla conquista di Napoli. Il Re lo nominò, il primo dicembre 1381, Gran Connestabile, carica che tenne fino alla morte; nel ruolo e nel titolo di Conte di Acerra gli succedette il famoso Alberico da Barbiano. Per la sua nomina furono tenuti giochi cavallereschi al Largo delle Corregge. Subito dopo la salita al trono di Carlo III di Durazzo, nel 1381 assediò il Castello di S. Elmo dove si erano rifugiati Giacomo, Francesco e Marino Zurlo, Baldassarre di Brunswich, fratello di Ottone, il Conte di Artois, il Conte di Ariano, Nicola Maccarone, costringendoli alla resa. Guidò poi le truppe del primo sovrano Durazzesco in Puglia contro Luigi di Valois-Angiò con Guglielmo di Tocco, Giacomo Stendardo, Roberto Orsini, Giacomo Gaetani, Roberto Sanseverino, Luigi di Gianvilla, Carlo Lagonissa ed altri. Fu Cavaliere dell’Ordine della Nave.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI VIRI DNI IANNOCTI DE PROTOIUDICE DE SALERNO MILITIS COMITIS ACERRARUM MAGNI CONESTABILI REGNI SICILIAE QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXV VIII DIE MENSIS APRILIS VIII INDICT.

– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago.

– Sede e provenienza. Il monumento si trovava nella 4^ Cappella del transetto destro, detta dell’Annunciazione, che fu di patronato della famiglia.

– Famiglia. Di lontana origine longobarda, si era stabilita a Salerno, dove i fratelli Mario, Pietro e Filippo Biscido, alla fine del XII secolo, rivestirono la carica di Protogiudice sotto i Normanni: da allora mutarono il cognome assumendo quello della carica. A Napoli la famiglia era iscritta al Seggio di Portanova. Il De Lellis sostiene che la famiglia aveva rami distinti in Amalfi e Napoli, dove era iscritta al Seggio di Nido10. Una Beatrice Protogiudice di Salerno (m. 7 aprile 1331) è sepolta nel Santuario di Montevergine.

 

PARETE di sinistra

Sulla parete di sinistra entrando dal transetto destro della Basilica si segnalano due opere sepolcrali:

Giovanni Rota (m. 1426)

Figlio dell’Eques Riccardo (m. 1392), Giovanni Rota era Comandante della Rocca di Tropea; dovette arrendersi a Luigi di Valois-Angiò in quanto le 26 galee inviate da Alfonso I d’Aragona giunsero troppo tardi. Morì poi a Messina.

– Epigrafe:

IOANNI ROTAE RICCARDI F. EQUITI
CUIUS MAIORES E GALLIA CISALPINA
GENERE CLARI MOX ITEM
IN MARRUCINIS DOMINATU INSIGNES
ALPHONSI PRIMI NEAPOLIT. REGIS
ALUMNO ET PEDITUM PRAEFECTO
ANT. ROTA BAPT. F. AVO P.M.
HIC POSTARCEM TRUPIANAM DEFENSAM
MESSANAE MORITUR MCCCCXXVI

– Scultura. Figura giacente con sovrastante lastra murata sulla parete, sulla quale campeggiano quattro sepolcri appartenenti alla famiglia Rota, tutti di epoca cinquecentesca, come peraltro evidente nella statua del defunto.

– Sede e provenienza. I monumenti della famiglia Rota potrebbero provenire dalla 3^ Cappella a sinistra (Cappella di San Giovanni Battista), di patronato della famiglia stessa.

– Famiglia. Originaria di Asti, venne nel Regno di Sicilia con Carlo I d’Angiò. A Napoli era famiglia nobile fuori Seggio. Possedeva anche una Cappella in San Pietro a Maiella, dove vennero sepolti i Milites Riccardo Rota (m. 1392) ed i fratelli Rinaldo e Guglielmo Rota (m. 1335).

Arma: d’azzurro alla ruota d’oro a otto raggi.

 

Matteo Capuano (m. 21 ottobre 1368)

– Epigrafe:

MATHAEUS IACET HIC CAPUANUS STEMMATE CLARUS MILITIAQUE PROBUS PROSPICUUS PATRIAE PAUPERIBUS TEMPLISQUE PIUS IUSTI QUOQUE CULTOR CURIA TESTATUR SED MAGIS EXCELSIA HAEC VITA LINGUA FACTISQUE POTENS OPULENTIOR HUIUS VITAE ITER EGREDITUR MENTE VOCANTE DEUM OBIIT AN. DOM. MCCCLXVIII DIE XXI OCTOBRIS VII INDICTIONIS FUTURAM IN DNO CARNIS RESURRECTIONEM EXPECTANS ORATE PRO EO

– Scultura. Resta il fronte di un sarcofago (non più esistente) incassato sulla parete ad angolo.

– Sede e provenienza. L’opera si trovava in altra parte della Chiesa, probabilmente nella Cappella del Duca di Maddaloni nella navata di sinistra.

– Famiglia. Di origine longobarda: il capostipite era Landone, discendente di Atenolfo, Principe di Capua e Benevento; il cognome, usato per la prima volta nel 1126, proviene appunto dalla città di Capua dove la famiglia si era stabilita. Secondo alcuni la famiglia, iscritta al Seggio di Capuana, diede il nome alla famosa porta di Napoli.

Arma.

In origine: spaccato, nel 1° d’azzurro al leone d’oro; nel 2° sei sbarre, alternate di rosso e d’argento.

Quindi: d’argento alla testa di leone nero recisa coronata d’oro e linguata e sanguinosa di rosso, circondata da sei code d’ermellino.

 

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CORTILE del CONVENTO

In una nicchia rialzata posta nel cortile del convento esterno al Cappellone del Crocifisso di San Tommaso d’Aquino si trova la sepoltura di

Egidio di Bevagna (m. 23 aprile 1353).

Figlio di Filippo (m. 1292), Egidio II di Bevagna, che prese il nome del nonno (Egidio I), venne armato Cavaliere da Re Roberto d’Angiò; fu Ciambellano del Consiglio del Re (1332) e Maestro Razionale della Magna Curia (1340). Ebbe come figlie Giovanna (Ciambellana della Regina Giovanna I d’Angiò), Filippa e Letizia11, che, in mancanza di discendenti delle prime due sorelle, ereditò i beni di famiglia.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS VIRI MAGNIFICI DNI AEGIDII DE BEVANIA MILITIS MAGNAE REGIAE ET REGINALIS CURIAE MAGISTRI RACIONALIS QUI OBIIT ANNO DNI MCCCLIII DIE XXIII APRILIS VII INDICT. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN AMEN

– Scultura. Gisant con sarcofago. L’opera è attribuita al cd. Maestro Durazzesco (ed alla sua bottega), anche per le analogie nel rilievo sul fronte del sarcofago con il sepolcro di Cristoforo d’Aquino12.

– Sede e provenienza. L’opera si trovava in origine nella Cappella di San Giorgio (Maggiore), patronato della famiglia Bevagna, costruita dallo stesso Egidio. Al suo interno vi era anche la sepoltura di due delle figlie di Egidio, Giovanna (m. 4 luglio 1366) e Filippa (m. 26 novembre 1362). La prima sposò Ruggero (“Roggerone”) della Marra, la cui famiglia ereditò la Cappella, che poi cedette nel 1549 ai frati domenicani (o alla famiglia Capece) in cambio del primo chiostro. Pertanto, vennero trasferiti nel cortile adiacente tutti i monumenti funebri presenti all’interno della Cappella, che divenne poi il Cappellone del Crocifisso13.

– Famiglia. Originaria della omonima città dell’Umbria. Le prime memorie certe risalgono ad Alessandro di Bevagna, padre del primo Egidio che, nel 1235, su istanza di Offreduccio di Gregorio, cedette alcune terre alla Sede Apostolica14.

Arma: un campo diviso, nel superiore d’oro con tre rose vermiglie, nell’inferiore di rosso con tre bardature d’oro.

 

SAGRESTIA

 

Un discorso a parte merita, naturalmente, la famosa Sagrestia della Basilica, dove, a circa cinque metri dal suolo, su di un corridoio pensile (il cd. “passetto dei morti”), sono collocate le “Arche aragonesi”, ovvero i sarcofagi al cui interno furono conservati i corpi mummificati di Re e Regine aragonesi, di nobili, dignitari e personaggi illustri legati alla casata. In tutto i bauli, ricoperti di sete e broccati di diverso colore, sono 42, disposti su due file sovrapposte; accanto ad alcune vi sono i ritratti del defunto o targhe che indicano il personaggio sepolto.

Negli anni Ottante del Novecento, vennero svolti accurati studi sulle mummie ad opera della Divisione di paleopatologia dell’Università di Pisa. I preziosi vestiti indossati dai defunti, restaurati, furono collocati nella attigua Sala degli Arredi Sacri.

La quasi totalità dei personaggi ivi presenti non rientra nell’arco temporale del presente studio; l’unico sarebbe

Alfonso V d’Aragona (m. 27 giugno 1458)

Come noto, tuttavia, la sua arca è vuota in quanto nel 1671 su iniziativa del Viceré Pedro Antonio d’Aragona, Duca di Segorbe, il corpo del Re venne traslato, secondo le sue volontà testamentarie, nella chiesa del monastero di Santa Maria de Poblet in Catalogna, dove nel 1417 Alfonso aveva fatto costruire un sepolcro per il padre.

Primo figlio di Ferdinando I Re d’Aragona (1380-1416), detto “Il Giusto”, e di Eleonora d’Albuquerque (Leonor Urraca Sanchez, 1374-1435), Alfonso di Trastamara (Medina del Campo, 21 novembre 1393 – Napoli, 27 giugno 1458), detto “Il Magnanino”, divenne nel 1416 Re d’Aragona (Reame che comprendeva anche Valencia, Maiorca, Sicilia, Sardegna), Re di Napoli nel 1442, Re titolare di Gerusalemme e della Corsica, Duca di Atene. Cavaliere dell’Ordine della Giara, Gran Maestro dell’Ordine della Banda, fu il capostipite della dinastia aragonese che governò il Regno di Napoli dal 1442 al 1501. Il 20 luglio 1421 era stato infatti adottato dalla Regina di Napoli Giovanna II d’Angiò-Durazzo, che non aveva discendenti diretti, in un’alternanza di designazioni tra lo stesso Alfonso e Luigi III di Angiò-Valois; scomparso questi il 14 novembre 1434 a Cosenza, la Regina fece testamento a favore del fratello di Luigi III, Renato d’Angiò-Valois. Alla morte di Giovanna II (2 febbraio 1435) seguì una lunga guerra tra i due pretendenti, durante la quale Alfonso venne sconfitto nella battaglia navale di Ponza e fatto prigioniero; portato dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti, venne però da questi liberato. Al termine di un durissimo assedio, il 2 giugno 1442 riuscì infine ad entrare nella Capitale attraverso l’acquedotto presso Porta Capuana. Dopo la conquista del Regno, stabilì a Napoli la Capitale del suo Impero e non se ne allontanò più. Il 12 giugno 1415 aveva sposato nella Cattedrale di Valencia la cugina Maria di Castiglia, dalla quale non ebbe figli. Sia in vita (in un Parlamento tenuto in San Lorenzo il 28 febbraio 1443) sia per testamento (dettato in Castel dell’Ovo il giorno prima della morte), designò come suo successore sul trono di Napoli il figlio Ferdinando (detto “Ferrante”), nato da una relazione con Gueraldona Carlino (o con Margherita Fernandez de Hijar). Ma la più nota amante del Re fu Lucrezia d’Alagno. Alfonso fu straordinario mecenate, protettore delle arti e delle lettere; la sua corte rivaleggiava con le più rinomate dell’epoca, anche con quella fiorentina di Lorenzo “Il Magnifico”, per la presenza di umanisti, architetti, scultori, pittori; nel 1443 venne fondata a Napoli la Accademia Pontaniana, la più antica del genere in Italia. Alfonsò morì di malaria a Napoli il 27 giugno 1458.

– Epigrafe.

REX ALFONSUS CDCCCCLVIII

– Epigrafe (d’Engenio)

INCLITUS ALPHONSUS QUI REGIBUS ORTUS IBERIS
AUSONIAE REGNUM PRIMUS ADEPTUS ADEST.
OBIIT ANNO DOMINI MCCCCLVIII

– Scultura. Non si può ovviamente parlare di un vero e proprio monumento funebre nel senso classico, ma di un particolare tipo di sepoltura: l’arca di Alfonso, di colore bianco, è posta sulla controfacciata della sagrestia, nella fila superiore, con un ritratto del Re e l’epigrafe identificativa appena riportata. Bisogna aggiungere che la cassa è tuttavia vuota: nel 1671, infatti, il Vicerè Pietro Antonio d’Aragona, ottenuto l’assenso dei domenicani, fece trasferire le spoglie del suo antenato nel Monastero cistercense di Santa Maria de Poblet, dove il Sovrano aveva disposto per testamento di essere sepolto.

Una statua di Alfonso si trova invece nella quarta nicchia da sinistra della facciata di Palazzo Reale, opera di Achille d’Orsi (1888). Nel magnifico arco di trionfo posto all’ingresso di Castel Nuovo è raffigurata l’entrata del Re a Napoli con il suo corteo il 26 febbraio 1443; l’opera si attribuisce a vari artisti, tra cui il ruolo principale spetta a Francesco Laurana. Infine, un’altra immagine del Re compare nel bassorilievo del timpano della Chiesa di Santa Maria di Piedigrotta, sulla sinistra.

– Sede e provenienza. In origine, le varie tombe erano sparse per la Chiesa; vennero riunite nel Coro per volontà del Re Filippo II, e nel 1594 furono spostate tutte nella Sagrestia.

– Famiglia. Con la morte di Re Martino I “Il Vecchio” (31 maggio 1410) si estinse il ramo principale della Casa Reale di Aragona (Casata d’Aragona o di Barcellona), essendo premorti il figlio (Martino “Il Giovane”) ed i nipoti diretti. Con il Compromesso di Caspe (24 giugno 1412) i rappresentanti delle Cortes elessero Re Ferdinando di Trastamara, figlio della sorella del Sovrano, Eleonora d’Aragona. Ha così inizio la casata di Trastamara d’Aragona.

Arma: si trovano riunite le insegne della Casa Trastamara d’Aragona e degli ultimi angioini-durazzeschi di Napoli (Giovanna II), ovvero: inquartato, nel 1° e nel 4° d’oro a quattro pali di rosso, nel 2° e nel 3°, interzato, nel 1° fasciato di rosso e d’argento, nel 2° d’azzurro seminato di gigli d’oro, nel 3° d’argento alla croce potenziata d’oro, accantonata agli angoli da quattro crocette dello stesso.


NOTE

1 Cesare d’Engenio Caracciolo: “Napoli Sacra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1623).

2 AA.VV.: “Cronaca di Partenope” a cura di Antonio Altamura (SEN, Napoli, 1974).

3 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

4 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

5 Carlo De Lellis: “Supplimento a Napoli Sacra di Don Cesare d’Engenio Caracciolo” (Roberto Mollo Ed., Napoli, 1654).

6 Valentino Pace: “Arte medievale in Italia meridionale. I. Campania” (Liguori Ed., Napoli, 2007).

7 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

8 Gennaro Aspreno Galante: “Guida sacra della città di Napoli”, riedizione a cura di Nicola Spinosa (Società Editrice Napoletana, Napoli, 1985).

9 Giovanni è probabilmente un discendente di Andrea (“Andreotto”) Del Giudice, indicato da Matteo Camera (“Annali delle Due Sicilie: dall’origine e fondazione della monarchia fino a tutto il regno dell’augusto sovrano Carlo III Borbone”; Stamperia e Cartiere del Fibreno. Vol. II. Napoli, 1860) come “Protontino” e Vice Ammiraglio di una flotta inviata nel 1296 da Roberto d’Angiò, allora Duca di Calabria, a riconquistare Ischia agli aragonesi con esito infausto. Con riferimento ad Amalfi, città che armò diverse galee per l’impresa, Andrea Del Giudice è definito Patrizio del luogo.

10 Carlo De Lellis, op. cit.

11 Le notizie sul casato sono tratte, in particolare, da Ferrante Della Marra: “Discorsi delle famiglie estinte, forastiere, o non comprese ne’ Seggi di Napoli, imparentate colla Casa Della Marra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1641).

12 Così Rosa Romano in “La bottega durazzesca e la scultura napoletana nei decenni centrali del XIV secolo” (tratto da “Arte cristiana”, anno XCI, gennaio-febbraio 2003. Scuola Beato Angelico Ed., Milano). Seguiamo l’autrice in tutte le attribuzioni al cd. Maestro Durazzesco che compie in questo saggio.

13 Così il d’Engenio nella sua citata opera, in cui riporta, naturalmente, anche l’epigrafe della sepoltura delle figlie di Egidio: HIC IACENT CORPORA MAGNIFICARUM MULIERUM DNAE IOANNAE DE BEVANIA RELICTAE QUONDAM MAGNIFICI VIRI ROGERONI DE MARRA REGINALIS CAMBELLANAE COLLATERALIS ET FAMILIARIS QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXVI DIE IV MENSIS IULII IV INDICT. ET DNAE PHILIPPAE DE BEVANIA CONSORTIS MAGNIFICI VIRI DNI CICCI BUDETTAE DE NEAP. MILITIS QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXII DIE XXVI MENSIS NOVEMB. I INDICT.

14 In questo senso d’Engenio (op. cit.), Ferrante della Marra (op. cit.) e Antonio Melloni in “Raccolta ferrarese di opuscoli scientifici e letterari di Ch. autori italiani” (Stamperia Coleti, tomo 21, 1789).

NOTE 1 Cesare d’Engenio Caracciolo: “Napoli Sacra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1623). 2 AA.VV.: “Cronaca di Partenope” a cura di Antonio Altamura (SEN, Napoli, 1974). 3 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit. 4 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit. 5 Carlo De Lellis: “Supplimento a Napoli Sacra di Don Cesare d’Engenio Caracciolo” (Roberto Mollo Ed., Napoli, 1654). […]