CAPPELLA di San Giuseppe – 1^ a destra

Ludovico Aldomoresco (m. 1414)

Ludovico (o Luigi) Aldomoresco era figlio di Matteo e della sua seconde moglie, Gisolda Loderico. Fu Miles con Carlo III di Durazzo, quindi Maresciallo del Regno, Grande Ammiraglio e Consigliere di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo; comandò la flotta angioina che nel 1402 occupò Zara e la Dalmazia, ricevendo il titolo di Vicario di Ungheria per Re Ladislao. Sposò Isabella Brancaccio ed ebbe come figli Giovanni, Marino, Tommaso e Ritella.

– Epigrafi:

VI DEMONSTRE (COMANT) ARDIT ET NOBLES CIAVALIER MISER LOIS
MORISKE LASSA SA GENS TUTTE DISCONFORTÉ ET ALÉ CON L’ANGLIES DE DIU
E LI MONTRE LA GLORIE DE LE S. PARADIS
VI VUS (COMANT SANT) AYMÉ ET S. ANTON PORTENT LE NOBLE PRINCES
ET POSCIANT ROY LANDISLAUS DE DURAS ET PORTENT A SOY LES ARDIS ET PREUS
CIAVALIERS MISER LOIS DE MORISKE LI PRESENTENT A LA VIRGO MARIE ET SON FIUS
IHESU XRISTE IN (…) GLORIA DEL PARADIS OU LE SANT CECILE ET KATARIN DEM(ORENT)

Le epigrafi si trovano ai due lati opposti del sepolcro, e sono in minuscola gotica a rilievo in lettere nere. E’ l’unico monumento a Napoli con scrittura gotica in francese1.

Epigrafe latina riportata dal d’Engenio2:

 

HAEC EST SEPOLTURA MAGNIFICI MILITIS DOMINI LUDOVICI ALDEMARISCO DE NEAP. QUI HUIUS REGNI SENESCALLUS ET FIDELIS CONSILIARIUS ET DILECTUS SERENISS. REGIS LADISLAI FUIT NEC NON DUX MARIS ARMARIAE STRENUUS, ET PRUDENS SENSU, ROBUSTUS IN ARMIS, INTEGER ATQUE PUGIL IUSTO PRO REGE FIDELIS, NEC NON TENUIT EX PARTE REGIS OFFICIUM ADMIRANTIAE, ITA ET TALITER QUOD NOVIGIA GEREBANT VEXILLUM EIUS, ET IN HIIS OFFITIIS SUAE VITAE CLAUSIT EXTREMUM

ANNO DOMINI MCDXIV QUAM HIC VERAM CERNIS INSCRIPTIONEM EAM IN HAC LUDOVICI SEPOLTURA GALLICIS SCRIPTAM ETIAM INTUEBERIS ROBERTUS ALDEMORISCUS CONTINUUS SUAE MAIESTATIS

INFINE, UN’ALTRA EPIGRAFE RICORDA LA COMMISSIONE: EXPECTABILIS IUVENIS ET PRUDENS MILES DOMINUS IOANNES ALDEMARISCO DE NEAP. ANNO AETATIS EIUS PERFECTO XVII ANNORUM FIERI F. HOC OPUS  DE SUO PROPRIO AD MEMORIAM PATRIS SUI DOMINI LUDOVICI ANNO DOMINI MCCCCXXI PER MANUS DOMINI RICCARDI ET DOMINI HENRICI DE ARCEL

 

Un’ultima epigrafe ricordava il ripristino del monumento:

EXPECTABILIS IUVENIS ET PRUDENS MILES DOMINUS IOANNES ALDEMARISCO DE NEAP. NOB SEDILIS NIDI ANNO AETATIS EIUS PERFECTO XVII ANNORUM FILIUS MAGNIFICORUM D. LUDIVICI ET ISABELLA BRANCATIAE CONIUGUM DE NEAP. OPUS FIERI D. DE SUO PROPRIO OB MEMORIAM PRAEDICTI MAGNIFICI SUI PATRIS ANNO DOMINI MCCCCXXI PER MANUS DOMINI RICCARDI ALDEMORISCO EIUS PARTUI ET DNI HENRICI DE ARCELLIS EIUS LEGATARIORUM QUOD HIC RECENS EXTAT INSCRIPTIO OBQ. OMNIA ROBERTUS AEDEM LOCUM IN POSTERITATIS MEMORIAM RENOVAVIT

– Scultura. Gisant poggiante su sarcofago. Il monumento, creato per essere osservato da tutti i lati (come quello, dello stesso autore, della Regina Margherita di Durazzo nel Duomo di Salerno), venne eseguito nel 1421 da Antonio Baboccio da Piperno su commissione del primo figlio di Ludovico, Giovanni3. Si trova tra la prima e la seconda Cappella di destra (Cappella di San Giuseppe e Cappella di San Bonaventura). L’autore si firma, scrivendo: ABBAS ANTONIUS BABOCIUS DE PIPERNO PICTOR ET IN OMNI LAPIDE ATQUE METALLORUM SCULTOR ANNO SEPTUAGENARIO AETATIS FECIT

– Sede e provenienza. In origine l’opera doveva trovarsi nella Cappella di famiglia (detta di Sant’Andrea, poi della Santissima Addolorata), la 9^ a destra (oggi 8^), posta dietro l’organo grande. Venne quindi più volte spostata, dapprima probabilmente nella crociera, all’opposto del monumento di Caterina d’Austria; fu poi trasportata nel convento di S. Teresa degli Scalzi, ancora nel chiostro di San Lorenzo, dove la ricorda anche il D’Aloe4, per essere infine ricollocata nella posizione attuale.

– Famiglia. La famiglia Aldomoresco (o Aldomorisco, o Aldemoresco) vanta un’antica origine greca. Era iscritta al Seggio di Nido. Nella Cappella di famiglia in San Lorenzo il d’Engenio5 ricorda la presenza delle sepolture di Vulcano Aldomoresco (m. 2 maggio 1351) e Marino Aldomoresco (m. 1300). Frammenti delle loro lastre terragne potrebbero essere identificate con quelle attualmente esposte nel lapidarium della Biblioteca (v. infra).

Arma: Spaccato palizzato d’azzurro e d’argento, col capo del secondo, caricato da una croce scorciata di rosso.

CAPPELLA del Crocifisso – 5^ a destra

Cavaliare della famiglia Manso  (?)

Nel sepolcro, in realtà, sono contenuti, come recita l’iscrizione, i resti mortali di Antonio (o Antonello, o Antonino) Manso e della moglie Giovanna Regolana, sorella di Tommaso, vissuti nel XV secolo; dal loro matrimonio nacquero due figli, Giovan Battista e Roberta.

– Epigrafe:

ANTONELLO MANSO EX FUSULO ET MUSCULO
AMALPHIENSIUM DUCIBUS FRIDERICI REGIS
FAMILIARI EIDEMQ. PACIS BELLIQ. TEMPORIB.
FIDE ATQ. STRENUITATE CUM PRIMIS CARO
ET
IOANNAE REGOLANAE TUM SUA MAIORUMQ. TUM
FRATERNA THOMAE REGOLANI ARCHIEP AMALPH.
ARAGON. REGUM A SECRETIS VIRTUTE ILLUSTRI
BAPT. MANSO PARENTIB. OPT.

– Scultura. Il monumento venne composto da Giambattista Manso (m. 1645), amico di John Milton, Torquato Tasso e Re Federico d’Aragona, che ricevette la Cappella dal 1620: per accogliere le spoglie dei suoi antenati del ‘400 fece riadattare un precedente sepolcro cui fece togliere epigrafe ed araldica. Il gisant è, infatti, della metà del trecento, o forse del 1330-35, sovrapposto al sarcofago quattrocentesco.

– Sede e provenienza. La Cappella del Crocifisso era in precedenza detta di Santo Stefano e poi Cappella dell’Ecce Homo. Si apparteneva in origine della famiglia Scrignaro ed era dedicata a Sant’Agnese; venne quindi concessa nel 1546 a Sebastiano Manso, la cui famiglia possedeva, in precedenza, un’altra Cappella nella Basilica, detta del Salvatore (terza a destra), poi diroccata: così nel 1620 Giambattista Manso ottenne quest’altra Cappella.

– Famiglia. Originaria di Scala presso Amalfi. A Napoli era aggregata al Seggio di Porto.

Arma: d’oro alla scala rossa con quattro pioli, posta in palo; alias d’azzurro alla scala d’oro con sei pioli, posta in palo.

CAPPELLA dell’Angelo Custode – 1^ a sinistra

Sulla sinistra, a terra:

Roberto Carmignani (m. 25 gennaio 1342)

– Epigrafe di Roberto Carmignani:

(HIC IACET SIRI)6 ROBERTUS CARMIGNANUS DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XXXXII DIE XXV IANUARI X INDICIONIS CUIUS AIA PER MISERICORDIAM DEI REQUIESCAT IN PACE AMEN

Va notato che, vicino a detta lastra, sulla destra, vi è la sepoltura dell’abbate Jacopo Carmignani (m. 26 aprile 1234), detto “Puccio”, una lastra terragna consunta con epigrafe in lettere nere, in caratteri misti, romani e gotici: HIC IACET D. ABBAS IACOBUS CARMIGNANUS DICTUS PUCIUS DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DOMINI M CCXXXIIII VII KALENDAS APRILIS VIII INDICTIONIS CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Lastra pavimentale.

– Sede e posizionamento. La famiglia Carmignani era patrona della 2^ Cappella sulla sinistra, oggi prima. Aveva anche una Cappella in Santa Maria dei Vergini, dove si trovava la sepoltura di Agnello Carmignani (m. 7 aprile 1348).

– Famiglia. I Carmignani (o Carmignano o Carmignana) erano iscritti al Seggio di Montagna.

Arma: di rosso al leone rampante d’oro, lo scudo con bordatura dentata d’oro.

 

CAPPELLA della Circoncisione – 4^ a sinistra

Benedetto Pignone (m. 1420?)

Maestro Razionale della Gran Corte e Luogotenente della Regia Camera della Sommaria, il nostro sposò Pandella Calanda, che gli diede un figlio di nome Ludovico.

 

– Epigrafe (lastra sovrastante):

BENEDICTUS PIGNONUS PATRICIUS NEAPOLITANUS REGIAE MAGNAE CAMERAE SUMARIAE LOCUMTENENS HOC SIBI SUISQ. POSUIT ANNO DNI M CCCC XX

– Epigrafe (riscritta sul fronte dell’arca):

AURELIUS PETRI PIGNONI F(ILIUS) PIETATIS OFFICIO FUNGENS H(OC) PATRI B(ONAE) M(EMORIAE) SIBI SUISQUE F(IERI) C(URAVIT) ANNO AB HUMANATO DEO MDXVI

– Scultura. Si tratta di un sepolcro composito con elementi di diverse epoche e classico reimpiego di materiale precedente. Dell’opera originaria restano il sarcofago con le colonnine ed i leoncini di sostegno, posti su di un basamento che si dimostra successivo al pari del coperchio. Nel 1516 Aurelio Pignone restaurò la scultura per il padre Pietro (nipote di Benedetto), per sé stesso ed i suoi figli: nell’occasione inserì sui bordi del fronte una nuova epigrafe (la seconda sopra riportata) al posto della precedente. L’arca è poi sovrastata da una lastra di marmo con iscrizione e ritratto di uomo d’armi 6B: quest’ultima, di fattura più recente come le volute laterali, potrebbe riportare il richiamo all’originario epitaffio del defunto: di certo, sul sarcofago compare, sulla sinistra, lo scudo araldico dei Pignone.

– Sede e provenienza. L’opera si trova appoggiata alla parete di destra della Cappella, la quarta a sinistra, che era di patronato della famiglia Pignone. Si noti che nel 1500 Pietro Pignone aveva posto nella Cappella una particolare lastra pavimentale tuttora esistente.

– Famiglia. Originaria della Provenza: nel 1266 Giacomo Campagnola, detto “Pignone”, seguì Carlo I d’Angiò alla conquista del Regno di Sicilia. La famiglia era iscritta al Seggio di Montagna, ed aveva sepolture anche in Santa Restituta al Duomo di Napoli.

Arma: d’azzurro alla fascia d’oro accompagnata da cinque pigne dello stesso, tre in capo e due in punta.

 

DEAMBULATORIO

Cappella della Trasfigurazione, 3^ da destra

Bertrando del Balzo (m. 17 agosto 1336)
Francesco del Balzo (m. 25 luglio 1337)
Ceccarella del Balzo (m. 1346)

Si tratta di un sepolcro multiplo di famiglia, che contiene i resti dei fratelli Bertrando e Francesco del Balzo nonché della figlia del primo, Ceccarella. Bertrando e Francesco erano figli (con Giovanna e Caterina) di Amelio del Balzo (m. 9 marzo 1351), Capitano generale con i Re Roberto e Giovanna I d’Angiò, e di Francesca de Avella (m. 10 settembre 1371). Bertrando (detto anche “Beltramone”) fu Luogotenente del Re nel Pricipato d’Acaia, Capitano generale della cavalleria nella guerra in Toscana. Sposò nel 1333 Caterina d’Alneto. Francesco e Ceccarella non ebbero figli (e probabilmente non si sposarono).

– Epigrafe (d’Engenio/Bock):

HIC IACENT SPECTABILES IUVENES BERTERANDUS ET FRANCISCUS DE BAUCIO FRATRES FILII VIRI MAGNIFICI AMELII DE BAUCIO AVELLARUM DNI NEC NON CECCARELLA EIUSDEM BERTERANDI FILIA QUI BERTERANDUS OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXVI DIE XVII MENSIS AUGUSTI IIII IND. ET FRANCISCUS OBIIT DIE XXV MENSIS IULII SEQUENTIS V IND. ET CECCARELLA OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXXVI DIE (…) MENS. (…) P(RIMAE) INDICT. CUIUS AIE REQUIESCANT IN PACE AMEN

La prima parte dell’iscrizione è andata perduta.

– Scultura. Si tratta di due frammenti del fronte di un sepolcro multiplo.

– Sede e provenienza. La terza Cappella radiale è dedicata alla Trasfigurazione del Signore. I sepolcri dei del Balzo si trovavano in origine nella Cappella di Santa Maria della Visitazione (o dei Re Magi), sita nella navata (4^ a sinistra), di patronato della famiglia. Quanto oggi rimane, venne ritrovato nella Cappella Barrile, posta nel deambulatorio, durante i lavori di restauro del 1883; i frammenti vennero quindi posti presso il sesto pilastro del deambulatorio7.

– Famiglia. La famiglia del Balzo (de Baux) era originaria della Provenza; secondo una leggenda, ivi, presso la rocca conosciuta come les Baux, si sarebbe rifugiato uno dei Re Magi, Baldassarre; i suoi discendenti avrebbero preso poi il nome da quel luogo (quali Signori di Les Baux). Si trasferirono nel Regno al seguito di Carlo I d’Angiò con Barral (o Hugone Barral, m. 1268), Gran Giustiziere, ed il figlio Bertrando II (m. 1305), poi Conte di Avellino, tra i più valorosi cavalieri nella battaglia di Benevento (26 febbraio 1266). Il cognome venne latinizzato in del Balzo (o de Baucio). I del Balzo avevano anche il patronato di una Cappella in Santa Chiara, dove, tra gli altri, venne collocato il sepolcro di Raimondo Del Balzo (m. 5 agosto 1375, v. in Santa Chiara).

I genitori di Bertrando e Francesco, Amelio Del Banzo e Francesca de Avella, vennero sepolti (in unica tomba) nella stessa Cappella. Anche l’altra loro figlia, Giovanna (m. 1361), venne tumulata in San Lorenzo, ma in una diversa Cappella, nel transetto destro. Seguendo il d’Engenio, ai tempi in cui scrive si contavano due Cappelle della famiglia del Balzo in San Lorenzo, ma già allora non erano più di loro patronato pur presentando le sepolture ancora al loro posto.

Armi:

la più antica: di rosso alla cometa di sedici raggi d’argento.

Successivamente: inquartato, nel 1° e 4° di rosso alla stella a 16 raggi d’argento; nel 2° e 3° d’oro alla cornetta d’azzurro legata e guarnita di rosso.

DEAMBULATORIO

– Cappella di San Giuliano, 4^ da destra

Guglielmo di Brussaco (27 novembre 1346)

Guglielmo fu Miles, Ciambellano della Regina Giovanna I d’Angiò e familiare della stessa. Nella lastra è stato scolpito con il figlio Bertrando.

– Epigrafe:

HIC IACET NOBILIS EGREGIIS VIR DNS GULLS D. BRUSACO MILES REGIUS REGINALISQ. CABELLAN. ET FAMILIAR QUA EST SEPULTUS BERTERANDUS EIUS FILIUS NEPOTIS VENERATIS ET DNI DNI FRATIS ARNALDI ARCHIEPI BENEVETANI QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XLVI DIE XXVII MES NOVEBR XV ID QUI AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Lastra pavimentale posta innanzi all’ingresso della 4^ Cappella da destra del deambulatorio.

– Sede e provenienza. La lastra si trovava in precedenza all’interno della Cappella di San Giuliano, appartenente alla famiglia Barrile.

 

Lancillotto Spina (m. 8 dicembre 1383)

– Epigrafe8:

HIC IACET LANCELLOCTUS SPINA DE SCALIS (QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCL)XXXIII DIE VIII MENSIS DECEMBRIS IIII INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura: della originaria sepoltura si conserva soltanto, addossata alla parete di sinistra della 4^ Cappella da destra del deambulatorio, la fronte del sarcofago, sulla quale si legge buona parte dell’epigrafe riportata dal d’Engenio.

– Sede e provenienza. Nella sua “Napoli Sacra” il d’Engenio riferisce che l’opera era collocata nella Chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, dove, tra la Sacrestia e la sala capitolare, si trovava un’antica Cappella di cui la famiglia aveva il patronato (dedicata al Santissimo Crocifisso); l’erudito parla di un “sepolcro in marmo … mezzo rotto” che, alla sua epoca, si trovava nella Cappella della famiglia Bonadies. In San Lorenzo, prima dell’attuale sistemazione, la lastra era stata posizionata dinanzi alla quarta Cappella.

– Famiglia. Originaria della città di Scala, era iscritta a Napoli al  Seggio di Nido.

Arma: d’oro, a tre o più fasce spinate d’azzurro, con la banda d’argento caricata di tre rose di rosso, attraversante sul tutto.

 

DEAMBULATORIO – Cappella di Santa Maria degli Angeli, 6^ da destra

Sepolcro di tre Cavalieri anonimi della famiglia Barrese
(m. 22 febbraio 1310, 4 giugno 1330, 5 aprile 1336)

– Epigrafe del primo frammento (parte superiore):
QUOR(UM) NOBILIUM P(RI)M(US) DIE D(OMI)NICO XXII M(EN)SIS FEBRUARII ANNO DNI M CCCX SECUNDUS DIE DOMINICO IV M(EN)SIS IUNII ANNO DNI M CCC XXX TERCIUS DIE IOVIS V M(EN)SIS APRELIS ANNO DNI M CCC XXX VI

– Epigrafe del secondo frammento (parte inferiore):
HIC REQUIESCUNT Q(UON)DA(M) NOBILES MILITES ET MAGNIFICI VIRI ILLORUM DE BARRESIO DE SICILIA QUORUM ANIMAE OB MAGNAM MISERICORDIAM XPI. REQUIESCANT IN PACE AMEN

– Scultura. Murati sul lato sinistro della cappella, si vedono due frammenti di un sepolcro che custodiva i resti di tre componenti della famiglia Barrese, i cui nomi restano però ignoti.

– Sede e provenienza. La Cappella, dedicata a Santa Maria degli Angeli e poi ai Santi Pietro e Paolo, era di patronato della famiglia Barrese. Il d’Eugenio ricorda due avelli di marmo all’interno della Cappella stessa9; aggiunge che in essi si fa menzione di tre Cavalieri con l’anno obituario, ma non li nomina: forse già allora i nomi non erano più visibili; i marmi, secondo lo studioso, non potevano essere distesi “per esser imperfetti”. Il Filandieri conferma sia la collocazione del monumento, corrispondente all’attuale “sul muro sinistro entrando”, sia la divisione “in due scompartimenti rettangolari”10. Il più antico dei tre Militi potrebbe essere Giovanni Barrese, marito di Iacobella di Villecublay, l’ultimo Fatino Barrese, Ciambellano, insignito del cingolo militare da Re Roberto d’Angiò il 23 dicembre 1335.

– Famiglia. I Barrese (o Barresi) erano una famiglia siciliana di origine normanna, discesa in Italia intorno all’XI secolo. Capostipite è considerato Abbo Barrese, venuto al seguito di Ruggero I d’Altavilla. A Napoli era iscritta al Seggio di Capuana.

Arma: vaiato d’argento e di rosso, a tre pali d’oro attraversanti.

 

 

DEAMBULATORIO – Cappella  della Beata Vergine, 7^ da destra

Cavaliere anonimo

Appoggiata alla parete di fondo della Cappella vi è il frammento (parte superiore) della lastra raffigurante un Cavaliere anonimo.

– Scultura. La datazione dell’opera potrebbe risalire al 1370/80 secondo il Gaglione ed il Laneri, il quale ultimo giustamente sottolinea la presenza, in alto a sinistra, di un bacinetto con visiera sana a ribalta11. La lastra, rimaneggiata nel XV secolo,  venne spaccata in due parti pressoché eguali, mentre si è persa una fascia centrale; la sezione inferiore corrisponde a quella attualmente conservata nell’area angioina (v. infra).

– Sede e provenienza. In precedenza, il frammento si trovava nella Sala Capitolare12.

DEAMBULATORIO – Cappella di San Nicola, 9^ da destra

Maria di Durazzo (m. 1381?)

La piccola Maria (?-1381?) era figlia di Re Carlo III di Durazzo e della Regina Margherita di Durazzo. I suoi fratelli, Giovanna II e Ladislao, diverranno Re di Napoli. Come la sorella Giovanna, Maria nacque probabilmente a Zara, dove all’epoca risiedevano i genitori, tra il 1372 ed il 1375. Morì giovinetta, forse nel castello di Morcone, dove la madre, che dimorava a Napoli, si era rifugiata nel 1380 onde evitare eventuali pressioni da parte della Regina Giovanna I d’Angiò, il cui trono era insidiato proprio dal marito di Margherita, Carlo.

– Epigrafe13:

HIC IACET CORPUS ILLUSTRIS PUELLAE DOMINAE MARIAE DE DURACIO FILIAE REGIS (CAROLI III QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXI INDICT. IIII)

In un’altra epigrafe si leggeva: D.O.M. MARIAE MARGARITAE ET CAROLI III F. LADISLAI ET IOANNAE II NEAP. REGUM SORORI REGIUM MONUMENTUM HIC REPONENDUM CURAVIT GUARDIANUS P. IANUARIUS ROCCHUS ET PARTES CONV. ANNO SAL. CIÉ IÉ CXXXIX

– Scultura. Gisant su sarcofago. L’opera venne commissionata dalla madre, la Regina Margherita di Durazzo (1347-1412), probabilmente agli inizi del XV secolo. Sono stati espressi dubbi sia sulla data obituaria sia su quella di realizzazione del monumento. Infatti, il 1371 non corrisponde alla quarta indizione, che si colloca, invece, nel 1381. Tuttavia, i cronisti tutti riportano la notizia che quando Margherita tornò da Zara a Napoli nel maggio 1376 conduceva con sé solo la piccola Giovanna. Pertanto, Maria potrebbe essere nata a Napoli dopo la sorella Giovanna, oppure essere premorta alla stessa. La realizzazione dell’opera potrebbe spostarsi dopo il 1409, addirittura all’inizio degli anni ’20 del ‘400 durante il Regno di Giovanna II d’Angiò-Durazzo. Nella parte posteriore si nota una lastra di reimpiego forse inserita nel 1939 durante lo spostamento da una parete della Cappella al finestrone del coro14.

– Sede e provenienza. Il sepolcro, oggi nella Cappella di San Nicola di Bari (9^ del deambulatorio da destra), era stato in origine collocato accanto agli altri monumenti funebri della famiglia (Carlo di Durazzo, Giovanna di Durazzo) nella Cappella della Regina che si apriva nel transetto sinistro della Chiesa (v. infra); nel 1639 era stato posizionato in un finestrone a sinistra della tribuna ad opera di Padre Gennaro Rocco, come ricorda la secondo epigrafe sopra riportata.

 

DEAMBULATORIO – Prima arcata da destra

A destra dell’altare maggiore vi è il monumento funebre di

Caterina d’Austria (m. 15 gennaio 1323)

Caterina d’Asburgo (Vienna, 1295 – Napoli, 15 gennaio 1323) era la settima figlia di Alberto I d’Asburgo (1255-1308), Duca d’Austria (1282) e Re dei Romani (1298), e di Elisabetta del Tirolo (1262ca.-1313). Sposò nell’ottobre 1316 Carlo d’Angiò, Duca di Calabria (1298-1328), detto “L’Illustre”, erede al trono napoletano. Morì di parto dopo 7 anni di matrimonio. In precedenza, era stata fidanzata con Filippo di Piemonte (1278-1334).

– Epigrafe:

HIC IACET KATHERINA FILIA REGIS ALBERTI ET NEPTIS REGIS RADULPHI ROMANORUM REG. AC SOROR FREDERICI IN REGEM ROMANORUM ELECTI DUCUM AUSTRIAE CONSORS SPECTABILIS CAROLI PRIMOGENITI SERENISSIMI PRINCIPIS ET DOMINI NOSTRI DOMINI ROBERTI DEI GRATIA HIERUSALEM ET SICILIAE REGIS ILLUSTRIS DUCIS CALABRIAE AC EIUSDEM DNI NOSTRI REGIS VICARII GENERALIS INSIGN. VITA ET MORIBUS EXEMPLARIS QUAE OBIIT NEAP. ANNO DOMINI NOSTRI IESU CHRISTI MCCCXXIII DIE XV MENSIS IANUARII VI INDICT. REGNORUM PRAEDICTI DOMINI NOSTRI REGIS ANNO XIIII CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. La bellissima tomba a baldacchino è la prima opera napoletana del grande Tino da Camaino, eseguita nel 1324; è anche l’unica (conosciuta) di sua mano non a parete ma a giorno.

– Sede e provenienza. Il monumento si trovava, in origine, in posizione diversa15. Potrebbe essere stato progettato come tomba a parete da collocarsi nel transetto, ma poi, con modifica in corso d’opera, venne inserita tra i primi due pilastri del coro16.

 

TRANSETTO DESTRO

Appoggiato alla parete destra, al di sotto di frammenti di un affresco di Montano d’Arezzo, vi è il monumento funebre di

Ludovico Caracciolo (m. 23 maggio 1347)
e
Giannotto Caracciolo (m. 15 giugno 1347)

Il sepolcro contiene i resti mortali di Ludovico Caracciolo, del figlio Giannotto, dei figli di quest’ultimo Antonello (m. 24 maggio 1347) e Mannella (m. 8 luglio 1347), tutti morti per la peste del 1347. Ludovico Caracciolo fu Vicario generale in Albania (1335) per disposizione di Carlo Duca di Durazzo.

– Epigrafe:

HIC IACENT NOBIL. VIRI DNS LODOYCIUS CAROCZOLIS DE NEAP. MILES DNS IOHANOCTUS FILIUS ET ANTONELLUS ET MANELLA FILII DNI DNI IOANNIS ET NEPOTES DNI DNI LUDOYCI, QUI OBIERUNT ANNO DNI MCCCXLVII, IND. I V III DNS LODOYCIUS XX III. MAIIS ANTONELLUS XXIIII EIUSDEM, DNS IOHANOCTUS XV IUNII V MANELLA VIII IULII PRIMAE IND. PREDICTAE QR. AIAE REQUIESCANT IN PACE AMEN

– Scultura. Gisant duplice con sarcofago. L’opera è attribuita al cd. Maestro Durazzesco.

– Famiglia. I Caracciolo sono, secondo alcuni, di origine bizantina, ed il capostipite fu Pietro Caracciolo, presente a Napoli nel IX secolo; secondo altre ricerche, invece, provengono dalla Normandia, e sarebbero scesi nel meridione con Ruggero I: il nome originario, vichingo, sarebbe stato Karczol (v. nota 9 in Duomo di Napoli). Di certo la famiglia era già presente a Napoli durante il Ducato. Essa si divise in due grandi linee, quella dei Pisquizi (o Svizzeri) e quella detta dei Rossi. Le linee dinastiche deriverebbero dai due figli di Landolfo (sposatosi nel 1110 con Anna Gaetanini): Riccardo detto “Il Rosso” e Filippo detto “Il Pisquizio”. Cavalieri della famiglia Caracciolo erano presenti al Duomo, in San Domenico, San Lorenzo, San Gregorio Armeno, San Giovanni a Carbonara e Santa Maria Donnaregina Vecchia.

I Cavalieri di cui ora trattiamo appartenevano al ramo Caracciolo Rossi, iscritto al Seggio di Capuana. Apparteneva alla schiatta anche una Cappella al Duomo.

Arma: bandato d’oro e di rosso al capo di azzurro.

Cimiero: testa d’elefante nascente.

 

Addossato alla parete di fondo, vi è poi il sepolcro di

Alessandro Favilla (m. 4 o 14 settembre 1404?)
e
Buffardo Cicinelli (m. 31 gennaio 1455)

Miles, Maresciallo del Regno, Consigliere dei Re aragonesi, Buffardo Cicinelli fu Podestà di Firenze nel 1451; nel 1438 era stato incarcerato assieme al padre Giovanni su ordine di Re Renato d’Angiò; i due vennero rilasciati dietro un riscatto di 16.000 ducati. Era era padre di Giovanni (m. 27 maggio 1473), sepolto in altro monumento sempre in San Lorenzo (v. ultra), e di Antonio (m. 1485).

Assieme a Buffardo Cicinelli è sepolto Alessandro Favilla.

L’ipotesi più probabile, formulata da Mario Gaglione17, è che il sarcofago (in origine con baldacchino) fosse originariamente di Alessandro Favilla, di cui rimane l’epigrafe; l’arca venne reimpiegata dai Cicinelli, che ne abrasero la pristina araldica e vi aggiunsero i propri stemmi ed il gisant, che infatti reca sul petto i simboli di famiglia.

Il sarcofago originario conteneva dunque i resti di Alessandro Favilla (la cui data obituaria potrebbe essere 1404, oppure 1334 secondo il d’Engenio, 1340 per il de Lellis)18 e del figlio Andrea (m. 8 giugno 1383), la cui effige era ritratta nella lastra sopra il sepolcro; nel Lapidarium si conserva infatti il frammento di una lastra con gli stemmi dei Favilla: è dunque probabile si tratti di quanto rimane della pristina copertura del sarcofago (v. infra).

– Epigrafe di Alessandro Favilla:

ANNO AB INCARNATIONE DOMINI NOSTRI IESU CHRISTI MCCC(C)QUARTO DIE QUARTO(…) MENSIS SEPTEMBRIS III INDICIONIS OBIIT DOMINUS ALEXANDER FAVILLA CUI AIA REQUIESCAT IN PACE

– Epigrafe di Buffardo Cicinelli:

MAGNIFICI VIRI BUFFARDI CICINELLI DE NEAPOLI MILITIS REGNI SICILIAE MARESCALLI OBIIT ANNO DNI M CCCC LV DIE ULTIMO IANUARI

In cartiglio (in lettere nere): pour loyaute m ancieur

– Scultura. Gisant poggiante su sarcofago a parete.

– Sede e provenienza. Il sarcofago si trovava alla destra della porta di ingresso; quindi, nel 1732, venne spostato nel Cappellone di San Francesco, tra i frammenti dei sepolcri della famiglia Cicinelli, che aveva avuto il patronato della Cappella di San Bonaventura, soppressa nel 1638 per i lavori di edificazione del Cappellone di San Francesco appunto; infine, nel 1970 il monumento fu collocato nell’attuale posizione nel transetto destro.

– Famiglia Favilla. I Favilla (o Falvilla), forse di origine toscana, erano iscritti al Seggio di Montagna. Nella citata opera del d’Engenio si legge che in San Lorenzo vi erano le due sepolture dei Favilla sopra ricordate (Alessandro ed Andrea), mentre un’altra tomba di famiglia si trovava nel Santuario di Montevergine ed accoglieva  i resti dei figli di Rinaldo Favilla, morti il 18 ottobre 1340.

Arma: troncato nel 1° d’azzurro, a due teste di drago rivolte d’oro, nel 2° bandato d’oro e di rosso.

– Famiglia Cicinelli. La famiglia Cicinelli (o Cicinello, Ciciniello), di antica origine germanica, apparteneva al Seggio di Montagna ed al ceto dei Milites fin dal ‘300. Alcuni suoi componenti erano stati ammessi all’Ordine del Drago; da ciò la lastra terragna con drago che si trova sul pavimento nel transetto a destra della tomba di Buffardo.

Nella Chiesa vi era anche la sepoltura di Busillo Cicinelli (m. 15 settembre 1473) e, probabilmente, si ritrovano i resti del sarcofago di Giovanni (v. infra).

Arma: di rosso al cigno fermo d’argento, lo scudo con bordatura dentata d’oro (antico emblema del casato tedesco dei von Schwangau).

 

Transetto sinistro

Addossato al lato destro, si vede il monumento funebre di

Carlo di Durazzo (m. 23 gennaio 1348)

Carlo, Duca di Durazzo e Conte di Gravina, era il figlio maggiore di Giovanni di Durazzo, capostipite degli Angiò-Durazzo, ramo collaterale degli Angioini di Napoli, e di Agnese di Perigord. Sposò il 21.04.1343 a Napoli Maria d’Angiò, o di Calabria (1329-1366), sorella della Regina Giovanna I d’Angiò. I due ebbero quattro figlie: Giovanna (1344-1393), Agnese (1345-1383), Clemenza (1346ca.-1370) e Margherita (1347-1412), che divenne Regina di Napoli nel 1381, dopo aver sposato il 24.01.1370 a Napoli il cugino Carlo di Durazzo (futuro Re Carlo III di Durazzo), omonimo del padre e figlio del di lui fratello minore Luigi.

Il Carlo di cui invece parliamo venne giustiziato ad Aversa per ordine di Re Luigi d’Ungheria, detto “Il Grande”, perché sospettato di aver partecipato all’assassinio, consumato ad Aversa il 18 settembre 1345, del fratello del Sovrano magiaro, Andrea, marito di Giovanna I.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS SERENISSIMI PRINCIPIS ET DOMINI DOMINI KAROLI DUCIS DURACII QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XXXXVII DIE XXIII MENSIS IANUARII PRIMAE INDCIONIS CUIUS ANIMA REQUISCAT IN PACE AMEN. IACET HIC TUMULATUS DUX DURACII VIRTUTIBUS ORNATUS

Si noti che l’iscrizione riporta, come anno di morte il 1347.

Un’altra epigrafe, voluta da Padre Gennaro Rocco nel 1639 riferiva:

CAROLI DYRACHII DUCIS HUNNORUM SAEVITIA OBTRUNCATUM CADAVER A MARGARITA F. NEAPOLIT. REGINA IN GENTILITIO SACELLO HOC CONDITUM MAUSOLEO A VETUSTO AC COLLABENTE LOCO HIC GUARDIANI P. IANUARII ROCCHI PIETATE PARTUMQ. CONV(ENCTUS) REPOSITO ANNO SAL. ÉIC IÉ CXXXIX.

– Scultura. Monumento funebre a parete. Il defunto è ritratto in abiti civili secondo un’usanza dei Reali angioini.

– Famiglia. La famiglia d’Angiò-Durazzo (o più semplicemente Durazzo) è un ramo collaterale degli Angiò di Napoli; capostipite fu il padre di Carlo, Giovanni d’Angiò, tredicesimo figlio di Re Carlo II d’Angiò e Maria Arpad di Ungheria, dal 1332 Duca di Durazzo: di qui il nome, utilizzato per distinguere la sua discendenza dal ramo diretto (facente capo al fratello, Re Roberto d’Angiò, quarto figlio di Carlo II) e dal ramo detto di Taranto, risalente ad un altro fratello, Filippo (quinto figlio di Carlo II), dal 1294 Principe di Taranto. La dinastia dei Durazzo salì al trono nel 1381 con Carlo III, nipote ex fratre di Carlo.

Arma. Carlo di Durazzo utilizzava come stemma lo scudo angioino, ovvero d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello di rosso.

 

Addossato al lato sinistro:

Robert d’Artois (m. 18 luglio 1383)
e
Giovanna di Durazzo (m. giugno 1393)

Prima figlia di Carlo di Durazzo e Maria di Calabria, la principessa Giovanna (1344-1393), Duchessa di Durazzo (1348) e Contessa di Gravina (1348), aveva sposato in seconde nozze, nell’aprile 1378, Robert (Roberto) IV d’Artois, Conte di Eu. Giovanna (detta “Giovannella di Durazzo”) venne esclusa dalla possibile successione al trono napoletano da Papa Urbano V per aver sposato il 19 giugno 1366 a Napoli Luigi d’Evreux (o di Navarra), Conte di Beaumont, inviso al Pontefice, e quindi senza la dispensa di quest’ultimo. In seguito, assieme al marito Roberto fece parte di una congiura ordita nel dicembre 1381 contro i regnanti Carlo III e Margherita di Durazzo (sorella minore di Giovanna); i due coniugi vennero perciò imprigionati in Castel dell’Ovo e, secondo una diceria, furono avvelenati insieme; in realtà morirono in date molto distanti.

– Epigrafe:

HIC IACENT CORPORA ILLUSTRIUM DOMINORUM DNI ROBERTI DE ARTOIS ET DNAE IOHANAE DUCISSAE DURACII CONIUGUM, QUI OBIERUNT ANNO DOMINI M CCC LXXXVII, DIE XX MENSIS IULII DECIMAE INDICIONIS QUORUM ANIMAE REQUISCANT IN PACE AM.

Dibattuta è l’indicazione della data di morte (20 luglio 1387), che sembra potersi riferire alla commissione dell’opera19.

– Scultura. Monumento funebre a parete. Le due figure sono collocate assieme sopra il sarcofago. Questo si compone anche di una lastra tombale del X secolo reimpiegata, con la scritta originaria, rivolta verso l’interno, che faceva riferimento ad un tribuno Gregorio con moglie e figli.

– Sede e provenienza. Questi monumenti della famiglia reale, probabilmente commissionati nel 1387 dalla Duchessa Giovanna e terminati dalla Regina Margherita, si trovano all’esterno del Cappellone di Sant’Antonio da Padova (eretto da Cosimo Fanzago nel 1638), che un tempo, prima del rifacimento barocco, era la Cappella della Regina, così denominata perché rifondata da Margherita di Durazzo, la quale fece ivi collocare i sepolcri familiari. Invero, la Cappella (inizialmente intitolata a San Giovanni Battista) era di patronato dei Durazzo già almeno col padre di Margherita, Carlo, secondo l’abitudine della famiglia di attribuirsi i patronati delle Cappelle alla sinistra dell’altare maggiore nelle Chiese più importanti (Santa Chiara, San Lorenzo, Duomo di Salerno). Prima di essere ricollocati nella presente posizione, i sepolcri di Robert d’Artois e Giovanna, nonché quelli di Carlo di Durazzo e della piccola Maria (figlia di Margherita e Carlo III di Durazzo) erano stati spostati dietro la tribuna da Padre Gennaro Rocco, che nel 1639 dettò questo epitaffio e quello, sopra riferito, per Maria e Carlo di Durazzo:

joanna dyrachii dux caroli ducis f. margaritae reginae maior natu soror robertusque atrebatensis  eius vir veneno ob regni suspicionem impie necati hoc conduntur tumulo a pene diruto gentilitio sacello huc translato devota ac pia p. ianuarii rocchi opera patruumque convenctus restituto ac divo antonio divisque ludovicis fulgentissimis minorum syderibus d. anno sal. mdcxxxix

Si osservi che Padre Rocco presta fede alla leggenda dell’avvelenamento di Robert d’Artois e Giovannella di Durazzo. I monumenti durazzeschi, secondo la ricostruzione di Luciana Mocciola20, vennero spostati tra il deambulatorio ed il coro: quello di Giovanna e Roberto fu addossato alla seconda parete partendo da destra, subito dopo il monumento di Caterina d’Austria; il sepolcro di Carlo fu collocato nel settimo varco, quello della piccola Maria in un finestrone ovale di fronte al monumento di Caterina d’Austria. Tutti vennero restaurati negli anni 1967-68.

– Famiglia. La famiglia d’Artois (poi detta anche d’Artus o Artus) giunse in Italia al seguito di Carlo I con i fratelli Gerardo e Bertrando. Aveva tratto il nome dalla Contea di Artois, dove si hanno notizie della stirpe sin dal 1200. A Napoli era iscritta al Seggio di Porto.

Armi:

la più antica: d’azzurro ai sei rocchi di argento, disposti in fascia 3, 2, 1;

all’epoca di cui si tratta: d’azzurro agli undici rocchi disposti in fascia 3, 2, 3, 2, 1 e sinistrati da un leone rampante con la coda contro rivoltata, il tutto d’oro.

 

* * * * * * * * * * * * * * * * * * * *

 

In alcune sale del Museo ed in altri ambienti che in avanti si indicheranno sono state collocate diverse opere provenienti dalla Basilica21.

MUSEO

 

Giovanni Barrile (m. 31 dicembre 1356)
e
Giacomo Barrile (m. 26 marzo 1383)

Figlio di Enrico, Giovanni fu Miles, Siniscalco di Provenza (1348), Ambasciatore presso il Papa ed in Toscana assieme a Niccolò Acciaiuoli; servì sotto i Re Roberto e Giovanna I d’Angiò. Fu amico e corrispondente di Francesco Petrarca, che accompagnò nella visita ai Campi Flegrei e dal quale venne definito “caro alle Muse”; fu anche amico di Giovanni Boccaccio, che lo cita in due opere definendolo “magni spiritus homo” (“Genealogia deorum”). Tuttavia, non ci è rimasta nessuna sua opera né alcun suo verso. Noto per essere considerato il probabile committente degli affreschi della 6^ Cappella del deambulatorio, attribuiti appunto al cd. Maestro di Giovanni Barrile, sposò Maria D’Auferio ed ebbe come figli Nicola, forse Bartolomeo e Filippo, nonché una figlia, Regale.

Nel medesimo monumento funebre venne sepolto Giacomo Barrile insieme al figlio Nicola, morti nello stesso giorno, probabilmente in combattimento oppure di peste: i due erano al servizio di Carlo III di Durazzo.

– Epigrafe di Giovanni Barrile:

HIC IACET CO(RPUS) MAGNIFICI ET EGREGII VIRI DNI IOHANNIS BARRILIS DE NEAP. MILITIS QUI OBIIT SUB ANNO NATIVITATIS DNI MCCCLVI DIE IOVIS ULTIMO MENSIS DECEMBRIS NONAE IND. NEAP. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Epigrafe di Giacomo Barrile:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI ET EGREGIUS VIRI DNS IACOBI BARRILIS MILITIS DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO NATIVITATIS DNI MCCCLXXXIII (DIE) XXVI M. MARCII VI IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AM(EN)

– Scultura. Il gisant proviene da un unico sarcofago composito22, per il quale si rimanda al sepolcro Barrile in Area Angioina.

Il d’Engenio, nella sua opera citata, ricorda la presenza nella Basilica delle diverse sepolture della famiglia Barrile: Francesco Barrile (m. 1 settembre 1339), Giacomo Barrile (m. 26 maggio 1383), Filippo Barrile (m. 9 marzo 1341), Nicola Barrile, figlio di Giovanni (m. 25 aprile 1347), Nicola Barrile, figlio di Giacomo (m. 26 marzo 1383) e Pietro Barrile (m. 7 dicembre 1320).

– Sede e provenienza. La famiglia aveva il patronato della 3^ Cappella da destra del deambulatorio (ora Cappella di San Giuliano), dove nel 1520 vennero raccolti i sepolcri di famiglia da Vincenzo Barrile, il quale dettò infatti questa epigrafe, che sembra specificamente riferirsi al sarcofago:

VINCENTIUS BARILIUS NOBILIS NEAP. HOC SACELLUM A MAIORIBUS SUIS TOTA BARILORUM COGNATIONE IAMPRIDEM CONSTRUCTUM INSTAURAVIT A.D. MDXX

Nella 6^ Cappella (ora dedicata ai Santi Pietro e Paolo, già Cappella di Santa Maria degli Angeli) compare il ciclo di affreschi attribuito al cd. “Maestro di Giovanni Barrile”, dal nome del presunto committente.

– Famiglia. La famiglia Barrile (o Barile, o Barrili), di origine longobarda, era in antico stanziata in Abruzzo, dove Tommaso, nel 1180, era Signore di Barile, fortezza presso l’Aquila. A Napoli venne iscritta al Seggio di Capuana. Ebbe poi anche una Cappella al Duomo, dove era sepolto il Miles Giacomo Barrile (m. 1493).

Arma: d’azzurro al grifo d’oro, attraversato da un lambello a tre pendenti di rosso. Alias: d’azzurro al grifo d’oro.

 

Giovanni Caputo (m. 1487)

Giovanni Caputo, figlio di Landolfo ed Eleonora Acciapaccia, fu tra i 18 Governatori della Balia di Napoli nel 1435 dopo la morte della Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo.

Non vi sono indicazioni che possano condurre ad attribuire la lastra ad un precedente componente della famiglia Caputo oppure far comprendere se sia stata acquistata da un’altra famiglia. Secondo il Laneri23, nella prima ipotesi, potrebbe attribuirsi a Giovanni Caputo, figlio di Gualtieri, Giustiziere in Abruzzo, Terra di Lavoro, Molise nella prima metà del ‘300; nel 1330 acquistò il feudo di Calopezzeti col suo Castello, nella Provincia di Calabria Citra; sposò Guglielma di Guglielmo della Rocca di Crotone ed ebbe per figlia Nita (o Nica).

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS DNI IOANNIS CAPUTI DE NEAPOLI MILITIS FILII QOM. DNI LANDULFI MILITS QUI OBIIT ANNO DNI MCCCCLXXXVII

– Scultura. Altorilievo a copertura di sarcofago (non più esistente). Si tratta del reimpiego nel tardo quattrocento di un’opera databile verso il 4° decennio del ‘300, sulla quale è stata poi introdotta l’epigrafe. Il gisant potrebbe attribuirsi a Tino da Camaino o alla sua cerchia24.

– Sede e provenienza. Il gisant si trovava nella 9^ Cappella del deambulatorio (ora Cappella di San Nicola di Bari), addossato alla parete sinistra. La lastra, collocata nel 1507 nella Cappella dedicata ad Alfonso Sitina e Diego Las Casas, passò poi nel coro e più tardi fu spostata quando venne rifatto il pavimento della chiesa. Nel 1656, Nicola Caputo, figlio di Marino e Beatrice Coppola, erede dell’antico sepolcro, lo restaurò e vi pose un’iscrizione oggi perduta ma riportata dal de Lellis25:

JOANNES CAPUTUS
LANDULPHI ET ELIONORAE ACCIAPACCIAE FILIUS
CAROLI REGNI SICILIEAE MARESCALLI NEPOS
ALFONSO ET FERDINANDO REGIBUS VIRTUTE MILITARI PERCARUS
OMNIBUS FAMA SUA NOTUS
VITA ANN. MCDLXXXVII DEFUNCTUS
IACET HIC
UT TANTI ATAVI MEMORIAE CONSULERET
SEMIRUTUM TEMPORIS INIURIA SEPULCHRUM
NICOLAUS CAPUTUS MARINI ET BEATRICIS COPPULAE FILIUS
EO IPSO TEMPORE
QUO GRASSANTE PER URBEM LUE OMNIA ERANT FUNERŨ PLENA
NON TAM SOLLICITUS DE VITA SUA QUAM DE CINERIBUS SUORUUM
RESTAURAVIT ANNO DOM. MDCLVI

– Famiglia. I Caputo (o Caputi) di Napoli erano iscritti ai Seggi di Nido, Montagna, Porto e Portanova; Giovanni, in particolare, apparteneva a quest’ultimo. Da loro trasse il nome anche una porta della città, “Porta Caputo” appunto.

Arma: di rosso alla testa di leone posta in maestà e coronata di oro. Cimiero: un braccio rivestito dall’armatura che tiene sospesa per i capelli la testa di un moro.

 

Cavaliere anonimo

Ipotesi: Guglielmo di Capua (m. 4 ottobre 1336)

[row_inner_3] [col_inner_3 span=”6″ span__sm=”12″]
[/col_inner_3] [col_inner_3 span=”6″ span__sm=”12″]
[/col_inner_3] [/row_inner_3]

Per questo Cavaliere, la cui resa scultorea è debitrice della scuola francese dell’epoca, dall’analisi dell’armatura è stata proposta una datazione compresa tra il 1330 ed il 1340 26. Secondo il Gaglione il Cavaliere potrebbe essere Guglielmo di Capua (m. 4 ottobre 1336)27, sebbene dal citato scritto del d’Engenio risultino altri sei Cavalieri sepolti in San Lorenzo tra il 1330 ed il 1339 28. In un inventario del gennaio 1873 questo gisant sarebbe stato confuso con quello di Re Carlo I d’Angiò.

Guglielmo di Capua, figlio di Giovanni (m. 1323) e di Giovanna Stendardo, fu Ciambellano di Re Roberto d’Angiò. Ereditò beni e titolo alla morte, senza eredi, del fratello maggiore Ludovico. Gli successe poi anche nei beni la sorella Bianca.

– Epigrafe (d’Engenio):

HIC IACET EGREGIUS IUVENIS GUILIELMUS DE CAPUA REGIUS CAMBELLANUS QUI OBIIT A.D. MCCCXXXVI DIE IIII MENSIS OCTOB. IIII IND. NEAP.

– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago (non più esistente). “La qualità della scultura, molto raffinata, rivela la mano di un grande maestro, anche per l’eleganza dei singoli particolari e specialmente nelle armi”29.

– Sede e provenienza. Le sepolture della famiglia di Capua si trovavano nella Cappella di San Lorenzo, posta nella navata a destra; nel 1539 vennero spostate in altra Cappella, nella navata a sinistra, detta della Beata Vergine dei Sette Dolori. Difatti, il d’Engenio, nella sua opera citata. riferisce che nella Cappella, detta anche dell’Arcivescovo d’Otranto Pietro Antonio di Capua, si trovavano le sepolture di Guglielmo, del padre Giovanni, di Giacomo e dell’Abbate Riccardo. Prima di essere trasportata nel Museo, l’opera era stata collocata nel deambulatorio, poggiata sul pilastro antistante la 4^ Cappella radiale, per poi essere spostata all’interno di una Cappella del deambulatorio stesso assieme alla altre due appartenenti a Cavalieri anonimi in appresso descritte.

– Famiglia. La famiglia di Capua (o de Capua, o da Capua) si chiamava, in antico, Archiepiscopis; mutò il nome prendendo quello del feudo, secondo la consuetudine longobarda; il primo componente noto fu Adimaro, nominato Cardinale intorno al 1070. A Napoli la famiglia era iscritta ai Seggi di Capuana, Nido, Portanova e Montagna. Altri monumenti medievali di egregi Cavalieri di questa famiglia si trovano nel Duomo di Capua (v. ultra).

Arma: d’oro alla banda di nero, caricata da una cotissa d’argento.

Motto: negligit ima.

 

Cavaliere anonimo
(m. 1340/50 ca.)

Per questo anziano Cavaliere il Laneri propone una data obituaria compresa tra il 1340/50 circa30.

– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago (non più esistente).

– Sede e provenienza. Prima dell’attuale sistemazione nel Museo, l’opera era stata appoggiata al sesto pilastro del deambulatorio per essere poi trasferita in una Cappella dello stesso deambulatorio con le altre due appartenenti ad anonimi Cavalieri indicate in questa sezione.

 

Cavaliere anonimo
(m. 1350/60 ca.) Ipotesi: Cavaliere della famiglia Caracciolo

Il Cavaliere potrebbe appartenere alla famiglia Caracciolo31. La data dell’opera potrebbe fissarsi tra il 1350/60 circa32.

L’unico componente della famiglia Caracciolo compatibile per data e ricordato dal d’Engenio è Francesco Caracciolo, detto “Barone” (m. 1350), sepolto assieme alla moglie Caterina: i due morirono lo stesso giorno; il loro sepolcro risulterebbe però rimosso nel 1563.

Epigrafe (d’Engenio):

HIC IACET CORPUS NOB. VIRI DNI FRANCISCI CARACZULI DICTI BARONI DE PLATEA ARCUS DE NEAP. MILITIS MAG. REGIAE REGINALISQ. CURIAE MAGISTRI RATIONALIS AC CORPUS MAG. MULIERIS DNE CATHERINAE CARACZOLAE PISQUITIAE CONFORTIS EIUS QUI OBIERUNT A. DNI MCCCL DIE (…)

– Scultura. Gisant di copertura di sarcofago (non più esistente). I motivi decorativi del guanciale sul quale poggia il capo del defunto sono eguali a quelli presenti nei monumenti della famiglia di Diano in Santa Chiara (Roberto di Diano e Marino di Burgenza).

– Sede e provenienza. L’opera venne appoggiata al terzo pilastro del deambulatorio per essere poi collocata in una Cappella del deambulatorio stesso assieme alla altre due di Cavalieri anonimi sopra descritte.

Nel pannello ufficiale di guida del Museo questi tre Cavalieri anonimi appena ricordati vengono indicati come appartenenti all’Ordine del Nodo; si aggiunge che potrebbero far parte tutti della stessa famiglia, forse la Barrile. Di essa, però, come abbiamo ricordato, il d’Engenio, nella sua citata opera, ricorda la sepoltura di Pietro (m. 7 dicembre 1320), Francesco (m. 1 settembre 1339), Filippo (m. 9 marzo 1341), Nicola figlio di Giovanni (m. 25 aprile 1347), Giacomo (m. 26 maggio 1383), Nicola, figlio di Giacomo, morto nello stesso giorno del padre (m. 26 marzo 1383); tuttavia, di questi il solo Francesco non ha una sepoltura già identificata tra quelle a noi pervenute.

 

Nicola Antonio Orilia (m. 1484)

Il soggetto potrebbe identificarsi con Nicola Antonio (detto anche Colantonio), terzo figlio di Pietro e Margherita Arcamone, che fu Consigliere del Re. I fratelli erano Galeazzo e Troiano. Ebbe una figlia di nome Isabella.

– Epigrafe:

(…) SEPULCHRUM MAGNIFICI DNI NICOLAI ANTONII AURILIAE DE NEAP. UTRIUSQUE IURIS DOCTORIS REGII CONSILIARII ET SUORUM ANNO DNI MILLE CCCC LXXX IIII

L’iscrizione venne sovrapposta ad altra precedente, dettata per un più antico componente della famiglia.

– Scultura. Si conserva solo la fronte del sarcofago. In realtà, l’elemento venne approntato nella prima metà del secolo XV per un componente della stessa famiglia (forse un Cavaliere di nome Giacomo, morto dopo il 1344) e successivamente riutilizzato sostituendo ai caratteri della gotica epigrafica i nuovi in maiuscola umanistica.

– Sede e provenienza. La scultura proviene dal Cappellone di Sant’Antonio da Padova nel transetto sinistro. Tuttavia, in precedenza si trovava, ancora assieme all’intero sarcofago, nella Cappella di famiglia, la terza da sinistra del deambulatorio, dove, secondo il d’Engenio, era stata trasferita da un altro sito, non identificato. Infine, prima dell’attuale collocazione, stava appoggiata al sesto pilastro del deambulatorio stesso.

– Famiglia. Famiglia napoletana le cui prime notizie risalirebbero al 992 con i fratelli Giovanni e Pietro, figli di Gregorio. In origine, si sarebbe trasferita da Roma al tempo dei Goti. Il nome Orilia (o Origlia, oppure Aurilia, Auriglia, Uriglia) deriverebbe da Aurilios (sole), con accenno alla carica di sacerdoti dei componenti della famiglia. Secondo altri, la famiglia proverrebbe, invece, dalla Spagna. Era iscritta ai Seggi di Montagna e Porto33. In San Lorenzo si trovano sepolti anche altri componenti della famiglia: Tommaso (m. 2 agosto 1329), Giovannella (m. 1413), Ciambellana della Regina Giovanna II d’Angiò-Durazzo, e, curiosamente, un altro Nicola Antonio (m. 1460), Presidente della Regia Camera; il Di Costanzo ricorda ivi anche la sepoltura di un Cavaliere della Casata datata 1288 34. Il più celebre della dinastia fu tuttavia Gurello (o Gorello) Orilia (m. 1412), Gran Protonotario di Re Ladislao d’Angiò-Durazzo, che nel 1411 fece edificare la Chiesa di Santa Maria di Monteoliveto (1411).

Arma: d’oro alla banda scaccata di tre file di argento e di rosso, accostate da due conchiglie di rosso.

 

CHIOSTRO – AREA ANGIOINA

In ambienti prospicienti il chiostro, al di sotto della Biblioteca, nei locali dedicati a Padre Giovanni Recupido (che, per sintesi, definiamo “Area angioina”), si trovano in deposito diverse opere medievali, tra cui l’arca della famiglia Barrile con le effigi di

Nicola Barrile (m. 25 aprile 1347)
Filippo Barrile (m. 9 marzo 1341)
Nicola Barrile (m. 26 marzo 1383)

Il primo Nicola (m. 1347), figlio di Giovanni, fu Gran Siniscalco del Regno; il secondo Nicola (m. 1383), figlio di Giacomo, morì lo stesso giorno del padre in battaglia oppure di peste; i due erano al servizio di Carlo III di Durazzo; questo più giovane Nicola era sposato con Ioannella de Platamone di Salerno.

– Epigrafe di Nicola Barrile (m. 1347):

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI DNI NICOLAI BARRILIS DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXVII DIE XXV APRELIS PME IND. CUI(US)AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN AMEN

– Epigrafe di Filippo Barrile:

HIC REQUIESCIT CORPUS NOBILIS VIRI DNI PHILIPPI BARRILIS DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXI DIE VIIII MARCII DECIMAE IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE EM(EN)

– Epigrafe di Nicola Barrile (m. 1383):

HIC IACET CORPUS NOBILI VIRI DNI NICOLAI BARRILIS DE NEAP. MILITIS FILII QUONDAM MAGNIFICI ET EGREGII VIRI DNI IACOBI BARRILIS QUI OBIIT EODEM ANNO DNI MCCCLXXXIII (DIE) XXVI MENSIS MARCII VII IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Il sarcofago composto della famiglia Barrile era così strutturato: a copertura vi era il gisant di Giovanni Barrile (m. 1366, v. supra) e l’epigrafe che ricorda lui e Giacomo (m. 1383); quindi, Nicola (m. 1347) è ritratto sul fronte del sarcofago, mentre sulla destra dello stesso vi è Filippo in figura inginocchiata orante; sull’altro lato lungo compare l’effigie di Nicola (m. 1383), figlio di Giacomo. L’opera veniva ancora studiata (e fotografata) nella sua interezza da Shirley Bridges e John Ward-Perkins nella loro pregevole monografia del 1956 35. Probabilmente, l’intera sepoltura venne commissionata da Giovanni, dopo la morte del figlio Nicola (1347), ed era intesa anche per altri componenti della famiglia; si può notare infatti come le epigrafi successive siano molto più abbreviate di quella di Giovanni, adattate quindi allo spazio residuo. Sul monumento originario vennero infatti aggiunte le iscrizioni di Giacomo e del figlio Nicola e la lastra di quest’ultimo, sul lato opposto al primo Nicola. Secondo il Filangieri36 l’arca era sorretta da due leoni.

– Provenienza: il sarcofago si trovava in origine nella 3^ Cappella da destra del deambulatorio (Cappella di San Giuliano) e venne successivamente smembrato. Al di sopra era collocata la figura di Giovanni Barrile, ora al Museo. Ancora negli anni settanta le lastre con le immagini dei due Nicola si trovavano appoggiate alla parete della terza Cappella radiale.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Barrile supra in questo documento (per Giovanni e Giacomo Barrile).

 

Pietro Barrile (m. 7 dicembre 1320)

– Epigrafe:

HIC REQUIESCIT CORPUS DNI PETRI BARRILIS QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XX DIE VII MENSIS DECEMBRIS IIII INDICTIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN AMEN

In basso si leggeva poi: SUB HOC TUMULO REQUIESCUNT CORPORA PARTIS UXORIS (ET) FILIORUM

– Scultura. Lastra pavimentale con iconografia a graffito.

– Provenienza: la lastra tombale si trovava nella 3^ Cappella del deambulatorio e, più di recente, venne appoggiata in via provvisoria presso il pilastro di sinistra della stessa.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Barrile supra in questo documento (per Giovanni e Giacomo Barrile).

 

Cavaliere anonimo (m. agosto 1346?)
Ipotesi: Cavaliere della famiglia Sabran

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI (…) MENSIS AUGUSTI XIIII IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

Il lato destro della lastra è rotto proprio all’altezza del nome; mancano poi altre parti dell’epigrafe perché i contorni sono semidistrutti. Si riesce però a leggere l’indizione dell’anno di morte, la 14^ (XIIII). Ora, nel ‘300 gli anni corrispondenti sono il 1301, ‘16, ‘31, ‘46, ‘61, ‘67, ‘91. Dalle fonti, l’unico compatibile potrebbe essere un Cavaliere della famiglia de Sabran (m. 1346), la cui data obituaria sarebbe compatibile con l’analisi delle armi; anche l’araldica confermerebbe l’attribuzione. Inoltre, nell’iscrizione, pur consunta, sembra potersi leggere un -XXVI che potrebbe quindi riferirsi al 1346. Si potrebbe allora trattare di uno dei figli di Gugliemo de Sabran, forse Ludovico, che, come il padre, fu Conte di Ariano ed Apice37; sposò Maria da Marzano, poi Margherita Sanseverino, infine Giovannella de Joinville.

– Scultura. Lastra pavimentale.

– Sede e provenienza. La lastra si trovava, in precedenza, nella sala del lavabo38.

– Famiglia. Di origine francese, dalla omonima città in Linguadoca. Eleazaro de Sabran, figlio di Guglielmo, venne in Italia con Carlo I d’Angiò. Il cognome viene indicato come (de o di) Sabran, italianizzato in Sabrano, a volte preceduto dalle dette preposizioni. A Napoli era famiglia nobile fuori Seggio. Guglielmo de Sabran (m. 1353), Signore di Anglona ed Apice, Conte di Ariano, fu Giustiziere in Terra di Lavoro, Calabria, Molise (1319) e Capitano Generale in Abbruzzo (1329); sposò Roberta di San Giorgio e poi Francesca de Celano. Aveva disposto per testamento, redatto in Sulmona l’8 ottobre 1353, di essere sepolto in San Lorenzo.

Arma: di rosso al leone d’argento.

Motto: Noli irritare leonem.

 

            Marino Piscicelli d’Aprano (m. 2 luglio 1327)

Il sarcofago non reca epigrafi né stemmi. L’identificazione avverrebbe attraverso la lettura dell’araldica presente sulle alette dell’armatura del cavaliere inginocchiato39. Coincide anche la foggia dell’armatura in effigie.

– Epigrafe (d’Engenio):

HIC IACET CORPUS DNI MARINI PISCICELLI DECTI DE APRANO MILITIS DE NEAP. QUI OBIIT A.D. MCCCXXVII DIE MARTIS II MENSIS IULII XV IND.

– Scultura. Resta un sarcofago (di epoca tardoromana) reimpiegato, sul cui fronte compare un Cavaliere genuflesso in preghiera, che reca, nelle alette, le armi dei Piscicelli. E’ possibile che la copertura dell’arca sia costituita dalla lastra di Cavaliere anonimo, spezzata in due parti, oggi affissa nel lapidarium.

– Sede e provenienza. Il d’Engenio riferisce che l’opera completa si trovava in una Cappella della navata destra, sotto l’organo. Viene quindi ricordata nella Sala Capitolare e, più di recente, nell’atrio svevo del monastero e nel chiostro.

– Famiglia. Dai Piscicelli (v. famiglia Piscicelli in Duomo di Napoli, per Riccardo Piscelli) discesero le famiglie Zurlo ed Aprano. In particolare, proprio Marino Piscicelli fu il capostipite della linea d’Aprano. Era iscritto al Seggio di Capuana.

Arma: gli Aprano avevano le stesse dei Piscicelli, ma sostituirono il lambello con una stella, un crescente montante o un’aquila (le tre diramazioni della famiglia).

 

Cavaliere anonimo
Ipotesi: Ugo Sanseverino (4 settembre 1468)

L’attribuzione alla famiglia Sanseverino deriva dal Gaglione, sulla scorta dell’araldica presente; quindi, sulla base dell’analisi stilistica dell’opera e della lettura del d’Engenio, è stato avanzato il nome di Ugo Sanseverino40.

– Scultura. La lastra terragna a bassorilievo è rotta in due parti; quella inferiore si trova nel lapidarium, indebitamente accostata ad una sezione superiore appartenente ad altro Cavaliere di nome Marino (Aldomoresco?).

L’opera manca dell’epigrafe, mentre sui due stemmi è visibile una fascia orizzontale.

– Epigrafe (d’Engenio)41:

HUGO SUB HOC TUMULO TEGITUR GENEROSA PROPAGO
CUIUS ERAT SANGUIS SANSEVERINA DOMUS
QUI SUPERUM CULTOR QUI SERVANTISSIMUS AEQUI
CUI NULLUS SIMILIS NOBILITATE FUIT
OBIIT IV SEPTEMBRIS MCCCCLXVIII

– Sede e provenienza. Posta in origine sul pavimento innanzi all’altare maggiore, si trovava in tempi recenti nella Sala Capitolare, parete sud.

– Famiglia. Di origine normanna. Capostipite fu Ruggero (m. 2 novembre 1023), figlio di Crispino Duca di Arnes. I figli di Ruggero furono Turgisio, da cui discendono i Sanseverino, Angelo, da cui derivano i Filangeri, e Silvano, da cui discendono i Gravina. Turgisio scese nel sud Italia nel 1045 con Roberto il Guiscardo ed ottenne la Contea di Sanseverino, da cui trae il nome la stirpe. A Napoli i Sanseverino furono aggregati al Seggio di Nido.

Armi:

la più antica: d’argento.

Poi (dopo la battaglia di Benevento): d’argento alla fascia rossa.

Ramo dei conti di Tricarico: d’argento alla fascia rossa con la bordura di azzurro intorno allo scudo.

Cimiero — Cavallo sfrenato uscente — Mantello e Corona di Principe. Lo Scudo accollato dalla Croce di Malta.

Motto: Nec morsus timebo.

 

Cavaliere anonimo
(fregio del monumento De Raimo?)

Nell’area angioina è attualmente posta la parte inferiore di una lastra pavimentale, forse erratica, di cui si legge parte della iscrizione. Attraverso essa, si risale ad Alberico De Raimo, che commissionò l’opera nel 1483.

Dal residuo frammento si può tuttavia dedurre sia che l’opera fosse di foggia trecentesca sia che il personaggio ritratto fosse un Cavaliere, come conferma anche il De Lellis (“una lapide sepulcrale ove sta inciso un huomo vestito d’arme bianche”)51. Ne consegue l’accreditata ipotesi del reimpiego di un manufatto precedente. Lo stile dell’attuale iscrizione, in caratteri rinascimentali, avrebbe così preso il posto di quella originaria52. Non è però possibile ricondurre l’immagine al Cavaliere cui era stata dedicata.

– Epigrafe (d’Engenio):

ALBERICUS DE RAIMO NOBILIS NEAPOLITANUS OMISSO GENTILI MAIORUM SEPULCHRO QUOD ILLI APUD DIVUM SEVERINUM EST LOCUM HUNC QUEM PRAECIPUE VENERABILEM HABET SECUTUS VIVENS HOC SIBI POSUIT IDIBUS FEBRUARII  MCCCCLXXXIII

Allo stato, possiamo leggere: (…)NTILI MAIORUM SEPULCHRO QUOD ILLI APUD DIVUM SEVERINUM EST LOCUM HUNC QUEM PRAECIPUE VENERABILEM HABET SECUTUS

– Scultura. Come sopra precisato, resta appena la parte inferiore della lastra terragna.

– Sede e provenienza. Inizialmente collocata al suolo dinanzi alla porta maggiore, venne spostata nella Cappella di San Nicola (poi distrutta) e, più di recente, nella Sala Capitolare (parete sud).

– Famiglia. Originaria probabilmente di Capua; il fondatore viene identificato con Raimo, feudatario di Aversa e Caiazzo nella seconda metà del 1100. La famiglia era iscritta al Seggio di Montagna e, successivamente, anche a quello di Porto.

 

LAPIDARIUM

Nei vani al di sotto della Biblioteca è stato allestito un lapidarium, cui si accede con una scala dal chiostro; al suo interno vi sono, tra l’altro, due lapidi che raffigurano Cavalieri; ognuna è composta di due pezzi, superiore ed inferiore, accostati di recente, ma, purtroppo, in maniera non pertinente. In realtà i quattro pezzi rappresentano diverse effigi, tra loro non compatibili.

Cavaliere anonimo della famiglia Favilla

Nel frammento superiore di una prima lastra sepolcrale sono leggibili le armi della famiglia Favilla. Potrebbe allora trattarsi, secondo la ricostruzione proposta da Mario Gaglione43, di Andrea Favilla (m. 8 giugno 1383), unico Cavaliere della famiglia sepolto in San Lorenzo assieme al padre Alessandro (v. supra).

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOBILIS VIRI DOMINI ANDREAE FAVILLAE DE NEAP. MILITIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXXIII DIE VIII IUNII VI INDICT.

– Scultura. Parte superiore di una lastra che venne forse utilizzata per la copertura del sarcofago in cui era stato sepolto Alessandro Favilla.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Favilla supra in questo documento (per Alessandro Favilla).

 

Giovanni Cicinelli (m. 27 maggio 1473)

Dalla lettura dell’iscrizione posta nella parte inferiore della prima lastra, si desume che il frammento apparteneva alla sepoltura di Giovanni Cicinelli, figlio di Buffardo Cicinelli (m. 31 gennaio 1455), pure qui sepolto (v. supra). Giovanni fu Cavaliere e Consigliere dei Re Ladislao e Giovanna II d’Angiò-Durazzo; succedette al Gran Siniscalco Sergianni Caracciolo come governatore del Regno. Fu infine anche Presidente della Regia Camera della Sommaria

– Epigrafe: oggi si legge solo “(…)CTABILIS AC STRENUI MILITIS DNI IOHANNIS CIC(…).

Questa l’epigrafe riportata dal d’Engenio:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI ET SPECTABILIS AC STRENUI MILITIS DNI IOHANNIS CICINELLI DE NEAP. ILLUSTRISSIMI ET SERENISSIMI DOMINI REGIS LADISLAI ET DEINDE DOMINAE DOMINAE REGINAE IOHANNAE SECUNDAE INTIMI CONSILIARII ET COLLATERALIS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCCLXXIII DIE XXVII MENSIS MADII XV IND.

L’autore riferisce di un’altra epigrafe pertinente allo stesso personaggio presente nella Cappella di famiglia44:

IOHANNES CICINELLUS PATRITIUS NEAPOLITANUS BUFFARDI FILIUS EX ORDINE EQUESTRI REGINAE NEAPOLITANAE MAIORDOMUS VITAE CASTIGATISSIMAE AC PATRIAE SEMPER PROPUGNATOR ACCEPTISSIMUS QUI VIXIT  (…) HIC INTER SUOS SE SEPELLIENDUM CURAVIT OBIIT A.D. (…) DIE (…) MENS. (…)

– Scultura. Parte inferiore di lastra pavimentale. Il monumento, commissionato dallo stesso Giovanni Cicinelli, veniva attribuito ad Agnolo del Fiore, figlio o nipote del pittore Colantonio45.

– Sede e provenienza. L’opera si trovava in origine nella Basilica all’interno della Cappella della famiglia Cicinelli. Più di recente era stata trasferita nella Sala Capitolare.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Cicinelli supra in questo documento (per Buffardo Cicinelli).

 

Cavaliere anonimo

– Scultura. La lastra, come l’altra qui presente, è rotta in due parti, di cui si conservano frammenti. Nella parte superiore si legge il nome Marino. Quella inferiore non è pertinente, e va accostata alla sezione superstite di Cavalere anonimo identificabile con Ugo Sanseverino, oggi nell’Area angioina (v. supra).

Possibili ipotesi:

1) Marino Aldomoresco (m. 1300). L’araldica presente sembrerebbe in effetti indicare un componente della famiglia Aldomoresco.

– Epigrafe (d’Engenio):

HIC IACET CORPUS DOMINI MARINI ALDEMERISCHI QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCC

– Sede e provenienza. Il d’Engenio riporta che la lastra si trovava nella Cappella di famiglia (9^ a destra); da ultimo, era stata posizionata nella Sala Capitolare, parete sud.

– Famigia ed arma: v. Famiglia Aldomoresco supra in questo documento (per Ludovico Aldomoresco).

2) Marino Piscicelli d’Aprano (m. 2 luglio 1327).

La lastra andrebbe a coprire un sarcofago erratico, oggi in un ambiente del chiostro (v. supra).

– Famigia ed arma: v. supra in questo documento Famiglia Piscicelli d’Aprano (per Marino Piscicelli d’Aprano).

Nella lastra si legge l’iscrizione “requiescat”, che non compare nelle due epigrafi trascritte; ma il d’Engenio, in generale, si fermava alla data di morte, omettendo la formula rituale “(cuius anima) requiescat in pace”, che quasi sempre veniva invece inserita.

 

            Cavaliere anonimo

Sul margine superiore sinistro del frammento si individua lo stemma araldico della famiglia Aldomoresco. Da ciò la possibile identificazione con Vulcano Aldomoresco (m. 2 maggio 1351)46.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS NOB. VIRI VULCANI ALDEMARISCHI SEDILIS NIDI QUI OBIIT AN. DOMINI MCCCLI DIE XI MENSIS MADII

– Sede e provenienza. Il d’Engenio ne ricorda la presenza nella Cappella di famiglia in San Lorenzo, assieme a quella di Marino Aldomoresco (m. 1300), di cui si è discorso prima. La Cappella, detta di Sant’Andrea (poi della Santissima Addolorata), era la 9^ a destra (oggi 8^), posta dietro l’organo grande.

– Famigia ed arma: v. Famiglia Aldomoresco supra in questo documento (per Ludovico Aldomoresco).

 

Giovanni Setario (m. 10 settembre 1362)

Di origine salernitana, Giovanni Setario fu Milite, professore di Diritto Civile, Razionale della Magna Curia, Giudice d’appello.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS VIRI MAG. DNI IOANNIS SETARII DE SALERNO MILITIS IURIS CIVILIS PROFESSORIS MAGNAE REGINALIS CURIAE MAGISTRI RATIONALIS AC IN PARTIBUS PROVINCIAE MAIORUMQ. SECUNDARUM APPELLATIONUM IUDICIS QUI OBIIT ANNO DNI MCCCLXII DIE X MENS. SEPTEMB. PRIMAE INDICT. AMEN

Oggi si riesce a leggere solo la seconda parte da ac in partibus provinciae ecc.47

– Scultura. Resta solo parte del fronte del sarcofago.

– Sede e provenienza. La famiglia Setario acquisì nel 1534 la Cappella di Santa Maria di Costantinopoli, dove vennero trasferite le memorie sepolcrali preesistenti, tra cui questa di Giovanni Setario48. La Cappella passò poi ad altro patronato e venne distrutta dal terremoto del 1732. Più di recente, il frammento si trovava nella Sala Capitolare.

 

ALTRE SEDI

Francesco Francone (m. 1440?)

Francesco Francone fu Milite, forse Procuratore del convento di San Lorenzo.

– Epigrafe49:

HIC IACET CORPUS NOBILI VIRI FRANCISCI DE FRANCONE DE NEAP. MILITIS QUI OBIIT ANNO DNI MCCCCXXXX DIE (…) MENS (…) INDICT. CUIUS ANIMA REQUIESACT IN PACE AMEN

Epigrafe dettata da Francesco Paolo Francone:

D.O.M. HIC IACET CORPUS NOBILI VIRI FRANCISCI FRANCONE MILITIS DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DNI MCCCC DIE … ALTER FRANCISCUS PAULI FILIUS PNPS PETRECUPAE ET SALICETI MARCHIO AD SERVANDUM TRADUCEDAQ. POSTERIS FAMILIA DE FRANCONE EUNDEM TUMULUM CU. REGINAE SACELLO ANTE QUOD EST POSITUM INSTAURAVIT ANNO DNI M D CC XVI

– Scultura. Bassorilievo su lastra pavimentale. Il monumento venne restaurato nel 1716 da Francesco Paolo Francone, Principe di Pietracupa, come riporta la seconda epigrafe. La lastra, oggetto di reimpiego, è oggi conservata solo parzialmente, tagliata e rotta in più parti, priva dell’iscrizione e di parte dello scudo araldico del defunto.

– Sede e provenienza. L’opera doveva trovarsi già in origine nel deambulatorio, vicino all’Altare di San Bernardino, di patronato della famiglia Francone ed eretto il primo marzo 1406 per volontà proprio di Francesco; con i lavori che portarono alla costruzione del Cappellone di Sant’Antonio, venne edificata sulla parete nord orientale dello stesso transetto sinistro una Cappella, detta della Concezione, concessa nel 1716 alla stessa famiglia Francone50. Qui venne quindi trasportata l’opera, che, più di recente, era stata collocata nella cd. sala del lavabo.

– Famiglia. Il nome deriva dal termine “Franco”, riferito alla popolazione dei Franchi. La famiglia, presente nel Regno dai tempi degli angioini, era iscritta al Seggio di Montagna.

Arma: spaccato, nel 1° di azzurro al leone illeopardito di oro; nel 2° di oro a tre rosette abbottonate di rosso poste 2, 1.

 

Giovanni di Capua (m. 12 dicembre 1323)

Giovanni di Capua fu Ciambellano del Duca di Calabria. Sposò Giovanna Stendardo ed ebbe come figli Ludovico, Guglielmo, Bianca. Il gisant della sepoltura di Guglielmo (m. 1336) potrebbe essere quello di uno dei Cavalieri anonimi attualmente presenti nel Museo (v. supra).

– Epigrafe:

HIC REQUIESCIT NOBILI SET MAG. VIR  DOMINUS IOANNES DE CAPUA MILES IUNIOR ILLUSTRIS DNI DUCIS CALABRIAE CAMBELLANUS QUI OBIIT DIE DOMINICO XII MENSIS DECEMBRIS ANNO DNI MCCCXXIII IND. XV

Allo stato resta appena la possibilità di leggere: VIR DOMINUS IOANNES DE CAPUA MILES (…) DNI DUCIS (…).

– Scultura. Rimane solo parte del fronte del sarcofago.

– Sede e provenienza. Le sepolture della famiglia di Capua si trovavano originariamente nella Cappella di San Lorenzo, posta nella navata destra; nel 1539 vennero spostati in altra Cappella, detta della Beata Vergine dei Sette Dolori, nella navata sinistra, dove le vide il d’Engenio. Più di recente, il frammento si trovava nella Sala Capitolare, parete nord.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia di Capua supra in questo documento (per Guglielmo di Capua).


NOTE

1 Sull’utilizzo della scrittura francese a Napoli in età medievale, si segnala la monografia di Laura Minervini “Il francese a Napoli (1266-1442). Elementi per una storia linguistica”. L’autrice cita anche un altro esempio di epitaffio in francese, ma dedicato ad una coppia: si tratta di una lastra tombale riutilizzata per il paliotto dell’altare in marmo presente nel vestibolo della Basilica di San Pietro ad Aram; questo il testo: cui gist ivonec li taliieres leone de bourgogne et iarette sa feme.

2 Cesare d’Engenio Caracciolo: “Napoli Sacra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1623).

3 Tra gli studi specifici sul monumento, si veda in particolare la monografia di Nicolas Bock: “Honor et gratia. Das Grabmal des Ludovico Aldomoresco als Beispiel familiärer Selbstdarstellung im spätmittelalterlichen Neapel” (Verlag des kunstgeschichtlichen instituts der Phillips Universitat Marburg, 1997).

4 Stanislao D’Aloe: “Tesoro lapidario napoletano” (Stamperia Reale, Vol I, 1835).

5 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

6 La parte superiore dell’epigrafe è stata distrutta dal successivo posizionamento dell’altare maggiore della Cappella, ma viene riportata dal d’Engenio (op. cit.).

6B Si veda, in argomento, Elisabetta Scirocco: “Riscrivere sulla tomba. Il ruolo dell’epigrafia nel riuso sepolcrale a Napoli” (tratto dal libro “Writings on tombs in medieval and early modern times” a cura di Vinni Lucherini, Tanja Michalsky e Diego Carnevale. Viella Ed., Roma, 2023).

7 Cfr. Gaetano Filangieri: “Documenti per la storia, le arti e le industrie delle provincie napoletane” (Accademia reale delle scienze, vol. II, Napoli, 1884); AA.VV. “Sculture trecentesche in S. Lorenzo Maggiore a Napoli” (SEN, Napoli, 1973).

8 Nel trascrivere l’epigrafe riportata dal d’Engenio (op. cit.), poniamo tra parentesi le parti oggi mancanti ma lette dall’autore.

9 In realtà il d’Engenio sembra porli all’interno della Cappella dei Poderico; le due Cappelle erano in realtà limitrofe, sicché potrebbe trattarsi di un comprensibile errore di attribuzione, oppure di una semplificazione, in quanto anch’egli, come il Filangieri (op. cit.), cita poi la presenza, di fronte alle lastre dei Barrese e “nello stesso luogo”, del sepolcro appartenuto al Vescovo di Monopoli Ursillo d’Afllitto.

10 Gaetano Filangieri, op. cit.

11 Mario Gaglione: “Marmi trecenteschi di San Lorenzo Maggiore in Napoli” (pubblicato in due parti in Rassegna storica salernitana, XXI 2, 2004 e XXII 1, 2005); Vincenzo Laneri: “Guerrieri angioini nel Regno di Sicilia” (Youcanprint, Tricase, Le, 2018).

12 AA.VV.: “Sculture trecentesche in S. Lorenzo Maggiore a Napoli” (op. cit.). Seguiremo le indicazioni di questo lavoro anche nel prosieguo per ricostruire i passaggi di sede di alcune opere citate.

13 La seconda parte, tra parentesi, è perduta, ma la recuperiamo dal d’Engenio (op. cit.) ed anche dal d’Aloe (op. cit.).

14 Per dette ipotesi v. Luciana Mocciola “La Cappella della Regina nella chiesa di San Lorenzo Maggiore a Napoli: committenza dei monumenti, fondazione della Cappella e topografia del transetto in età tardomedievale”. In “Archivio Storico per le Province nepoletane”, 129, 2011.

15 Così Francesco Abbate in “Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il Sud angioino e aragonese” (Donzelli Editore, Roma, 2002).

16 Si vedano Francesco Aceto (“Tino da Camaino a Napoli una proposta per il sepolcro di Caterina d’Austria e altri fatti angioini”. In “Dialoghi di Storia dell’Arte”, vol. I, 1995) e Luciana Mocciola (“La Cappella della Regina, ecc.”, op. cit., 2011).

17 Qui come altrove facciamo riferimento al fondamentale saggio di Mario Gaglione: “Marmi trecenteschi di San Lorenzo Maggiore in Napoli” (pubblicato in due parti in Rassegna storica salernitana, XXI 2, 2004 e XXII 1, 2005), opportunamente coordinato, secondo le indicazioni dello stesso autore, con il citato “Sculture trecentesche in S. Lorenzo Maggiore a Napoli” (AA.VV. SEN, Napoli, 1973).

18 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.; Carlo De Lellis: “Supplimento a Napoli Sacra di Don Cesare d’Engenio Caracciolo” (Roberto Mollo Ed., Napoli, 1654).

19 Così Luciana Mocciola nell’approfondito studio: “La Cappella della Regina, ecc.” (op. cit., 2011).

20 Luciana Mocciola, op. cit.

21 La descrizione qui proposta si riferisce, naturalmente, alla collocazione trovata nel periodo in cui le opere sono state visionate (estate-autunno 2021), con l’avvertenza che sono possibili cambiamenti; si auspica, anzi, che si voglia rapidamete procedere ad un intervento conservativo sui reperti e ad un loro posizionamento che li renda tutti al più presto fruibili al visitatore, magari completando gli studi di classificazione ed attribuzione utili ad una congruente esposizione.

22 Anche qui risulta imprescindibile il citato lavoro di Mario Gaglione del 2004: “Marmi trecenteschi di San Lorenzo Maggiore in Napoli”.

23 Vincenzo Laneri, op. cit.

24 Così Paola Vitolo in “Reimpiego e rilavorazione di due sculture del Medioevo napoletano tra Tino da Camaino e i fratelli Pacio e Giovanni Bertini”. Sul web https://journals.openedition.org/merifm/8730, anno 2021.

25 Carlo De Lellis, op. cit. Di recente, Elisabetta Scirocco nel suo saggio “Riscrivere sulla tomba. Il ruolo dell’epigrafia nel riuso sepolcrale a Napoli” (contenuto nel libro “Writings on tombs in medieval and early modern times” a cura di Vinni Lucherini, Tanja Michalsky e Diego Carnevale. Viella Ed., Roma, 2023) riporta una fotografia di inizio novecento in cui è ancora visibile l’iscrizione (Fototeca della Direzione Regionale Musei Campania).

26 Bridges e Ward Perkins (“Some fourteenth-century Neapolitan military effigies. With notes on the families represented”. In “Papers of the British School in Rome”, XXIV, 1956, Cambridge University Press) propongono il 1330/35, indicazione su cui concorda il Gaglione (“Marmi trecenteschi ecc.”, op. cit.); il Laneri (“Guerrieri angioni”, op. cit.) è sostanzialmente allineato, suggerendo a sua volta il 1330/40.

27 Così Mario Gaglione (op. cit.), il quale riporta la notizia della possibile confusione nell’Inventario del 1873 (v. ultra). Anche Giovanni Antonio Summonte (“Historia della città e del Regno di Napoli”, varie edizioni in Napoli dal 1601) ricorda la presenza del sepolcro di Guglielmo di Capua in San Lorenzo.

28 Si tratta di due dei tre Cavalieri anonimi della famiglia Barrese (m. 1330 e 1336), di Alessandro Favilla (m. 14 settembre 1334), Francesco Barrile (m. 1 settembre 1339), quindi del sepolcro multiplo dei fratelli Bertando del Balzo (m. 17 agosto 1337) e Francesco del Balzo (m. 25 luglio 1337); in Basilica si trovano frammenti dei rispettivi sarcofagi.

29 AA.VV.: “Sculture trecentesche …“ op. cit.

30 Vincenzo Laneri, op. cit.

31 Mario Gaglione, op. cit. L’autore, in “Sculture minori del Trecento conservate in Santa Chiara a Napoli ed altri studi” (Arte Tipografica, Napoli, 1995), nota anche la similitudine delle decorazioni del guanciale con quelle dei monumenti di Diano in Santa Chiara (v. ultra).

32 Vincenzo Laneri, op. cit.

33 Per le notizie qui riportate sulla famiglia Orilia si veda, in particolare, Camillo Tutini: “Dell’origine e fundation de seggi di Napoli” (Beltramo Ed., Napoli, 1644).

34 Angelo Di Costanzo: “Apologia di tre Seggi illustri di Napoli” (Domenico Farri Ed., Venezia, 1581).

35 Shirley Bridges – John Ward-Perkins: “Some fourteenth-century Neapolitan military effigies, ecc.” op. cit., 1956.

36 Gaetano Filangieri, op. cit.

37 La presenza di un Cavaliere della famiglia Sabran è riportata, in particolare, da Shirley Bridges – John Ward-Perkins, op. cit., e dalla prima in “A breton adventurer in Naples” (Cambridge University Press, 1951). L’ipotesi è ripresa da Mario Gaglione (“Marmi trecenteschi ecc.”, op. cit.), il quale nota tuttavia che l’insegna araldica potrebbe riferirsi anche alla famiglia Carmignani, che qui aveva una Cappella; tuttavia, il d’Engenio (op. cit.), non riporta notizie di componenti di detta famiglia riferibili all’epoca oltre Roberto e Iacopo di cui conosciamo le sepolture. Bisogna precisare che né d’Engenio né De Lellis riferiscono di un Cavaliere della famiglia Sabran in San Lorenzo.

38 AA.VV. “Sculture trecentesche …”, op. cit.

39 Così Bridges e Ward Perkins (op. cit.); sulla loro scia: Valentino Pace: “Arte medievale in Italia meridionale. I. Campania” (Liguori Ed., Napoli, 2007., pag. 252 e fig. 297); Mario Gaglione, op. cit.

40 Mario Gaglione, op. cit. Il Laneri (op. cit.) ritiene però che la data dell’opera non possa superare gli inizi del XV secolo.

41 Il D’Aloe (“Tesoro lapidario napoletano”. Stamperia Reale, Vol I, 1835) riporta questa epigrafe tra quelle scomparse della Basilica.

42 Così Scipione Ammirato in “Delle famiglie nobili napoletane” (Vol. I, Marescotti, Firenze, 1580).

43 Mario Gaglione, op. cit.

44 L’ epigrafe è riportata, con piccole varianti, anche dal D’Aloe (“Tesoro lapidario napoletano”, op. cit.).

45 Filippo de Boni: “Biografia degli artisti” (Venezia, 1840).

46 Cfr. Mario Gaglione: “Marmi trecenteschi di San Lorenzo Maggiore in Napoli” (in Rassegna storica salernitana, XXII 1, 2005); il frammento è forse l’unico non catalogato nel citato lavoro “Sculture trecentesche …” (AA.VV., op. cit).

47 Si segnala che sia il d’Engenio (op. cit.) che il Filangieri (op. cit.) riportano come data obituaria il 1360 invece del 1362.

48 v. Gateano Filangieri, op. cit.

49 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.; Carlo De Lellis, “Discorsi delle famiglie nobili del Regno di Napoli” (G.F. Paci, Napoli, 1663). Nelle epigrafi riportate dal d’Engenio e dal De Lellis varia la data obituaria: 1400 per il primo, 1440 per il secondo. Il 1400 compare anche nell’epigrafe dettata da Francesco Paolo Francone nel 1716. Tuttavia, il nome Francesco Francone è riportato in un documento del 1418 tra i procuratori laici del convento (v. il saggio di Felice Autieri in “Il tribunale degli eletti e il seggio della Montagna in S. Lorenzo Maggiore di Napoli. storia, sviluppo e funzionamento di un’antica istituzione napoletana”. In Rivista di letteratura e di storia eccelesiastica, Napoli, anno XXII, 2017 n. 2). Aggiungendo che l’altare di San Bernardino venne eretto, per volere proprio di Francesco Francone, nel 1406, siamo portati a credere che sia esatta la data del 1440.

50 Sulle vicende riportate v. Luciana Mocciola, op. cit., cui si deve l’attribuzione della lastra.

51 Carlo De Lellis, op. cit.

52 Ipotesi ripresa da “Sculture trecentesche in S. Lorenzo Maggiore a Napoli” (AA.VV., op. cit.). A conferma, secondo alcuni, soccorrerebbe la tesi che il De Raimo fosse un ecclesiastico; ma ciò risulterebbe incompatibile con la raffigurazione di un guerriero in armi.

NOTE 1 Sull’utilizzo della scrittura francese a Napoli in età medievale, si segnala la monografia di Laura Minervini “Il francese a Napoli (1266-1442). Elementi per una storia linguistica”. L’autrice cita anche un altro esempio di epitaffio in francese, ma dedicato ad una coppia: si tratta di una lastra tombale riutilizzata per il paliotto dell’altare in […]