CONTROFACCIATA

Sulla controfacciata sono stati posti tre monumenti funebri, dedicati a Re Carlo I d’Angiò, al nipote Carlo Martello d’Angiò, primogenito di Re Carlo II, ed alla moglie di quest’ultimo,  Costanza d’Asburgo.

Carlo I d’Angiò (m. 7 gennaio 1285)

Carlo d’Angiò (Parigi, 21 marzo 1277-Foggia, 7 gennaio 1285), ovvero Carlo Capeto, I come Re di Napoli, è il capostipite della dinastia nota come prima casa di Angiò (Anjou in francese), ramo di Napoli, che costituisce un ramo cadetto dei Capetingi, Reali di Francia. Carlo era infatti l’ultimo figlio del Re di Francia Luigi VIII (1187-1226), detto “Il Leone”, e di Bianca di Castiglia (1188-1252); suo fratello maggiore era il Re di Francia Luigi IX (1214-1270), poi detto “Il Santo”. Carlo fu Re di Napoli (1266), Conte di Provenza e Forcalquier (1246), Conte di Angiò e del Maine (1247), Re di Albania (1272), Principe di Acaia (1276), Re di Gerusalemme (1277). Sposò il 31.01.1246 ad Aix-en-Provence Beatrice di Provenza (1234-1267), Contessa di Provenza e Forcalquier (1245), dalla quale acquisì i relativi titoli; morta questa, il 18.11.1268 sposò a Trani Margherita di Borgogna (1250-1308), Contessa di Tonnerre (1266). Divenne Re di Napoli (rectius: Re di Sicilia) in seguito all’investitura di Papa Urbano IV (1185 ca.-1264), francese di nascita, che il 29 marzo 1263 aveva scomunicato Re Manfedi di Svevia, dichiarandolo decaduto dal trono; aveva allora proposto la corona a Carlo; deceduto Urbano IV (sepolto nel transetto sinistro del Duomo di Napoli), il 30 aprile 1265 il nuovo Papa, Clemente IV, francese anch’egli, concluse il trattato pontificio-angioino con Carlo d’Angiò. Sceso questi in Italia, venne incoronato a Roma, nella Basilica Lateranense, il 6 gennaio 1266 ad opera di cinque Cardinali legati dal Papa. Per conquistare il trono, Carlo sconfisse Manfredi a Benevento il 26 febbraio 1266, quindi Corradino di Svevia a Tagliacozzo il 23 agosto 1268. Partecipò all’ottava crociata (1270) e la diresse dopo la morte del fratello Re Luigi IX di Francia. Con la rivolta del Vespro (1282) la Sicilia si staccò dal resto del Regno e Napoli divenne Capitale. Re Carlo I venne definito “Il più potente Re dei cristiani”1. Alla morte, gli successe sul trono il figlio Carlo II d’Angiò (1254-1309), detto “Lo Zoppo”.

– Famiglia. I Capetingi, stirpe franca le cui origini risalgono al VII secolo, furono la terza dinastia reale francese dopo Merovingi e Carolingi. Il primo sovrano della famiglia fu Ugo Capeto (940ca.-996), Duca di Francia e Conte di Parigi: questi, alla morte di Luigi V detto “L’Ignavo” (21 maggio 987), ultimo Re carolingio, venne eletto Re dei Franchi a Senlis e incoronato a Nyon il 3 luglio 987.

Arma: i Capetingi utilizzavano lo scudo a fondo azzurro con gigli d’oro (d’azzurro seminato di gigli d’oro), detto “di Francia antica”; Carlo I d’Angiò, vi inserì un lambello rosso a cinque gocce pendenti come segno di brisura (d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello rosso, stemma detto “d’Angiò antico”); prima però, fino al 1246, aveva utilizzato lo scudo d’azzurro seminato di gigli d’oro alla bordura di rosso carica di undici castelli d’oro. Infine, dal 1277 lo stemma divenne: partito in 1 d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello rosso e in 2 d’argento alla croce potenziata d’oro con quattro croci agli angoli dello stesso.

 

Carlo Martello d’Angiò (m. 12 agosto 1295)

Carlo Martello (Napoli, 8 settembre 1271-Napoli, 12 agosto 1295) era il primo figlio di Re Carlo II (1254-1309), detto “Lo Zoppo”, e di Maria Arpad d’Ungheria (1257-1323), destinato quindi a salire sul trono di Napoli ed a rivendicare quello di Ungheria dopo la morte, senza eredi, di Ladislao IV (1290), fratello della madre. Carlo Martello fu Principe di Salerno (1289), Vicario del Regno (1289) per 4 anni circa in assenza del padre, prigioniero in Spagna; fu quindi Re titolare di Ungheria (1290), titolo trasmesso al figlio Carlo (1288-1342), detto dalla storiografia Caroberto, che divenne poi effettivamente Re d’Ungheria nel 1308. Carlo Martello sposò l’11 gennaio 1281 a Vienna Clemenza d’Asburgo. Nel 1294 si recò a Firenze dove conobbe Dante Alighieri, che ricorda lui e la moglie nei Canti VIII e IX del Paradiso, tra gli spiriti amanti del III Cielo (di Venere). Morì probabilmente di peste come la moglie.

– Arma: inquartato in 1 e 4 d’azzurro seminato di gigli d’oro e in 2 e 3 fasciato di rosso e argento in otto pezzi.

 

Clemenza d’Asburgo (m. 1295)

Clemenza (Vienna, 1267-Napoli, 1295) era figlia di Rodolfo d’Asburgo (1218-1291), Re dei Romani (1273), e Gertrude di Hohenberg (1225-1281). Morì a Napoli poco dopo il marito Carlo Martello, secondo alcuni colpita anch’ella dalla peste, oppure per il dispiacere della scomparsa del coniuge; altri sostengono invece che morì il 7 febbraio 1293 di parto, dando alla luce la terza figlia (dopo Caroberto e Beatrice) che da lei prese il nome 2: questa Clemenza (1293-1328) sposò il 13 agosto 1315 a Parigi il Re di Francia Luigi X (1289-1316), e divenne così Regina di Francia.

Epigrafe:

CAROLO I ANDEGAVENSI TEMPLI HUIUS EXRTUCTORI
CAROLO MARTELLO HUNGARIAE REGI
ET CLEMENTIAE EIUS UXORI RUDULPHI CAESARIS F.
NE REGIS NEAPOLITANI EIUSQUE NEPOTIS
ET AUSTRIACI SANGUINIS REGINAE
DEBITO SINE HONORE IACERENT OSSA
HENRICUS GUSMANUS OLIVARENSIUM COMES
PHILIPPI III AUSTRIACI REGIAS IN HOC REGNO
VICES GERENS
PIETATIS ERGO POSUIT ANNO DOM. MDIC

Sul sepolcro di Re Carlo I compariva in precedenza la seguente epigrafe:

CONDITUR HAC PARVA CAROLUS REX PRIMUS IN URNA
PARTHENOPES, GALLI SANGUINIS ALTUS HONOS
CUI SCEPTRUM ET VITAM FORS ABSTULIT INVIDA QUANDO
ILLIUS FAMAM PERDERE NON POTUIT

– Sculture. L’opera complessiva (tre statue poste in arcatelle pensili con iscrizione in lapide celebrativa sottostante) venne commissionata dal Viceré Enrique de Guzman, Conte di Olivares, a Domenico Fontana nel 1599. Un gisant di Carlo I d’Angiò si trova nella Basilica di Saint Denis, dove il Re, secondo un uso del tempo, volle far custodire il proprio cuore; un’altra statua che lo raffigura, molto nota, è collocata nella terza nicchia da sinistra della facciata del Palazzo Reale di Napoli, opera di Tommaso Solari (1888), mentre nei Musei Capitolini in Roma si conserva il ritratto che di lui scolpì Arnolfo da Cambio verso il 1277. Una raffigurazione a bassorilievo di Carlo Martello si rinviene, invece, nel monumento funebre della Regina sua madre, Maria d’Ungheria, in Santa Maria Donnaregina

– Sede e provenienza. I primitivi monumenti funebri di Re Carlo I d’Angiò, di Carlo Martello e della moglie Clemenza d’Asburgo si trovavano nell’antica Cattedrale della Stefania (poi rinominata Santa Restituta); nel 1333, in occasione della visita a Napoli di Caroberto Re d’Ungheria, Re Roberto d’Angiò incaricò la moglie Sancha d’Aragona di commissionare nuove tombe per i genitori dell’ospite e per il nonno, Re Carlo I, che furono probabilmente eseguite da Tino da Camaino; le opere vennero probabilmente poste nella Cappella di San Ludovico (poi trasformata), quindi trasferite nell’abside, presso l’altare maggiore, dove subirono ingenti danni per il terremoto del 4 dicembre 1456; lì, “sopra la tribuna della Cappella maggiore”, vennero poi visti dal de Stefano, senza alcuna iscrizione3. Nel 1566, durante i lavori alla tribuna, il Cardinale Alfonso Carafa fece spostare e scomporre le tombe di Carlo Martello e della moglie per collocare al loro posto il proprio sepolcro; le fece riposizionare al di sopra del monumento funebre di Carlo I; i tre monumenti vennero poi disfatti per il rifacimento del coro voluto dal Cardinale Gesualdo nel 1596; tre anni dopo il Vicerè Conte di Olivares ordinò la nuova sistemazione sulla controfacciata4.

Bisogna qui aggiungere, ratione materiae, che al Museo di Capodimonte, nella Sala Francesco Vezzoli (secondo piano, sala 97), è esposta in una teca la testa di un trecentesco gisant angioino con corona. L’opera proviene dai depositi del Museo. La prevalente letteratura propone l’attribuzione del soggetto ritratto a Re Carlo I d’Angiò: così, seppur in forma dubitativa, recita la didascalia ufficiale, che indica trattarsi di una scultura dell’inizio del XIV secolo, riferibile ad autore francese sconosciuto. Secondo altri “la bellissima testa coronata” potrebbe invece appartenere a Carlo Martello4B.

NAVATA DESTRA – Cappella del Crocifisso

Accostato alla parete di destra della Cappella si trova un monumento composto da più parti, appartenenti in origine a diversi soggetti:

Nicola Caracciolo (m. 17 novembre 1328)

Nicola, o Niccolò, Caracciolo (Pisquizy) era figlio di Bernardo, Siniscalco del Re, come ricorda l’epigrafe. Ebbe come sorelle Caterina e Maria, sepolte in San Gregorio.

– Epigrafe:

HIC IACET NICOLAUS CARACZOLUS FILIUS DOMINI BERNARDI CARACZULI MILITIS DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXVIII DIE XVII NOVEMBRIS XII INDICTIONIS
QUI LATET HOC TUMULO PARADISI LUCE FRUATUR, SITQUE SIBI REQUIES ET SINE NOCTE DIES

Cobello Caracciolo (m. 1323)

Cobello (diminutivo di Iacobello) era figlio di Francesco e Dalfina.

– Epigrafe (de Stefano):

CONDITUR HOC PULCHRO GENEROSUS VALDE SEPULCRO COBELLUS NIMIO PLENUS ET ELOQUIO; ATQ. DEUS LETUS, SANCTIS DICTISQ. REPLETUS; HIERONYMI DONA LAUDUM, HABUITQ. BONA. HIC FUIT ORATOR ET VIRGO, PACIS AMATOR. FRANCISCI DALPHINAE NATUS, AD BONA CUNCTA DATUS, CULTOR HONESTATIS CARACCIOLUS ET PROBITATIS. MAGNUS HOMO IUVENES HIC PERAMANSQ. SENES SUB TRICENTENIS DECEM BIS, TER MILLEQ. SENIS ANNIS HIC OBIIT ET DEUS HUNC VOLUIT

– Scultura. Il gisant ad altorilievo di Nicola Caracciolo ed il sottostante sarcofago si trovano in un monumento ricomposto: sopra di loro, è stato incassato alla parete il fronte del sarcofago di Cobello Caracciolo, sistemato tra due sculture attribuite a Tino da Camaino che, secondo alcuni, potrebbero provenire dai primi sepolcri angioini (Re Carlo I d’Angiò, Carlo Martello d’Angiò, Clemenza d’Asburgo), eseguiti dal Maestro nel 1333. A giudizio del Pace 5, il gisant potrebbe non essere pertinente all’arca, malgrado la coerenza tra lastra e frontale, perché reca un’iscrizione capovolta rispetto a chi si pone di fronte ad essa. Un omonimo Cobello Caracciolo (m. 4 agosto 1390) si trovava sepolto in San Lorenzo.

Accostato alla parete di sinistra:

Matteo Caracciolo (m. 26 maggio 1314)
e
Cecchella Vulcano (m. 30 settembre 1337)

Patrizio napoletano, Matteo Caracciolo era Protonotario.

Cecchella (ovvero Francesca) Vulcano era moglie di Giovanni Caracciolo (Pisquizy) e madre di Giacomo (m. 1387), Cavaliere dell’Ordine del Nodo, che nel 1381 fu Vicario di Carlo III di Durazzo in Arezzo.

– Epigrafe di Matteo Caracciolo 6:

HIC REQUIESCIT BONE MEMORIE DNS MATHEUS CARACZOLUS DE NEAPOLI QUONDAM DNI PAPAE PROTONOTARIUS QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXIIII DIE XXVI MENFIS MAII XII INDICT. CUIUS ANIMA REQUIESCAT (…)

Nella mano destra il gisant tiene un cartiglio con sopra scritto: SUPPLICAT SANCTITATE VESTRE MAGISTER MATHEUS CARAZOLUS.

– Epigrafe di Cecchella Vulcano:

HIC IACET CORPUS NOBILIS MULIERIS DOMINAE CECCHELLAE BULCANAE DE NEAPOLI UXORIS NOBILIS ET EGREGII VIRI DOMINI JOHANNIS CARACZULI DE NEAPOLI MILITIS, QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXIII DIE ULTIMO MENSIS SEPTEMBRIS XI INDICTIONIS

– Scultura. Opera di qualità, osserva il Pace7. La statua di Matteo è disposta sopra un sarcofago sul cui fronte vi è il bassorilievo del cd. pseudo Carlo Martello, un personaggio in toga così nominato perché in origine creduto possibile copertura del sarcofago di Carlo Martello d’Angiò (m. 12 agosto 1295), primo figlio di Carlo II d’Angiò. Il coperchio del sarcofago di Cecchella, con la figura della giacente in bassorilievo, è attualmente collocato dietro l’altare della Cappella.

– Sede e provenienza. Le opere si trovano all’interno della Cappella del Crocifisso (o dell’Addolorata), la seconda a destra, detta in precedenza di Santa Maria la Nova. Il d’Engenio8 riferisce che la Cappella apparteneva a Bartolomeo Caracciolo Pisquizy. Lo stesso autore ricorda la sepoltura in Duomo, in altra Cappella Caracciolo, di Giovanni (m. 1391) e Gurello Caracciolo (m. 1411), quindi del Miles Petraccone Caracciolo (m. 29 giugno 1384), Siniscalco di Giovanna I d’Angiò.

– Famiglia Caracciolo Pisquizy. Per alcuni i Caracciolo sono di origine bizantina, ed il capostipite fu Pietro Caracciolo, presente a Napoli nel IX secolo; secondo altre ricerche, invece, provengono dalla Normandia, e sarebbero scesi nel meridione con Ruggero I: il nome originario, vichingo, sarebbe stato Karczol9. Di certo la famiglia era già presente a Napoli durante il Ducato. Quella dei Pisquizi (o Svizzeri) è una delle due grandi linee della famiglia Caracciolo (l’altra era detta dei Rossi), che diede poi origine al ramo dei Caracciolo del Sole. Le linee dinastiche deriverebbero dai due figli di Landolfo (sposatosi nel 1110 con Anna Gaetanini): Riccardo detto “Il Rosso” e Filippo detto “Il Pisquizio”. Era iscritta al Seggio di Capuana. Cavalieri della famiglia Caracciolo erano presenti al Duomo, in San Domenico, San Lorenzo, San Gregorio Armeno, San Giovanni a Carbonara e Santa Maria Donnaregina Vecchia.

Arma: d’oro al leone d’azzurro lampassato e armato di rosso, con la coda contro rivoltata.

Famiglia Vulcano. I Vulcano (in antico Bulcano, o Bulcani) erano originari di Sorrento, dove erano iscritti al Seggio di Dominova; a Napoli erano aggregati ai Seggi di Nido e Capuana. In San Domenico possedevano una Cappella dove risultavano sepolti Tommaso (m. 9 marzo 1337) e Carlo (m. 23 giugno 1345), nonché unn Pietro Bulcano (m. 13..), mentre in Santa Fortunata vi era il Miles Riccardo Bulcano (m. 29 novembre 1323), detto “Rospolo”.

Arma: d’azzurro. alla rete d’oro col capo d’oro caricato di tre conchiglie rosse

 

NAVATA DESTRA – Oratorio dell’Arciconfraternita dei Bianchi del Ss. Sacramento

L’ambiente si trova dopo la 4^ Cappella della navata destra.

Cavaliere della famiglia Loffredo (?)

L’epigrafe è illeggibile. Dall’araldica presente, si tratterebbe di un Cavaliere della famiglia Loffredo, mentre dall’esame del gisant, si può proporre una datazione attorno al 1350 10.

– Scultura. La sepoltura reimpiega un sarcofago tardoantico in marmo, di cui una parte, rilavorata, è stata utilizzata per la figura del Cavaliere.

– Sede e provenienza. Il monumento è stato trasferito qui da altra parte della Cattedrale, probabilmente dalla Cappella Loffredo situata nel transetto. L’ambiente dell’Oratorio venne destinato all’Arciconfraternita dopo la sua fondazione nel 1549, ed in realtà costituisce il primo livello della torre campanaria.

– Famiglia ed arma: v. Famiglia Loffredo ultra in questo documento (per Enrico e Francesco Loffredo).

 

NAVATA SINISTRA – Cappella Filomarino

Sulla destra della Cappella:

Gregorio Filomarino (m. 7 marzo 1324)

Gregorio fu Giustiziere in Principato Ultra nel 1298 e in Abruzzo Citra nel 1303. Fratello di Loffredo, era figlio di Maria Baraballo (m. 1275) e di Marino (m. 1305), che fu tra i sei principali Baroni prescelti da Re Carlo I d’Angiò per il famoso duello sfumato ma programmato per il primo giugno 1383 a Bordeaux tra il Sovrano Angioino e Re Pietro III d’Aragona. Gli altri erano Marino Siginolfo, Franzone dell’Aversana, Gualtiero Caracciolo, Bernardo Caracciolo, Berardo del Tufo.

– Epigrafe:

HIC IACET DNS GREGORIUS FILMARINUS QUI OBIIT ANNO DNI MILLESIMO CCC XXIIII DIE PRIMO MENSIS MARCII SEPTIMAE INDICIONIS CUIUS ANIMA REQUIESCAT IN PACE AMEN VOS QUI LEGITIS ORATE PRO ME AD DNM

– Scultura. Lastra di copertura di sepoltura (non più esistente), più fronte del sarcofago.

A sinistra:

Loffredo Filomarino (m. 14 aprile 1335)
con la figlia
Trudella Filomarino (m. 25 settembre 1335)

Loffredo (indicato, raramente, come Roffredo o Goffredo), fratello di Gregorio, fu Giustiziere e Capitano di guerra di Basilicata e Capitanata (1304), Siniscalco di Carlo Duca di Calabria (1310). Venne poi inviato col Duca Roberto a combattere in Sicilia. Fu Signore di Civitavecchia, Collelupo, Lusciano e Casal di Lago. Capostipite dei Filomarino del giglio, sposò in prime nozze, il 15 giugno 1307, Ilaria de Joinville (anche indicata come Isabella Gianvilla), figlia di Giovanni di Rivello e di Isabella Filangieri, che portò in dote il Castello di Civitavecchia. Quindi, sposò Iacopilla d’Evoli, figlia di Marino e di Filippa de’ Fossis, vedova di Giachetto Stendardo; la loro figlia Sichelgaida sposò Roberto de Cabannis, Conte d’Eboli e Gran Siniscalco del Regno, giustiziato il 2 agosto 1346 per aver partecipato all’assassinio di Andrea d’Ungheria, avvenuto ad Aversa il 18 settembre 1345.

Trudella non si sposò.

– Epigrafe di Loffredo Filomarino:

HIC IACET DNS LOFFRIDUS FILIMARINUS SENESCALLI DNI DUCIS CALABRIAE QUI OBIIT ANNO DNI M CCC XXXV DIE QUARTO DECIMO MENSIS APRILIS III IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE

– Epigrafe di Trudella Filomarino:

HIC IACET DNA TRUDELLA FILIMARINA DE NEAPOLI FILIA DNI LOFFRIDI FILIMARINI SENESCALLI DOMINI DUCIS CALABRIAE QUAE OBIIT ANNO DOMINI MCCCXXXV DIE XXV MENSIS SEPTEMBRIS IND. V QUI AIA REQUIESCAT IN PACE

– Scultura. Lastra di copertura di sarcofago di epoca romana reimpiegato, sul cui fronte pure compare, in bassorilievo, un cavaliere genuflesso in posizione orante. Per Trudella si tratta di una lastra, murata sulla parete, che copriva una sepoltura (non più esistente).

– Sede e provenienza. La prima Cappella della navata sinistra è la Cappella Filomarino o di Santa Maria Francesca dalle cinque piaghe, già di Santa Maria Maddalena. I sepolcri si trovavano in un’antica Cappella dei Filomarino (dedicata a San Nicola), posta nella navatella di Sant’Aspreno, abbattuta nel 1607 per far posto alla Cappella del Tesoro di San Gennaro. Questa Cappella all’interno del Duomo era stata costruita verso il 1298 da Jacopo, detto “Il giovane”; suo fratello Giovanni vi trasportò i corpi degli avi, che si trovavano in San Giorgio Maggiore. Il d’Engenio11 ricorda, inoltre, che all’interno di questa Cappella, ormai disfatta, vi erano le sepolture dei Militi Giovanni Filomarino (m. 21 settembre 1336), Ciambellano del Re, Riccardo Filomarino (m. 30 novembre 1335) e di un altro Giovanni (m. 20 settembre 1301), figlio di Cubello, fondatore della stessa; invece, la sepoltura di Carlo (m. 25 gennaio 1325), figlio di Loffredo, è ricordata nella esistente Cappella assieme a quella del padre, di Trudella e Gregorio.

– Famiglia. La famiglia vanta un’antica origine da Marino, Console all’epoca del Ducato; i figli (filii Marini) assunsero così il cognome Filomarino. Era iscritta al Seggio di Capuana.

Armi:

ramo delle Bande: di verde a tre bande di rosso filettate d’argento.

ramo dei Gigli: di verde alla banda rossa filettata d’argento accompagnata da tre gigli d’oro per ogni lato.

 

NAVATA SINISTRA

Sul muro della navata di sinistra, dopo l’ingresso di  Santa Restituta vi è la lastra di

Andrea d’Ungheria (m. 18 settembre 1345)

Figlio di Re Caroberto (1308-1342) e di Elisabetta di Polonia (1305-1380), Andrea (Endre) di Ungheria (1327-1345) era fratello minore del Re d’Ungheria Luigi I (1326-1382), detto “Il Grande”. Per comporre bonariamente le pretese del ramo angioino d’Ungheria sul Regno di Napoli, sul quale sedeva Roberto d’Angiò, “Il Saggio”, Re Caroberto d’Ungheria venne a Napoli nell’estate del 1333: furono così concordate le nozze e la successione al trono del suo figlio cadetto Andrea con Giovanna I d’Angiò (1327-1382), nipote di Roberto ed erede designata al Reame napoletano dopo la morte del di lei padre Carlo “L’Illustre” (1328). I due si sposarono nel 1343 a Napoli, ma, disattendendo gli accordi presi, Re Roberto d’Angiò, nel suo testamento del 16 gennaio 1343, designò come Regina la sola nipote Giovanna; nominò Andrea Principe di Salerno assieme alla moglie. Con Bolla del 28 novembre 1343 Papa Clemente VI dichiarò nullo il testamento di Re Roberto e decaduto il Consiglio di reggenza istituito da quest’ultimo in favore della nipote, ancora minorenne. Il 28 agosto 1344 il Vicario del Papa, però, nominò la sola Giovanna Regina con investitura feudale, nonostante il 19 gennaio 1344 un concistoro pontificio avesse concesso il titolo Regio ad Andrea, e nel gennaio 1345 il Pontefice Clemente VI (1291-1352), su sollecitazione di Luigi I Re d’Ungheria, fissasse per il mese di settembre 1345 l’incoronazione di Andrea e Giovanna. Il Papa ribadì la sua volontà ordinando di procedere alla duplice incoronazione con lettere del  20 e 21 settembre 1345. Ma la notte del 18 settembre 1345 Andrea venne assassinato nel castello di Aversa in una congiura di corte.

A questo punto Luigi I “Il Grande”, Re d’Ungheria, avanzò presso il Papa le sue pretese al trono di Napoli, quale discendente di Carlo Martello, primogenito di Carlo II d’Angiò (secondo le disposizioni di Bonifacio VIII), e chiese la deposizione di Giovanna I. Invase il Regno due volte, nel 1347-48 e nel 1350. In seguito a negoziati svolti ad Avignone, il 23 marzo 1352 venne sottoscritto a Napoli il trattato di pace: il Papa riconosceva Giovanna I Regina, ma lo stesso non faceva Luigi, che affidava le terre conquistate al Papa stesso, cui demandava il compito di perseguire i colpevoli dell’assassinio del fratello. Per la corte di Ungheria i colpevoli erano la Regina, la sorella Maria, Roberto di Taranto e Carlo di Durazzo, che Luigi fece decapitare ad Aversa il 23 gennaio 1348. Per l’omicidio furono giustiziati: Tommaso Mambricco (20 settembre 1345), ciambellano al servizio di Andrea, indicato dalla Regina come esecutore materiale del delitto; Giovanni e Restaino Lagonissa (luglio 1346); quindi, nelle cd. “giustizie di agosto”, furono mesi a morte il 2 agosto 1346 Gasso de Denisy (Conte di Terlizzi) e Roberto de’ Cabanni (Gran Siniscalco), il 7 agosto Raimondo da Catania, Gran Siniscalco dell’Ospizio Regio, e Nicola da Melizzano, usciere; quindi, nell’ottobre 1346, Carlo d’Artois, Gran Camerlengo, ed il figlio Bertrando; imprigionata, Filippa “La Catanese”, governante della Regina, morì in carcere, mentre sua nipote Sancia de’ Cabanni fu decapitata il 29 dicembre. Corrado Ruffo, Conte di Catanzaro, riuscì a sfuggire alla cattura.

– Epigrafe:

ANDREÆ CAROLI UBERTI PANNONIÆ REGIS FI [LIUS]NEAPOLITANOR[ORUM] REGI
IOANNÆ VXORIS DOLO ET LAQUEO NECATO
URSI MINUTULI PIETATE HIC RECONDITO
NE REGIS CORPUS INSEPULTUM SEPVULTUMVE FACINU[S]POSTERIS REMANERET
FRANCISCUS BERARDI F[ILIUS] CAPYCIUS
SEPULCHRUM TITULUM NOMENQ.
P[OSUIT]MORTUO ANNOR[ORUM] XIX
M CCC XIV
XIV K[A]L[ENDIS] OCTOB.

– Scultura. Lastra muraria con epigrafe.

– Sede e provenienza. Dopo l’uccisione, il corpo di Andrea, ricoverato nella Chiesa di San Pietro a Maiella ad Aversa, venne trasportato da Orso (Orsillo) Minutolo, nobile del Seggio di Capuana, al Duomo di Napoli, e qui sepolto nella Cappella di San Ludovico. Come ricorda l’epigrafe, verso il 1572 Francesco III Capece, Abate di Mirabella Eclano, in sostituzione della tomba medievale ormai rovinata, aveva fatto costruire una nuovo sepolcro in marmo bianco il cui fronte doveva essere la lastra con epigrafe ora murata nella navata sinistra, sulla destra dell’ingresso di Santa Restituta. Del monumento funebre faceva parte anche la lastra sottostante, che riporta su entrambi i lati le armi dei Capece. Quando nel 1581 la Cappella di San Ludovico venne adibita a Sagrestia dall’Arcivescovo Annibale di Capua, la tomba venne spostata al suo esterno, murata nella parete. Dopo il terremoto del 29 novembre 1732 venne riempito il vano dove si trovava il sepolcro ed i resti di Andrea vennero posti sotto il pavimento all’altezza di una nuova lastra voluta dall’Arcivescovo Francesco Pignatelli con la seguente epigrafe:

ANDREÆ PANNONIÆ REGIS OSSA
PROXIMO IN TUMULO IAM QUIESCIENTIA
UT PARIETI TERREMOTU CONCUSSO
III KAL. DECEMBRIS 1732
REFI CIENDO LOCUM DARENT
FRANCISCUS CARDINALIS PIGNATELLUS
S.R.E. CARDINALIUM COLLEGII DECANUS
ARCHIEPISCOPUS NEAPOLITANUS
HIC DECENTER COMPONENDA MANDAVIT
X KAL. MART. MDCCXXXIII

L’epigrafe con la lastra del Capece venne invece murata accanto alla porta di ingresso della Sagrestia; nuovamente spostata, nel 1925 venne posta nel luogo dove attualmente si trova. L’iscrizione settecentesca è stata trasferita nel cortile della Curia in un lapidario allestito negli anni 1969-70 12.

Famiglia. Figlio di Caroberto, nipote di Carlo Martello d’Angiò, Andrea, assieme al fratello maggiore Luigi I, Re d’Ungheria, era discendente del ramo angioino che si insediò sul trono magiaro in successione all’antica dinastia degli Arpadi, la prima a regnare sull’Ungheria. Il relativo diritto proveniva da Maria Arpad, figlia di Re Stefano V Arpad, la quale il 6 agosto 1270 aveva sposato a Napoli il futuro Re Carlo II d’Angiò. Alla morte del fratello, il Re Ladislao IV “Il Cumano” (1290), Maria Arpad rivendicò il Regno di Ungheria investendone il figlio Carlo Martello; questi, anche a causa di una morte precoce (12 agosto 1295), non potè insediarsi sul trono, che venne infine conquistato dal figlio Caroberto, incoronato già nel 1301 ad Esztergom e, dopo alterne vicende, il 15 giugno 1309 a Buda ed il 27 agosto 1310 nella Chiesa della Vergine di Szekesfehervar con la Sacra Corona di Santo Stefano.

Arma: tripartito in palo: in 1 fasciato di rosso e argento di otto pezzi, in 2 d’argento alla croce potenziata d’oro con quattro croci dello stesso agli angoli, in 3 d’azzurro seminato di gigli d’oro al lambello di rosso.

 

TRANSETTO DESTRO- Cappella dell’Assunta

Addossato alla parete sinistra della Cappella:

Enrico Capece (m. 1 gennaio 1360)
con la moglie
Bardella Piscicelli (m. 19 aprile 1343)

Enrico Capece, detto “Baraballo”, era figlio primogenito di Giacomo e di Brisa Siginulfo; i suoi fratelli erano Antonio, Martuccio, Pietro, Giovanni e Isabella. Fu Cavaliere sotto i Re Carlo II e Roberto d’Angiò; dal matrimonio con Bardella Piscicelli non nacquero figli.

– Epigrafe di Enrico Capece:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI ET EGREGII VIRI DNI HENRICI CAPICE DICT. BARABALLI DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI MCCCLX DIE PRIMO IANUARII QUINTAE IND. CUIUS ANIMA SUA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Epigrafe di Bardella Piscicelli:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICAE ET EGREGIAE MULIERIS DOMINAE BARDELLAE PISCICELLAE DICTAE CAPICE DE NEAPOLI OLIM UXORIS DICTI DOMINI HENRICI QUAE OBIIT ANNO DNI MCCCXXXXIII DIE XVIIII APRILIS VI IND. CUIUS AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Duplice lastra a bassorilievo, probabilmente pertinente a sarcofago non più esistente.

– Sede e provenienza. Il monumento si trova all’interno della seconda Cappella del transetto destro, dedicata all’Assunta, che già in antico apparteneva ai Baraballo (o Varavalla).

– Famiglia. La famiglia Capece, di cui si hanno notizie già al tempo del Ducato, era iscritta ai Seggi di Capuana e Nido. Un ramo dette origine alla famiglia dei Baraballo, ovvero Capece Baraballo, con capostipite Giacomo Capece, detto appunto “Baraballo”, nobile sotto Federico II di Svevia. I Baraballo erano iscritti al Seggio di Capuana e poi anche a quello di Portanova. Un Nicola Baraballo (m. 12 maggio 1348), Miles, era sepolto in Santa Maria Donnaregina Vecchia; la tomba si trova ora a San Martino (v. ultra).

Arma dei Capece: di nero al leone d’oro coronato dello stesso e lampassato di rosso.

Arma dei Baraballo: d’argento a due fasce d’azzurro.

Per i Piscicelli v. ultra Famiglia Piscicelli (per Riccardo Piscicelli).

 

TRANSETTO SINISTRO – Cappella del Santissimo Sacramento

Rubino Capece Galeota (m. 8 maggio 1445)

Figlio del Miles Ettore, Rubino Capece Galeota fu creato Maresciallo del Regno da Ladislao d’Angiò-Durazzo per il suo valore negli anni delle guerre contro Luigi I Valois-Angiò; rimase quindi fedele alla casata Durazzesca sotto Giovanna II e parteggiò poi per Renato Valois-Angiò contro Alfonso d’Aragona. Durante l’assedio di Napoli condotto da quest’ultimo (1442), aveva ricevuto dal sovrano Angioino l’incarico di difendere l’acquedotto, assieme al fratello Giacomo ed a Giovanni Cossa.

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS MAG.CI ET STRENUI VIRI RUBINI GALIOTAE REGNI SICILIAE MARESCALLI FILII MAG.CI VIRI DOMINI HECTORIS GALIOTAE DE NEAP. MILITIS, QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCCXLV DIE VIII MENSIS MAIJ VIII IND.

– Scultura. Il gisant, una lastra a bassorilievo, era posto a copertura di un sarcofago distrutto. Il defunto è ritratto in costume di corte.

– Sede e provenienza. Siamo nella Cappella del Santissimo Sacramento o Cappella Capece Galeota, dal nome, appunto, della famiglia, che possedeva questa Cappella gentilizia, intitolata a Sant’Attanasio. Dietro l’altare maggiore, barocco, vi è il dipinto su tavola “la Madonna delle Grazie” realizzata da Pietro Befulco (1495 ca.) o “Madonna col Bambino e committente Rubino Galeota”, o ancora “Madonna del latte”. Nella tela compare infatti il committente Rubino Capece Galeota in ginocchio.

– Famiglia. Derivata da un ramo dei Capece, la famiglia Galeota, o meglio Capece Galeota, era iscritta al Seggio di Capuana. Capostipite fu Galeotto Capece (vivo nel 1170), figlio di Enrico Capece, Gran Connestabile del Regno.

Arma: inquartato, nel 1° e 4° ondato d’argento a tre fasce d’azzurro, al lambello rosso con tre pendenti nel punto del capo ed attraversante; nel 2° e 3° di nero al leone d’oro coronato dello stesso.

 

TRANSETTO SINISTRO

Addossati alla parete del transetto sinistro si trovano i monumenti sepolcrali di Enrico “Spata” Loffredo e di Papa Innocenzo IV. Cominciamo con il primo.

Enrico Loffredo (m. 15 aprile 1421)
con il figlio
Francesco Loffredo (m. 6 maggio 1468)

Patrizio Napoletano, Enrico Loffredo, detto “Spata”, fu Cavaliere, iscritto al Seggio di Capuana. Era considerato da Re Ladislao di Durazzo tra i suoi migliori guerrieri. Figlio di Francesco, Cavaliere dell’Ordine del Nodo, Vicario in Grecia del Principe di Taranto, ed Angela Caracciolo, Enrico visse da povero Cavaliere e sposò Vanella Capece Scondito; dal matrimonio nacque numerosa prole (forse quattro figli, Margaritone, Francesco, Gabriele e Verteraimo, più tre figlie).

Il figlio di Enrico, Francesco, detto “Ciccio”, fu il primo canonico diacono della Cattedrale. Ebbe una rendita di 1.200 scudi come beneficio ecclesiastico da Alfonso d’Aragona a conferma del precedente istituito da Re Ladislao.

Si noti che “Spata” è soprannome dato anche ad Enrico, padre di Francesco Loffredo, che era al servizio del Duca di Durazzo nel 1310 e divenne poi Cavaliere dell’Ordine del Nodo: è probabilmente il Miles Enrico “Spata” Loffredo che venne sepolto nella Chiesa di Santa Maria di Montevergine in Napoli12B; questo Enrico è invece il nipote.

 

– Epigrafe:

HIC IACENT CORPORA MAGCI ET STRENUI MILITIS DNI HENRICI SPATA DE LOFFRIDO DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO DNI M CCCC XXI DIE QUINTO DECIMO MENSIS APRILIS XIV INDICTIONIS ET DNI CICCI DE LOFFRIDO DE NEAPOLI PRIMI DIACONI CARDINALIS MAIORIS ECCLESIAE NEAPOLITANAE FILII IPSIUS DNI HERRICI QUI OBIIT ANNO DNI M CCCC LXVIII DIE SEXTO MENSIS MAII PRIMAE INDICTIONIS QUORUM ANIMAE REQUISCANT IN PACE

– Scultura. Gisant a copertura di sarcofago, sul cui fronte compare la figura di Francesco a bassorilievo.

– Sede e provenienza: il sepolcro si trovava nella Cappella di famiglia, nel transetto del Duomo, dedicata a San Giorgio. Era stata quindi posta nella Cappella del SS. Sacramento; trasformata questa, la si collocò nell’attuale posizione.

– Famiglia. Di probabile origine normanna (longobarda secondo altri), discenderebbe da Loffredo (o Goffredo), figlio del Re Horik di Danimarca; il figlio di Loffredo, Ugone, venne in Puglia intorno all’anno Mille. A Napoli la famiglia venne aggregata al Seggio di Capuana e poi anche di Portanova. Aveva anche il patronato della nota Cappella di Santa Maria Donnaregina Vecchia (v. ultra).

Arma: di vaio pieno d’argento e d’ azzurro.

 

Papa Innocenzo IV (m. 7 dicembre 1254)

Sebbene i monumenti ecclesiastici esulino da questo lavoro, non si può qui trascurare che nel Duomo di Napoli sia sepolto un Papa, Innocenzo IV, al secolo Sinibaldo Fieschi (Manarola, 1195ca.-Napoli, 7 dicembre 1254). Questi fu eletto al soglio pontificio il 25 giugno 1243 ad Anagni. Nel Concilio di Lione, il 7 luglio 1245 confermò la precedente scomunica contro Federico II di Svevia e lo depose, dando inizio alla lotta aperta tra Papato ed Impero. In opposizione a quest’ultimo, fu il primo che propose il Regno di Sicilia a vari signori d’Europa, ed il primo che contattò Carlo d’Angiò, fratello del Re di Francia Luigi IX, detto “Il Santo”; i negoziati furono poi portati avanti da Urbano IV e conclusi da Clemente IV. Il 9 aprile 1254 scomunicò il figlio di Federico II, Corrado IV, e, morto questi, lanciò l’anatema contro Manfredi, con cui poi si accordò a Ceprano. Sorti tra i due nuovi dissidi, il 27 ottobre 1254 il Papa venne a Napoli: di qui predispose un esercito per contrastare Manfredi, che lo sconfisse però il 2 dicembre presso Foggia. Appresa la notizia, dopo pochi gironi Innocenzo IV morì a Napoli nel Palazzo di Pier delle Vigne. Esimio giurista, era però noto anche per il suo nepotismo.

– Epigrafi:

HIC SUPERIS DIGNUS REQUIESCIT PAPA BENIGNUS
LAETUS DE FLISCO SEPULTUS TEMPORE PRISCO
VIR SACER ET RECTUS SANCTO VELAMINE TECTUS
UT IAM COLLAPSA MUNDO TEMERARIA PASSO
SANCTA MINISTRARI URBS POSSET QUOQ. RECTIFICARI
CONCILUIM FECIT VETERAQ. IURA REFECIT
HAERESIS ILLISA TUNC EXTITIT ATQ. RECISA
MOENIA DIREXIT RITE SIBI CREDITA REXIT
STATUIT INIMICUM CHRISTI COLUBRUM FEDERICUM
IANUA DENATO GAUDET SIC GLORIFICATO
LAUDIBUS IMMENSIS URBS TU QUOQ. PARTHENOPENSIS
PULCHRA DECORE SATIS DEDIT HIC SIBI PLURIMA GRATIS
HOC TITULAVIT ITA UMBERTUS METROPOLITA
INNOCENTIO IIII PONT. MAX
DE OMNI CHRISTIANA REP. OPTIME MERITO
QUI NATALI S. IO. BAPTISTAE AN. M CC XLIII PONTIFEX RENUTIATUS
DIE APOSTOLORUM PRINCIPI SACRA CORONATUS
QUUM PURPUREO PRIMUS PILEO CARDD. EXORNASSET NEAPOLIM A
CORRADO EVERSAM S.P. RESTITUENDAM CURASSET INNUMERISQ.
ALIIS PRECLARE ET PROPE DIVINE GESTIS PONTIFICATUM SUUM
QUAM MAXIME ILLUSTREM REDDIDISSET
ANN. M CC LIIII BEATAE LUCIAE VIRGINIS LUCE HAC LUCE CESSIT
ANNIBAL DE CAPUA ARCHIEP. NEAP.
IN SANCTISS. VIRI MEMORIAM ABOLETUM VETUSTATE EPIGRAMMA R.

– Scultura. Il monumento venne eseguito nel 1318 su commissione dell’Arcivescovo Umberto d’Ormont. L’opera fu però completata nel XVI secolo da Giovan Tommaso Malvito, che riutilizzò elementi trecenteschi; accanto al sarcofago sistemò sul muro due lapidi sormontate da un tondo comprendente una Madonna con Bambino. L’Arcivescovo di Napoli Annibale di Capua (Napoli, 1544ca.-Napoli, 2 settembre 1595) fece infine restaurare il tutto nel 1554.

– Sede e provenienza. Papa Innocenzo venne originariamente sepolto in Santa Restituta in una semplice lastra terragna. Con l’edificazione del Duomo, l’Arcivescovo Umberto d’Ormont fece erigere il monumento funebre che collocò nella Cappella degli Illustrissimi; quando questa venne trasformata, l’opera fu spostata al suo esterno, nel transetto sinistro, addossato alla parete, dove si trova tuttora 13.

 

PRESBITERIO – Cappella di Sant’Aspreno

Sul lato destro:

Guglielmo II di Tocco (m. 22 settembre 1335)
ed il figlio
Nicola di Tocco (m. 18 aprile 1347)

Guglielmo era figlio di Pietro Tocco (m. prima del 1330), Notaio di Melfi ai tempi del Re Carlo I d’Angiò, nonché nipote di Guglielmo I di Tocco (m. 1275), Cancelliere di Federico II. Guglielmo II nel 1328 (o 1330) fu nominato governatore di Corfù da Filippo d’Angiò-Taranto, carica che tenne fino alla morte. Dal suo primo matrimonio con Giovanna Torelli ebbe un figlio, Pietro, conte di Martina Franca e Siniscalco di Roberto, Principe di Taranto. Dal suo secondo matrimonio con Margherita Orsini Angelo Dukas, Signora di metà dell’isola di Zante, figlia di Giovanni I Orsini, Signore di Lefkas, e di Maria Angela dei Despoti d’Epiro, ebbe quattro figli, tra cui Nicola, detto “Nicoletto”, che divenne monaco ed è qui sepolto col padre. Guglielmo è uno dei tre biografi di San Tommaso d’Aquino, di cui fu discepolo dal 1272 al 1274.

– Epigrafe:

HIC IACENT CORPORA MAG. MILITIS DNI GUILLELMI DE TOCCO MAGISTRI CABELLANI CLARAE MEMORIAE DOMINI PRINCIPIS TARENTI, QUI ANNO DNI MCCCXXXV DIE XXII SEPTEMBIS OBIIT ET VENERABILIS ABBATIS NICOLAI DE TOCCO FILII EIUS, QUI ANNO DNI  MCCCXXXXVII DIE XVIII APRILIS OBIIT

— Scultura. Altorilievo a copertura di sarcofago, sul cui fronte vi è l’effigie di Nicola in bassorilievo.

 

Sul lato sinistro:

Ludovico di Tocco (m. 2 dicembre 1360)

Figlio di Guglielmo II, Ludovico (o Lisolo, Lisulo) di Tocco fu al servizio della Regina Giovanna I d’Angiò in Grecia ed in Italia. Nel 1326 fu tra i Baroni che seguirono Carlo, duca di Calabria, nella guerra in Toscana in aiuto dei Fiorentini, insieme a Ligorio Guindazzo, Filippo Crispano, Matteo Seripando, Landolfo Maramaldo, Pietro Moccia, Pietro Galluccio, Bartolomeo Loffredo, Andrea e Landolfo Ajossa, Pierino Tomacelli, Giovanni Marino, Bartolomeo Bonifacio, Rinaldo Pandone, Ruggiero Pagano, Tommaso Dentice, Pietro dell’Amendolea, ed altri. Nell’iscrizione viene chiamato Ludovico iuniore.

 

– Epigrafe:

HIC IACET CORPUS MAGNIFICI MILITIS DNI LUDOVICI DE TOCCO IUNIORIS SENESCALLI HOSPICII CLARAE MEMORIAE DNI ROBERTI IMPERAT. CONSTANT., ACHAIAE ET TARENTI PRINCIPIS, QUI OBIIT ANNO DNI MCCCLX, DIE II MENS. DECEMB.

– Scultura. Altorilievo a copertura di sarcofago.

– Sede e provenienza. La prima Cappella a destra del presbiterio, dedicata a Sant’Aspreno, è da sempre patronato della famiglia Tocco di Montemiletto. Subito al di fuori della stessa il d’Engenio14 ricorda la presenza del sepolcro di un altro Milite della famiglia, Pietro di Tocco (m. 1370).

– Famiglia. Di origine longobarda, prese il nome da un paesino vicino Benevento; si divise in due rami, che, per la diversità delle armi, vennero detti Tocco delle Onde e Tocco delle Bande. La discendenza più famosa è quella dei Principi di Montemiletto. A Napoli la famiglia fu aggregata ai Seggi di Nido e Capuana. Aveva anche una Cappella in Santa Caterina a Formello.

Arma: d’argento a tre fasce increspate d’azzurro.

Cimiero: il Pegaso, cavallo alato. I Tocco delle Bande usano per Cimiero un Leone uscente di oro.

Motto: si qua fata sinant.

I Tocco di Montemiletto usavano Corona e Mantello di Principe.

SANTA RESTITUTA

 

Ingresso

Sulla destra vi sono la lastra murata ed il sepolcro di

Arimanno Pignone (m. 1415)

Arimanno Pignone, indicato nelle fonti anche come Arimanni o Erimanno, fu Patrizio napoletano, Cavaliere dell’Ordine della Leonza assieme a Rostaino Pignone.

– Epigrafe sulla lastra:

PIGNONI COGNOMINE ET NOMINE VIRI NOBILIS ARIMANNI HIC IACET CORPUS CUIUS
VIRTUTES UBIQ. MANENT LAUDABILITER MANIFESTE OBIIT ANNO DN. MCCCCXV

– Epigrafe sulla lastra a muro:

ARIMANNO
EQUITI LEONTIAE EX DOMINIS CAMPANICLAE
PIGNONO
MAGNUM AVUM IACOBUM PIGNONUM
AUSPICII CAROLI ANDEGAVENSIS PRIMI
PRÆFECTUM EQUITUM
EIECTO NEAPOLI MANFREDO
RECEPTOQUE IN POTESTATEM REGNO INSIGNEM
PRÆTOREM URBIS NEAPOLIS
CAROLI II MAGISTRUM HOSTIARUM
BRIXIÆ PRÆTOREM
SAMMIIS ET BARIJ PROREGEM
PRÆMIO RERUM GESTARUM
ORTONA, CARRETTO, COLLEPAGANO, MONTICELLO, GALLO
OPPIDIS ALIIS DONATUM
PARIBUS BELLI, PACISQUE ARTIBUS
PARIBUS EQUATURO VICTORIIS SI PAR OCCASIO
ALEXANDER PIGNONUS CARRETTUS MARCHIO ORIOLI
BENEDICTI ARIMANNI FRATRIS TRINEPOS
EXESUM XVI ET CC ANNIS MONUMENTUM REPARAT
ANNO SAUTIS CIÉ IÉ CXXXII

– Epigrafe sulla sepoltura:

AD ALEX PIGNONO CARRETTO MARCHIONE ORIOLI CLÉ IÉ CXXXI CORPUS ARIMANNI PIGNONI EQUITIS LEONTIAE AB ANNO CICÉ CCCCXV M

– Scultura. La lastra sepolcrale in bassorilievo è murata sulla destra dell’ingresso; in corrispondenza, per terra è posta invece la sepoltura; tra le due un’epigrafe ricorda come Alessandro Pignone del Carretto abbia ricomposto il sepolcro del suo antenato.

– Sede e provenienza. Il sepolcro si trovava nella Cappella di Santa Maria del Principio in Santa Restituta nel Duomo di Napoli.

– Famiglia. Originaria della Provenza: nel 1266 Giacomo Campagnola, detto “Pignone”, seguì Carlo I d’Angiò nell’impresa di conquistare il Regno di Sicilia. La famiglia era iscritta al Seggio di Montagna ed aveva anche una Cappella in San Lorenzo.

Arma: d’azzurro alla fascia d’oro accompagnata da cinque pigne dello stesso, tre in capo e due in punta.

 

NAVATA CENTRALE, lato destro

Tra la navata centrale e quella di destra, nello spazio tra la seconda e la terza colonna che le separano, vi è una lastra terragna, in corrispondenza con la Cappella Caracciolo Guidazzi (3^ a destra) e quindi pressoché in asse con la sepoltura di Giannone Caracciolo (v. infra).

Guglielmo Guindazzo (m. 6 marzo 1318)
con
Ligorio e Giannotto Guindazzo

Il Cavaliere sembra a prima vista anonimo. Tuttavia, dalle residue iscrizioni che possono leggersi sugli scudi presenti di fianco all’effigie, dovrebbe trattarsi della sepoltura multipla della famiglia Guindazzo, che il d’Engenio vedeva in Santa Restituta15. Dall’epigrafe riportata risultano ivi sepolti Guglielmo Guidazzo (m. 6 marzo 1318), quindi Ligorio Guindazzo (m. ante 1337), e Giannotto Guindazzo.

Guglielmo, Miles e familiare regio, fu giustiziere in Capitanata (1302, 1306-08, 1314), Capitano di Barletta (1303-05) e di Atri (1313); nel 1309 era “magister ostiarius” e venne inviato in missione in Provenza. Possedeva una “domus” presso il porto Pisano.

Ligorio Guindazzo, indicato come Miles, familiaris, consiliarius, viene citato tra i Cavalieri che nel 1326 seguirono Carlo, Duca di Calabria, in Toscana per aiutare Firenze; nel 1322-23 fu balivo di Giovanni di Durazzo nel Principato di Acaia. Fu inoltre capitano di Bari (1308), di Sorrento e Castellammare (1327-28), vicario a Prato (1313-14), Maresciallo in Tuscia (1326-27).

Un Giovanni Guindazzo fece parte della scorta di guardia della Regina Giovanna I d’Angiò16.

– Epigrafe (trascritta dal d’Engenio):

HIC REQUIESCIT DOMINUS GUILLIELMUS GUINDATIUS DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCXVIII II IND. DIE VI MARTII, DOMINUS LIGORIUS GUINDATIUS, DOMINUS IOANNOCTUS GUINDATIUS

Nello scudo a sinistra (di chi guarda) sembra leggersi dns ligorius guindacius, in quello di destra dns iannoctus guindacius. Pertanto, è evidente che il d’Engenio riporta, nella prima parte, l’iscrizione posta sul perimetro della lastra (“hic requiescit … martii”) e vi aggiunge poi i nomi che legge sugli scudi; difatti, i verbi (requiescit, obiit) sono alla terza persona singolare, incompatibili con più soggetti. Il Cavaliere ritratto è quindi Guglielmo, al quale si riferisce l’epigrafe principale, oggi del tutto abrasa, ma trascritta dal d’Engenio; successivamente, furono sepolti nel loculo Ligorio e Giannotto, con addizione degli scudi con i loro nomi.

— Scultura. Lastra pavimentale.

– Sede e provenienza. Il sepolcro si trovava in Santa Restituta già ai tempi del d’Engenio.

– Famiglia. La famiglia Guindazzo (o Guindazzi) era feudataria fin dall’epoca di Manfredi, ma viene documentata almeno dal XI secolo. Il Cavaliere esaminato, per quanto rimane dello stemma, farebbe parte del ramo della famiglia iscritto al Seggio di Capuana.

Arma: d’oro con tre bande spinate d’azzurro.

 

NAVATA DESTRA – Cappella Caracciolo Guidazzi

Sul pavimento di fronte alla Cappella si trova la lastra terragna di:

Giannone Caracciolo (m. 11 aprile 1411)

Giovanni Caracciolo (detto “Giannone”) era Cavaliere dell’Ordine della Nave.

– Epigrafe (in lettere nere):

HIC IACET CORPUS EGREGII VIRI IANNONI CARACZULI DE NEAPOLI QUI OBIIT ANNO (…)XI MENSIS APRELIS VI IND. CUIUS AIE REQUIESCAT IN PACE

– Scultura. Lastra pavimentale. Il Cavaliere è ritratto assieme al figlioletto. La lastra è priva dell’epigrafe nella parte inferiore.

– Sede e provenienza. L’opera è posta sul pavimento all’esterno dell’ingresso della Cappella Caracciolo Guidazzi, la terza della navata destra.

Dall’esame dell’araldica presente, Giannone faceva parte del ramo dei Caracciolo Pisquizy (v. Famiglia Caracciolo Pisquizy supra in questo documento, per Nicola, Cobello, Matteo Caracciolo).

 

NAVATA DESTRA – 6^ Cappella

Riccardo Piscicelli (m. 15 gennaio 1331)

Rizardo (ovvero Riccardo) Piscicelli fu Patrizio napoletano, Cavaliere sotto Re Roberto d’Angiò. Scudiero, Ciambellano e familiare di Carlo Duca di Calabria.

– Epigrafe:

IN HOC SACELLO PISCICELLO GENERE ANTIQUISSIMUS EXTAT MARMOREUS TUMULUS PISCICELLIS INSIGNIBUS QUINCENTIS RETRO PROPE ANNIS CELATUS. ALTER TUMULUS SUBSTRUCTUS CERNITUR MARMOREUS, QUO SIMULACRO DECORUS RICCARDI PISCICELLI PATRITIJ NEAPOL. BELLO CELEBRIS ROBERTO REGE A. MCCCX. SUB ISCRIPTIONE

HIC IACET NOBILIS VIR DOMINUS RICCARDUS PISCICELLUS DE NEAPOLI MILES, QUI OBIJT ANNO DNI M CCC XXXI DIE XV MENSIS IANUARII XIIII IND. CUI. AIA REQUIESCAT IN PACE AMEN

– Scultura. Gisant a copertura di un sarcofago che costituisce un reimpiego di opera d’epoca romana. Sul fronte appare anche un cavaliere genuflesso la cui immagine, caso unico, è ripetuta due volte, a sinistra e a destra, in atto di preghiera verso il Cristo posto al centro.

– Sede e provenienza. Il sepolcro, attualmente posto nel vestibolo del Battistero, spesso indicato come 6^ Cappella della navata destra, proviene dalla Cappella che la famiglia aveva in Santa Restituta, la 3^ della navata destra, dedicata a San Pietro (poi ai Santi Pietro e Paolo). Nello stesso ambiente i Piscicelli avevano anche il patronato di un altare.

– Famiglia. I Piscicelli, poi Capece Piscicelli, erano aggregati al Seggio di Capuana. La famiglia, di cui si hanno notizie dai tempi del Ducato con Leodoro (Generale dell’Imperatore Basilio nel 977), è ricordata da Dante tra le più nobili d’Italia. Dai Piscicelli derivano anche le famiglie Zurlo ed Aprano.

Arma: di rosso alla banda cuneata d’oro e d’azzurro.

 

Cavaliere anonimo

Ipotesi: Giovanni Zurlo (m. 30 settembre 1381)

La lastra terragna è posta a fianco del sepolcro di Riccardo Piscicelli.

Shirley Bridges17 ritiene che potrebbe trattarsi di Giovanni Zurlo (m. 30 settembre 1381) con il figlioletto Nicola Antonio (m. 1378). Cavaliere e Patrizio napoletano, Giovanni, figlio di Berardo (m. 1330 ca.) e Giovanna Caracciolo (m. 11 novembre 1330), era Signore di Aprano dal 1344, poi di Angri, S.Angelo dei Lombardi, Andretta, Fossacesia; ebbe come fratelli Pietro (detto “Quarra”), Martuccio, Marino. Sposò Margherita dell’Amendolea e poi Beatrice de Poncy, dama di corte della Regina Margherita di Durazzo e di Re Ladislao di Durazzo; dal primo matrimonio nacque un figlio maschio, dal secondo nacquero cinque figli maschi e tre femmine.

– Scultura. Lastra pavimentale. Il Cavaliere è ritratto con il figlio.

– Epigrafe:

HIC IACET EGREGIUS MILES DOMINUS IOANNES ZURULUS VIR MILITIAE STRENUUS EXEMPLARIS VITAE QUI OBIIT ANNO DOMINI MCCCLXXXI DIE ULTIMO SEPTEMBRIS ET NICOLAUS ANTONIUS PRIMOGENITUS EIUS TYFO ADOLESCENS QUI OBIIT AN. DNI MCCCLXXVIII DIE XXV NOVEMBR.

– Sede e provenienza. La famiglia Zurlo possedeva una Cappella nella navata destra del Duomo, accanto a quella dei Filomarino; vennero entrambe distrutte per far posto al Cappellone di San Gennaro. In questa Cappella erano sepolti, assieme a Giovanni, anche il fratello maggiore Pietro Piscicelli Zurlo, detto “Quarra” (m. 11 settembre 1342) con la madre Giovanna Caracciolo, ed il fratello minore Martuccio Piscicelli, detto “Zurlo” (m. 1324).

– Famiglia. La famiglia Zurlo era un ramo della famiglia Piscicelli, chiamata Ollopisce; inseriva spesso sullo scudo, per distinzione, un pesce della costa pugliese dove godeva di vasti possedimenti. Spesso a Napoli ai nobili venivano assegnati soprannomi che divenivano poi identificativi di una linea dinastica autonoma: così, a cominciare proprio dai figli di Berardo sopra nominati, i componenti di questa discendenza iniziarono a distaccarsi dai Pisicelli per essere indicati come Piscicelli Zurlo o semplicemente Zurlo (dal greco zurlos: matto); anzi, secondo alune fonti, il primo ad essere indicato solo come Zurlo sarebbe stato proprio il nostro Giovanni Piscielli detto “Zurolo”, che sarebbe quindi il capostipite. Successivamente, la famiglia, per essere sostenitrice dei Capece, assunse anche il nome di Capece Zurlo. A Napoli era iscritta ai Seggi di Capuana e Nido (qui come Capece Zurlo, appunto).

Arma: partito, nel 1° di rosso alla banda cuneata di azzurro e d’oro; nel 2° di nero al leone coronato d’oro. Corona e Mantello di Principe.


NOTE

1 Così Pietro Giannone nella sua “Istoria civile del Regno di Napoli” (N. Bettoni Ed., Milano, 1821).

2 La prima tesi ha il conforto di Michelangelo Schipa (“Carlo Martello”. In Archivio Storico per le Province napoletane, VIX, 1889), la seconda è sostenuta da Camillo Minieri Riccio (“Genealogia di Carlo II d’Angiò Re di Napoli”. In Archivio Storico per le Province napoletane, VII, 1882).

3 Così Pietro de Stefano in “Descrittione de i luoghi sacri della città di Napoli” (Raymondo Amato, Napoli, 1560).

4 Per una storia delle tre sepolture si veda l’approfondito saggio di Vinni Lucherini: “La Cappella di San Ludovico nella Cattedrale di Napoli, le sepolture dei sovrani angioini, le due statue dei re e gli errori della tradizione storiografica moderna” (in Zeitschrift fur kungstgeschichte, Monaco, 2007).

4B Paola Giusti (“I resti di una sepoltura regale angioina”, estratto da “Scritti di storia dell’arte in memoria di Raffaello Causa”, ed. Pierluigi Leone di Castris, Napoli 1988; “Scultore francese attivo presso la corte angioina, c. 1300”, estratto da “Ori, argenti, gemme e smalti della napoli angioina 1266–1381”, ed. Pierluigi Leone de Castris, Napoli, 2014) ritiene che l’opera debba appunto attribuirsi ad un autore francese sconosciuto e la data al 1300 circa; l’autrice cita in comparazione sculture della Cattedrale di Notre Dame a Reims e della Basilica di Saint Denis (in particolare i Re Filippo III “L’Ardito” e Filippo V “Il Lungo”). Lorenz Enderlein (“Die grablegen des hause Anjou in unteritalien”. Wernersche Verlagsgesellschaft, 1997) attribuisce invece l’opera a Tino da Camaino, che la avrebbe esguita negli anni trenta del trecento, quando, come ricordato, il grande scultore venne incaricato di rifare i tre monumenti funebri angioini. Una sintesi delle fonti e degli studi si ritrova in Nicolas Bock “Simone Martini paints Robert of Anjou” (estratto da “Meaning and functions of the ruler’s image in the mediterrean world, 11th – 15th centuries”. Brill, 2022). A parlare di Carlo Martello è invece Francesco Abbate (cui si riferisce la citazione riportata tra virgolette nel testo) in “Storia dell’arte nell’Italia meridionale. Il sud angioino e aragonese” (Donzelli Ed., Roma, 1998).

5 Cfr. Valentino Pace: “Arte medievale in Italia meridionale. I. Campania” (Liguori Ed., Napoli, 2007).

6 Il D’Aloe (“Tesoro lapidario napoletano”. Stamperia Reale, Vol I, 1835), pur riportando il testo delle epigrafi di Matteo Caracciolo e Cecchella Vulcano, le inserisce tra quelle non più esistenti.

7 Valentino Pace, op. cit.

8 Cesare d’Engenio Caracciolo: “Napoli Sacra” (Ottavio Beltrano Ed., Napoli, 1623).

9 Per la prima tesi cfr. Giuseppe Pagnozzi: “I Caracciolo: nobiliares domini” (2014). Non aggiunge molto il noto “Cronologia della famiglia Caracciolo” di Francesco de’ Pietri (Stamperia Simoniana, Napoli, II ed., 1803).

10 Su questa opera si veda il saggio di Raffaella Bosso: “Il mito di Penteo e Agave su un tardo sarcofago dionisiaco reipiegato in un sepolcro medievale”. In “Symplegmata”, studi di archeologia dedicati a Simona Minichino (Giannini Ed., Napoli, 2018). Bisogna tuttavia aggiungere che nelle citate opere del d’Engenio e del De Lellis non compare, per l’epoca di cui trattiamo, altro componente della famiglia Loffredo se non Enrico, il cui monumento sepolcrale si trova nel transetto sinistro addossato alla parete.

11 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

12 Sulle vicende trattate si veda il saggio di Vinni Lucherini “Celebrare e cancellare la memoria dinastica nella Napoli angioina: le tombe del principe Andrea d’Ungheria e della Regina Giovanna I”. Tratto dal sito web Academia.edu (2015).

12B Cfr. Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit. Bisogna precisare che, nel riferire di quesata sepoltura nella Chiesa di Monte Vergine, l’erudito riporta solo la parte iniziale di un’epigrafe del tutto identica a quella presente sul sarcofago di Enrico Loffredo al Duomo: HIC IACENT CORPOPA MAG.CI ET STRENUI MILITIS HENRICI SPATA DE LOFFRIDO DE NEAP. QUI OBIIT ANNO DOMINI …

13 Tra gli altri contributi in argomento, cfr. Tino D’Amico “Tracce di nepotismo nel Duomo di Napoli: il sepolcro di Innocenzo IV” (sul web https://tinodamico.worldpress.com, 2018).

14 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

15 Cesare d’Engenio Caracciolo, op. cit.

16 Per le notizie sulla famiglia Guindazzo ed i componenenti finora citati cfr. Giuliana Vitale “Nobiltà napoletana della prima età angioina. Elite burocratica e famiglia”. Pubblicazione dell’Ecole Francaise de Rome, 1998. Articolo tratto dagli atti del Convegno internazionale di Roma e Napoli (7-11 novembre 1995) “L’etat Angevin”.

17 Shirley Bridges: “A briton adventurer in Naples” (Cambridge University Press, 1951). La tesi è accolta da Mario Gaglione (“Marmi trecenteschi di San Lorenzo Maggiore in Napoli”. In Rassegna storica salernitana, XXII 1, 2005.) e ripetuta sul sito web www.nobili-napoletani.it alla voce Zurolo.