teggiano

cattedrale

Appoggiato alla controfacciata, sul lato destro si trova il monumento funebre di

Enrico Sanseverino (m. 1314)

Enrico Sanseverino (1275-1314), primo figlio di Tommaso II Sanseverino (m. 1324) e Margherita de Vaudemont, fu Conte di Marsico, Gran Connestabile del Regno (1313). Sposò Ilaria di Lauria (m. 1336), figlia dell’Ammiraglio Ruggero di Lauria, dalla quale ebbe due figli, Tommaso (III) e Ruggero. Enrico morì in giovane età, a 21 anni, durante le Crociate. Il corpo venne poi traslato nella Cattedrale di Teggiano nel novembre 1336, come ricorda l’iscrizione.

– Epigrafe:

ANNO DOMINI MCCCXXXVI HIC TRANSLATUM EST MENSE NOVEMBRIS IIII IND. CORPUS EXCELLENTISSIMI DNI HERRICI DE SANTO SEVERINO OLIM COMITIS MARSICI PROMOGENITI MAGNI REGNI SICILIAE CONNESTABILI MORTUI ST. A. XXI

– Scultura. Il monumento, a parete, venne smembrato e quindi ricomposto con gli elementi rimasti in seguito al terremoto del 1857 che lo aveva fortemente danneggiato e privato del baldacchino. E’ attribuito alla bottega di Tino da Camaino o, anche, al Maestro stesso, almeno per il sarcofago. L’opera, eseguita a Napoli in marmo di Carrara e poi trasportata a Teggiano, venne commissionata nel 1336 dal primo figlio di Enrico, Tommaso III, o, secondo altri, dalla vedova Ilaria di Lauria; non è escluso che fosse stata prevista già dal padre Tommaso II. Enrico non è ritratto in vesti militari, ma con una semplice tunica ed un mantello sul quale si notano tracce di pittura rossa1.

– Sede e provenienza. L’opera si trova nella zona destra della controfacciata, dove fu sistemata dopo la ricostruzione seguita al terremoto, ma non conosciamo l’originaria posizione all’interno della Chiesa: probabilmente, era collocata all’interno della Cappella di famiglia, posta nel transetto destro.

Famiglia. Di origine normanna. Capostipite fu Ruggero (m. 2 novembre 1023), figlio di Crispino Duca di Arnes. I figli di Ruggero furono Turgisio, da cui discendono i Sanseverino, Angelo, da cui derivano i Filangeri, e Silvano, da cui discendono i Gravina. Turgisio scese nel sud Italia nel 1045 con Roberto il Guiscardo ed ottenne la Contea di Sanseverino, da cui trae il nome la stirpe. A Napoli i Sanseverino furono aggregati al Seggio di Nido.

Armi:

la più antica: d’argento.
Poi (dopo la battaglia di Benevento): d’argento alla fascia rossa.
Ramo dei conti di Tricarico: d’argento alla fascia rossa con la bordura di azzurro intorno allo scudo.
Cimiero — Cavallo sfrenato uscente — Mantello e Corona di Principe. Lo Scudo accollato dalla Croce di Malta.
Motto: Nec morsus timebo.

NAVATA DESTRA

Stasio de Heustasio (m. post 1472)

Stasio era un guerriero dianese, che risulta ancora vivo nel 1472.

– Epigrafe:

HOC OPUS FIERI FECIT STASIUS DE HEUSTASIO MILES SUB ANNO DOMINI MCCCCLXXII

– Scultura. L’opera è attribuita a Francesco da Sicignano, e costituisce, allo stato, la più antica datazione di un suo lavoro. In realtà, essendo Stasio morto lontano, l’arca è rimasta per secoli vuota, finché nel 1857 vi fu collocato il corpo del primo Vescovo di Teggiano, Valentino Vignone. Il sepolcro venne restaurato nel 1958. Piuttosto inconsueta è la presenza, ai piedi del guerriero, di due maiali morti invece dei consueti cagnolini.

– Sede e provenienza. Il monumento si trova all’interno della Cattedrale, nella navata destra.

NAVATA SINISTRA

Nicola Schipano (m. 1490 ca.)

Milite, indicato anche come Scipiani.

– Scultura. Resta il sarcofago, ormai anepigrafe, datato alla fine del ‘400 per analisi stilistica.

– Sede e provenienza. L’opera, attualmente murata sulla parete della navata sinistra, doveva trovarsi in una delle Cappelle della Cattedrale distrutte dal terremoto del 1857.

Famiglia. Di origine calabrese, a Napoli gedette di nobiltà fuori Seggio. Gli Schipano (-i) furono poi gli ultimi Duchi di Diano.

Arma: di azzuro al leone d’oro2.

museo diocesano di san pietro

Bartolomeo Francone (m. 2 giugno 1401)

Bartolomeo Francone fu Milite di Teggiano (allora nominata Diano) al servizio della famiglia Sanseverino.

– Epigrafe (scomparsa)3:

HIC IACET CORPUS VIRI NOBILIS DOMINI BARTHOLOMEI FRANCONIS MILITIS QUI OBIIT A. D. MCCCCI DIE II MENSIS IUNII.

– Scultura. L’opera, eseguita nel 1401, è costituita da un sarcofago con altorilievi in stucchi policromi e dipinti in affresco. Con il restauro del 2016, sul dossale sono ricomparsi i nomi dei familiari del defunto: Alessandra, Caterina, Raimondo, Luigi, Iacopo, Tommaso. Di recente, è stato terminato un importante restauro della Cappella e del sepolcro.

– Sede e provenienza. Il monumento era posto nella Cappella dell’Addolorata, di patronato della famiglia Francone, all’interno della Chiesa di San Pietro Apostolo, poi trasformata, dopo il terremoto del 1857, in sede del Museo Diocesano. Nel corso del Seicento, estinto il patronato dei Francone, la Cappella era stata dedicata alla Vergine dei Sette Dolori.

– Famiglia. Prende il nome dal termine “Franco”, riferito al popolo dei Franchi. La famiglia, presente nel Regno dai tempi degli angioini, era iscritta a Napoli al Seggio di Montagna. A Teggiano possedeva un notevole palazzo nobiliare nei pressi di San Martino.

Arma: spaccato, nel 1° di azzurro al leone illeopardito di oro; nel 2° di oro a tre rosette abbottonate di rosso poste 2, 1.


NOTE

1 Sull’opera si veda la monografia di Marina D’Anzillo “Il monumento funebre Sanseverino nella Pieve di Santa Maria Maggiore di Diano: alcune considerazioni” (in “Le diocesi dell’Italia meridionale nel Medioevo. Ricerche di storia, archeologia, storia dell’arte”. Atti del convegno di studi, Benevento, 18-19 ottobre 2018, a cura di M. C. Rossi, V. De Duonni, Volturnia Ed., Cerro al Volturno (Is), 2019). La scelta di rappresentare il defunto in abiti civili in luogo delle consuete vesti militari, era tipica della famiglia reale angioina, mentre tra i nobili si riscontra nel monumento di Raimondo del Banzo (m. 1375) in Santa Chiara a Napoli.

2 Va qui segnalato come l’araldica sul fronte destro della cassa riporti uno scudo troncato che presenta nella parte superiore appunto un leone rampante, che pure identifica un ramo degli Schipano, mentre nella parte inferiore parrebbe ondato. Diversa è tuttavia la blasonatura tradizionale della famiglia: di azzurro al braccio di carnagione movente dalla sinistra dello scudo e tenente una spiga di grano d’oro.

3 L’epigrafe è riportata da Stefano Macchiaroli: “Diano e l’omonina sua valle” (Gabriele Rondinella Ed., Napoli, 1868). L’autore riferisce tuttavia che ai suoi tempi l’iscrizione non era leggibile in quanto “fatta cancellare coll’imbiancatura sovrappostavi”.

NOTE 1 Sull’opera si veda la monografia di Marina D’Anzillo “Il monumento funebre Sanseverino nella Pieve di Santa Maria Maggiore di Diano: alcune considerazioni” (in “Le diocesi dell’Italia meridionale nel Medioevo. Ricerche di storia, archeologia, storia dell’arte”. Atti del convegno di studi, Benevento, 18-19 ottobre 2018, a cura di M. C. Rossi, V. De Duonni, […]